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Ci sono storie di campioni che conosciamo, che amiamo e che non dimenticheremo e poi ci sono gli altri ovvero campioni che non hanno avuto la stessa fortuna. Si, non abbiamo detto una stupidaggine, nel calcio, come nella vita, ci vuole tanta fortuna. Vi raccontiamo la storia di Pellegrino Gaito che poteva avere una carriera diversa ma soprattutto avrebbe meritato una chance che non ha avuto. Nato a Cervinara il 25 giugno del 1958, la città che ha dato i natali anche a Pasquale Casale, ha una storia davvero particolare e che merita la massima attenzione. Bomber di razza, genio e sregolatezza ma e soprattutto tanta sfortuna. Poteva essere quello che non è stato, lui un po’ ci soffre. Come dargli torto. Sembra una pagina del libro cuore, una pagina di storia che non merita interruzioni e noi, per la prima volta, decidiamo di non fare domande ma di lasciare, integralmente, il suo ricordo.
“Ciao Michele, mi fa piacere che tu ti sei ricordato di me. Niente, cosa dirti, per me è stato un onore e un piacere giocare per l’Avellino, per la mia squadra del cuore. Io tiferò sempre per i biancoverdi fino a che avrò la forza di farlo, anche se non sono un assiduo spettatore per le partite, però la seguo sempre con immenso piacere. La mia carriera da calciatore è stata un pochino travagliata, se si può dire. Io ho iniziato a giocare col Cervinara, ho fatto un campionato con gli allievi. Un giorno, mio padre, decise, senza dirmi niente, mi chiuse in collegio per darmi una posizione perché io ero un ribelle. Ai miei tempi non era un collegio come quelli di oggi che si esce si entra e si studia. Era un carcere dove si faceva tutto, ti alzavi la mattina, ti lavavi, studiavi poi un’ora di ricreazione e noi l’ora di ricreazione la passavamo sempre a giocare a pallone, poi tornavi a studiare e questa era la giornata di collegio. Quanto terminavano la scuola e ritornavo al mio paese, ritornavo alla vita di prima cioè a fare il ribelle in mezzo alla strada, a giocare in mezzo alla piazza e queste cose davano fastidio a mio padre. Un giorno, quando stavamo in ferie, stavo in piazza a giocare e mio cognato passa e mi dice: ti cerca tuo padre, devi andare a casa. Erano verso le 13.00, dovevamo tutti a tavola perché si doveva pranzare. Vado a casa, mi trovo mio padre davanti alla porta e già mi immaginavo quello che mi poteva aspettare, in verità mi ha detto semplicemente sali in macchina che dobbiamo andare a fare un servizio. Onestamente ho pensato che è finita la mia avventura, cioè è finito il mio divertimento, ritorno in collegio, sono scoppiato a piangere e mi sono addormentato in macchina. Al mio risveglio mi trovo davanti al campo sportivo di Avellino, all’interno del parcheggio e non immaginavo mai una cosa del genere da parte di mio padre. Scendiamo, c’era anche mio cognato, il custode mi dice vai nello spogliatoio c’è una maglietta per te presentati a quei due signori che stanno in mezzo al campo. Mi presento, loro mi guardano e mi dicono chi sei? sono Gaito, sono mister Del Gaudio e io sono mister Grappone vai con quei ragazzi che hanno la tua stessa maglietta. Inizia la partita, io subito ho fatto il gol, mi muovevo moltissimo. Alla fine della partita mi chiamano insieme a altre tre ragazze e mi dicono che io dovevo rimanete e che dovevamo fare alcune cose insieme, poi mi dicono di aspettare una loro chiamata. Siamo ritornati al paese, ho iniziato di nuovo a giocare, a tornare tardi a casa. Però ogni volta che tornavo se avessero saputo qualcosa dall’Avellino, un giorno sono tornato a casa e papà mi dice, preparati che dobbiamo partire, io ho detto ma partire per dove? Le scuole iniziano fra una settimana, mi porti prima in collegio? Dobbiamo partire perché devi andare in ritiro con l’Avellino. In quel momento per me, non so descrivertelo, è stata una gioia, non toccavo neanche i miei piedi a terra, una gioia immensa. Non riuscivo a stare nei panni, sono corso sopra, mi sono preparato la borsa e siamo partiti. Siamo arrivati, la segretaria che mi ha dato la stanza e cosi è iniziata la mia avventura con l’Avellino. Inizia l’allenamento, subito mi sono messo sotto, ho iniziato il campionato primavera dove con la squadra ho incontrato dei ragazzi eccezionali, ho conosciuto Vespiano, Laurino, insomma tanti di loro erano bravissimi, ho conosciuto dei ragazzi eccezionale e siamo diventati amici e facevamo la vita da atleti insomma perché poi dormivamo tutti insieme in una villa di Sibilia. A un certo punto, mancavano due o tre mesi per finire il campionato, il mister Del Gaudio mi ha chiamato e mi ha detto che avrei fatto parte della prima squadra. Mi sono presentato, timoroso, davanti allo spogliatoio, infatti avevo pure un pochino di vergogna di entrare. Quando mi sono preparato e stavo scendendo, mi ricordo che c’era Giancarlo Tacchi che mi ha detto di non avere timore di nessuno e che era una cosa normalissima. Una volta che entri in campo ti scordi di tutti. Abbiamo fatto gli allenamenti, tutti quanti mi davano la possibilità di poter giocare, infatti mi sono trovato benissimo, non dimenticherò mai, soprattutto dei ragazzi d’oro, iniziando anche dal mister, sia prima che dopo, sia prima con Viciani, che con Carosi, era una cosa proprio bellissima stare insieme. Carosi mi ha fatto giocare le partite di Coppa Italia a Napoli il San Paolo, scendere e fare parte di quella squadra, essere un giocatore dell’Avelino in quel momento per me era una gioia immensa. Poi dall’altra parte del campo, c’era uno che si chiamava Savoldi, che era stato il giocatore più pagato d’Italia in quel periodo, mi sembra un miliardo di euro. Savoldi numero 9 con Napoli, Gaito numero 9 con L’Avellino, per me era una cosa indescrivibile, è stato bellissimo. Ho fatto una buona partita, tanto è vero che a 90° minuto hanno messo in evidenza il giovanissimo Gaio. Scusami Michele, ti volevo solo dire una cosa, io ho un ricordo bellissimo di quella esperienza, però anche uno bruttissimo, era un episodio che volevo dimenticare. Nel periodo che stavamo giocando con l’Avellino, durante gli allenamenti, Carosi mi ha chiamato da parte e mi ha detto domani ti faccio giocare titolare insieme a Nobile. Nobile e Cavalieri, due ragazzi eccezionali, due giovani che amavano tanto il calcio. Nel pomeriggio, dopo pranzo, facemmo la solita passeggiata e tornando al ristorante, avemmo la notizia che c’era stato un incidente in auto di due ragazzi. Quando poi, non mi ricordo se Alimenti o Ravioli, uno di due, mentre stavamo a guardare quello che era successo, uno disse, mi sembra una macchina di cavaliere, deve avere un BMW. Mentre te lo racconto mi viene da piangere perché non arrivavano neanche a 50 anni tutti e due messi insieme. La notizia non era chiara, dopodiché mentre stavamo guardando la televisione arrivò una telefonata che parlava di due ragazzi che avevano fatto un incidente e che erano due ragazzi dell’Avellino. Dovevamo giocare una partita importantissima per la salvezza col Modena e non mi ricordo neanche il risultato (terminò 1-1), come si possa giocare in quello stato d’animo visto che hai perso due grandi amici, due ottimi giocatori. Carosi, avendo visto in me delle qualità, siccome lui era uno che scopriva i talenti, avendo lanciato tra i vari Manfredonia e Tassotti, lui vedeva in me delle grosse qualità, aveva preso l’impegno con la Lazio di farmi trasferire in biancoceleste. Infatti quando sono arrivato alla Lazio mi dissero che ero quel ragazzo che Carosi ne ha parlato tanto bene, devo dire la verità sono stato accolto molto bene anche da Claguna. Poi sono tornato ad Avellino, ho avuto uno scontro con Sibilia, e quello fu l’episodio che mi ha cambiato la carriera da calciatore. Sibilia era amico intimo con il presidente della Frattese Crispino, decise di accontentarlo. Io, per i primi periodi, l’avevo rifiutata, anche perché c’erano molte squadre di B e C che mi cercavano, tra cui c’era la squadra di Di Marzio, il Catanzaro, e io dovevo andare in B con i giallorossi però ci fu il rifiuto di Majo nel venire in biancoverde e così saltò tutta la trattativa Sibilia, non lo so per quale motivo, avevo con Mupo il contratto con l’Avellino, ma mi misere in condizione di accettare la Frattese, anche perché lui mi fece un mezzo ricatto, mi avrebbero mandato a fare il militare a Pordenone se non avessi accettato e così iniziò la mia avventura con la Frattese ma, ho avuto la forza di risollevarmi perché poi sono riuscito a giocare anche a buon livello, tra Nocera, Salerno e Benevento. Ho avuto la sfortuna, nel periodo più bello della mia carriera, di fare i conti con un infortunio gravissimo, e lì è finita, tutti si sono dimenticati anche se ho dato tantissimo per il calcio in quel periodo del mio infortunio si sono dimenticati tutti, soprattutto i tanti amici che c’erano”. Adesso Pellegrino fa l’allenatore, si diverte con i giovani ma spesso pensa a ciò che poteva essere ma non è stato. Tanta rabbia per un uomo che ha dato tanto al calcio ma non ha ricevuto quanto meritava.

Grazie di vero ❤️ Michele sentire e leggere la mia storia e stato
emozionante per me .essere stato un giocatore DELL”AVLLINO ed essere ricordato e un grandissimo onore grazie grazie.SEMPRE FORZA AVELLINO
Grazie di vero ❤️ Michele sentire e leggere la mia storia e stato
emozionante per me .essere stato un giocatore DELL”AVLLINO ed essere ricordato e un grandissimo onore grazie grazie.SEMPRE FORZA AVELLINO
MISTER GAITO UN ESEMPIO COME UOMO, CALCIO MALEDETTO VANNO AVANTI I LECCHINI MERDE