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Gli ex del calcio: Stefano Colantuono

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michele pisaniIntervista di Michele Pisani @riproduzione riservata

Sensazioni contrastanti, lontane e incomparabili. La nostalgia ti prende, come un nodo alla gola. Pensi, ti abbandoni ai ricordi. Unica isola di un naufragio che assume sempre più le misure ed i contorni di una disfatta. L’ennesima. Il deja vù è pronto, proprio dietro l’angolo. A portata di mano. C’era una volta, tanto tempo fa, il tifo. Once upon ago. C’era una volta una squadra, un orgoglio, c’era una volta l’Avellino. Il Partenio era la sua casa, da quelle parti nessuno osava pensare ad alta voce. Non stiamo parlando dell’Old Trawford, del Santiago Bernabèu o del Meazza. Non esageriamo, eppure a quei tempi anche le grandi del campionato avevano come obiettivo, pensate, di uscire indenni dal catino di contrada Zoccolari. Sensazione strana, che fa a cazzotti con la realtà. Cittadella ed Albinoleffe, probabilmente, le incontravamo, anche se ne ricordiamo affatto se ci sono state delle occasioni, in amichevole prima di affrontare le squadre di massima serie della propria regione come il Bologna od il Milan. Il tempo non è stato clemente e ci ha giocato un brutto scherzo. Solo chi ha vissuto quegli anni può sapere, solo chi ha visto con i propri occhi può capire di cosa parliamo. Adesso, invece, qualche “giovane” supporter potrebbe pensare che siamo dei sognatori, incapaci di vivere la realtà ed in grado, addirittura, di inventarci situazioni nelle quali immaginiamo un ruolo di primi attori con contorni di bianco e versde. Nulla di più falso, anche se gli ultimi anni di storia del sodalizio irpino sono in totale disarmonia con quello che è stato l’Avellino degli anni ottanta. Once upon ago. Il calcio è cambiato, non è più lo stesso. Di chi è la colpa? Della vecchia generazione che non ha saputo scegliersi una adeguata successione o di alcuni giovani tifosi che usano la sciarpa per coprirsi il volto? Inutile perdere il tempo a porsi inutili quesiti, troveremmo tanti motivi per non rispondere a domande che ci poniamo da tempo. Perché l’Avellino non è più l’Avellino ? Perché i tifosi non sono più quelli di una volta ? Ecco, parliamo di una volta, di quello che siamo stati. Once upon ago. Non deve, gioco forza, sembrare una costrizione, una sottile quanto efficace tortura. Se cosi dovesse sembrare non ci resta che chiarire: non era nostra intenzione. Il viaggio nei ricordi mette in scena un altro atto, l’ennesimo tassello. Il nostro telefono “raggiunge” Stefano Colantuono. Due anni in Irpina, l’ultimo culminato proprio con una strana quanto maldigesta retrocessione. “Sono passati venti anni eppure mi devi credere non riesco proprio a mandarla giù quella stagione. L’anno prima raggiungiamo l’ottavo posto, una dei migliori piazzamenti nei dieci anni di serie A, ad un passo dalla coppa e l’anno dopo con lo stesso organico e due sole retrocessioni…”. Ricorda cosa disse a fine gara negli spogliatoi del Meazza? “Come fosse oggi. E’ meglio che non parlo sennò mi squalificano per due anni”. Esatto. “Che strano, a Como ci annullano un gol regolare, quella vittoria ci avrebbe consentito di salvarci. Quante stranezze, tutto ci andò storto”. Mister ci tolga una curiosità, cosa pensò quando le comunicarono che c’era la possibilità di andare a giocare con l’Avellino? “Bisognava anche pensarci? Non era proprio il caso. l’Avellino rappresentava una delle mete più ambiziose per noi calciatori. Era la provinciale di lusso, una società ed un tifo ineguagliabile.Due anni bellissimi, fanno parte della mia vita calcistica e rimarranno tra le esperienze più belle”. Due stagioni, quanti amici? “Tanti, eravamo una famiglia anche se noi della difesa stavamo sempre assieme. Armando Ferroni, Roberto Amodio e Vincenzo Romano, questi erano i calciatori con i quali passavo molto tempo. Ricordo di Enzo che era un calciatore validissimo, un difensore come pochi”. Ci racconta qualche aneddoto? “Ne avrei a centinaia ma sfrutto la tua domanda per ricordare un grande calciatore come Dirceu. Jose aveva partecipato a quattro mondiali con il Brasile, non so se rendo l’idea, come calciatore era ineguagliabile ma come uomo lo era ancor di più. Carismatico, modesto amava il calcio come pochi. Mi manca, è stato come un fratello maggiore. Vorrei che fosse ricordato più spesso e che molti prendessero spunto da come lui intendeva il calcio”. Si interessa dell’Avellino e del suo campionato? “Come non potrei. Non vorrei essere frainteso, so bene quanto sia duro riuscire a restare in cadetteria, il calcio non è più quello di una volta e tanto meno vorrei che ci fosse un malinteso con l’ attuale dirigenza ma posso solo dire che ai miei tempi chiunque veniva a giocare ad Avellino aveva di che preoccuparsi. Eravamo un gruppo affiatato e con grinta sopperivamo anche alla differenza tecnica quando avevamo di fronte gli squadroni. Insomma il Partenio era quasi inviolabile. Non dico che non perdevamo mai ma che era difficile che una squadra potesse raccogliere a fine gara l’intera posta in palio”.Tornando ai tempi della massima serie, è vero che quando uscivate dal sottopasso e sentivate il tifo biancoverde vi caricavate oltremodo ? “Una sensazione unica. A quei tempi entrambe le curve erano destinate ai tifosi di casa. Quando si usciva dagli spogliatoi per raggiungere il campo eravamo accompagnati da quel solito incitamento ossia lupi-lupi, vi posso garantire che mi veniva la pelle d’oca. Un ulteriore stimolo per la nostra grinta, un momento di forte “contatto” con la tifoseria. Potrà passare anche una vita, sono cose che non si dimenticheranno mai”.Cosa augura ai suoi vecchi tifosi ? “Come ti dicevo il calcio è cambiato. Diverso sotto molti aspetti, non conta più il tifo ma c’è bisogno di altro, principalmente di soldi e di grossi sponsor. Non so se si potrà ritornare ai tempi dell’Avellino che faceva tremare le grandi ma per amore verso questi colori e rispetto nei confronti di una tifoseria unica nel suo calore non posso che augurarmi il meglio e con questo intendo di rivederli presto sorridere”. Non la dimenticheremo mai. “Lo stesso vale per me”. Al telefono è bastato dire solo Avellino per farlo ritornare nel suo passato, quello che non dimenticherà mai. Stefano Colantuono ha iniziato in sordina con frasi piccole, sintetiche ma pian-pianino si è aperto come un album di bellissime foto a colori. Alla fine della piacevole chiacchierata ci ha detto. “Non dimenticarti di spedirmi il giornale”. Basta questo per farvi capire chi è stato per noi Stefano Colantuono. Alle spalle un’altra intervista, l’ennesimo ricordo. Poche righe, un altro capitolo capitolo è in dirittura d’arrivo. Del doman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia…

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta. Una passione malcelata per la Formula Uno.

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