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Il giorno più bello. Ottavio Bianchi ci racconta il suo 10 maggio ‘87

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Intervista di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

10 maggio 1987. Il Napoli entra nella storia conquistando il suo primo scudetto. Quella era la squadra di Maradona, colui che con le sue prodezze vinceva le partite da solo e a cui i napoletani non smetteranno mai di essere grati. Ma quella squadra aveva un timoniere in panchina, un uomo molto serioso, dall’espressione indecifrabile se non impenetrabile, parco di parole e avaro di sorrisi. Ottavio Bianchi è uno che non tradisce emozioni, ma era l’uomo giusto che serviva per quel Napoli che non si era mai issato sul trono d’Italia e, per evitare pericolosi deragliamenti, ci voleva la saggezza e la lucidità di un uomo proprio come il tecnico bresciano. “Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme”, si può rispecchiare in questa frase di Nietzsche, perché anche a distanza di 33 anni, Ottavio Bianchi viene ricordato come il tecnico che ha fatto qualcosa di enorme: portare il Napoli allo scudetto. Non era ancora il tempo del Napoli di impronta sudamericana, non era ancora il tempo del tridente atomico, ma era arrivato il tempo di scrivere la storia in quel pomeriggio che avrebbe dato inizio ad un ciclo vincente, ad una epopea che sembra irripetibile. 10 maggio 1987. La città ebbe un risveglio diverso dagli altri, nell’aria c’era fermento, come se ciascuno avesse dentro di sé un vulcano pronto ad eruttare una lava di amore e passione, sarebbe successo davvero o era un sogno? Perché era tutto troppo bello per essere vero, ci si stava preparando a festeggiare il primo scudetto, tutte quelle superpotenze che avevano fatto incetta di titoli non erano riuscite a reggere il passo di quel Napoli che non partiva favorito. È pur vero che, avendo in squadra uno come Maradona, si partiva con una marcia in più, lui era il simbolo di quella squadra che ha voluto a tutti i costi sentirsi grande. In quel 10 maggio la città era paralizzata, un San Paolo tutto colorato d’azzurro straripava di gente, più di 100mila persone. Fu sufficiente il pareggio contro la Fiorentina – al vantaggio di Carnevale rispose un giovane Roberto Baggio – per dare il via alla Piedigrotta azzurra. Si fermò una città, si festeggiava in ogni via, in ogni quartiere, in ogni casa, nei treni, nei ristoranti, non solo nel centro della città ma anche in tutti i comuni della provincia. La connessione di tutti i cuori azzurri.

Ottavio Bianchi mantenne fino all’ultimo il suo aplomb, esprimeva distacco nonostante la consapevolezza di essere stato il condottiero di una delle più belle cavalcate del calcio italiano. Al di là della sua apparente impassibilità, chissà cosa avrà provato in quel giorno, sia alla vigilia che al momento del trionfo. Lo raggiungiamo per farcelo raccontare pur sapendo che non è il tipo che si lascia andare a confessioni intime. Quasi nessuno è mai riuscito a scalfire quella corazza. Gli chiediamo di raccontarci quel 10 maggio e lui si schermisce: “E’ passato troppo poco tempo”. Scherza, la sua voce trasmette quasi un senso di dolcezza, sicuramente non gli mancano garbo, educazione e rispetto. Non se la sente di parlare, gli chiediamo se ci sia la possibilità che cambi idea, sarebbe un regalo per tutti i cuori azzurri. “E’ stato già scritto tanto”, ci dice, ma gli rispondiamo di volerlo fare per chi non era ancora nato in quel 10 maggio 1987, una data che ha segnato un prima e un dopo per la storia del club. Uno scudetto indimenticabile, come lui nessuno mai, come se si parlasse del primo amore. Quando a Napoli si parla di quel giorno lo si fa ancora con gli occhi degli eterni innamorati. Ottavio Bianchi si lascia andare, inizia a parlare, e gliene siamo profondamente grati. Gli chiediamo cosa abbia rappresentato per lui quella giornata: “E’ stata una gioia collettiva, una vittoria della squadra ma anche della città, possiamo definirla una vittoria sociale. C’era la consapevolezza di vivere un evento storico, anche perché il Napoli non aveva mai vinto e per farlo c’è stata la partecipazione totale di tutti, come se ognuno spingesse per fare la propria parte al di là del ruolo determinante della squadra che faceva il suo sul rettangolo di gioco. Le vittorie in campo sono state rese possibili da un ambiente che aveva favorito un connubio perfetto tra noi e la città”.  

Concetti semplici ma dietro ai quali c’è un mondo: vittoria sociale, partecipazione di tutti, connubio tra squadra e città. Sappiamo come i tifosi arrivarono a quel 10 maggio, con gli occhi pesanti dopo una notte insonne. “L’alba trovò tutti svegli”, scrive Maurizio de Giovanni nel suo libro “Ti racconto il dieci maggio”. Sembrava tutto così onirico che in molti, anche senza dirlo (perché non era proprio il caso di farselo uscire), temevano che potesse succedere qualcosa che spezzasse quella magia. Il Napoli, ce l’ha appena detto lo stesso Bianchi, non aveva mai vinto: e se fosse subentrata la paura di vincere? Ora ne parliamo al passato, ma quel giorno, insieme all’adrenalina, serpeggiava anche la paura. Proprio per questo, la cosa che più ci interessa è sapere come il timoniere di quel Napoli abbia vissuto quella vigilia: “C’era la giusta tensione, quella inevitabile quando si è vicini ad un traguardo ma non lo si è ancora raggiunto e, quindi, guai se si è troppo tranquilli. In questi casi, un eccesso di esaltazione ed entusiasmo può rivelarsi controproducente. Per arrivare alla vetta ci vuole sempre la giusta tensione, altrimenti si può andare incontro a spiacevoli sorprese, soprattutto nel calcio e in una città come Napoli. Predicavo questo atteggiamento anche avendo ormai imparato a conoscere tutte le sfaccettature di una città come quella partenopea, festeggiare anzitempo ci avrebbe potuto esporre a qualcosa di inaspettato per la piega che aveva preso la classifica. È vero che la vittoria sembrava scontata, ad un certo punto lo era anche, ma bisognava avere fame e concentrazione fino alla fine”.

Abbiamo parlato della vigilia, non possiamo esimerci dal domandare al tecnico bresciano cosa abbia provato al triplice fischio dell’arbitro, quando un boato spaventoso fece tremare una intera città. Sussultarono i palazzi, rimbombarono i battiti dei cuori, ci mancò solo che si squarciasse la terra. Anche in quei momenti di estasi da romanzo popolare, Ottavio Bianchi non si scompose più di tanto: “Non si può nascondere la soddisfazione personale, non foss’altro per essere stato il coronamento di un percorso portato avanti con sudore, sacrifici, volontà di raggiungere un obiettivo ambizioso e fino a quel momento mai raggiunto. Bisognava marciare tutti verso la giusta direzione e ripeto quanto sia stato importante il contesto con una città che ci ha spinto lì dove ci eravamo prefissati di arrivare. Come se tutti si sentissero protagonisti di un evento storico, ecco, questo è il punto cruciale e la sensazione che più di tutte mi è arrivata, il fatto che ciascuno si sentisse protagonista. A traguardo raggiunto, ho sentito un appagamento personale, poi nel momento di gioire ognuno lo fa a modo suo, naturale che le reazioni emotive siano diverse e che ogni persona abbia un proprio modo di gustarsi una gioia”.  

Come a volersi giustificare pur non avendo motivo di farlo: sono fatto così, ho il mio modo di vivere le gioie. Quasi non ci sembra vero che sia lo stesso Bianchi a raccontarci come ha vissuto quelle ore. La tensione, la necessità di moderare l’entusiasmo e di mantenere la concentrazione, poi la gioia collettiva e il suo appagamento personale. Quel Napoli aveva in squadra un certo Maradona, malgrado la presenza del Pibe in pochi avrebbero scommesso una lira sulla vittoria dello scudetto, siccome non può essere mai un singolo a vincere un campionato, quale fu il segreto di quella squadra? “Si era creato un bel gruppo, importante la presenza di diversi napoletani, giocatori del territorio che percepivano gli umori della gente con una connessione che può avere solo chi una città la conosce e la vive. Tutti avevano la voglia di arrivare in alto, di raggiungere i risultati che ci avrebbero permesso di scrivere una bellissima pagina di storia del club. Quando c’è da raggiungere un obiettivo ci vuole sempre una intesa tra tutte le componenti, in quel Napoli tutto girava bene, la società era presente, il pubblico ci sosteneva ogni domenica, la squadra si sentiva al centro di un sogno e, quando si creano queste basi, anche chi è più nell’ombra recita una parte fondamentale. Infatti, è stata una vittoria che ha coinvolto tutti, magazzinieri, collaboratori, tutti hanno dato il loro contributo al raggiungimento di un obiettivo per il quale si è lavorato tanto”.

Un messaggio importante per chiunque voglia vincere, non si può prescindere da alcuni aspetti, al di là dell’equilibrio del gruppo che sta alla base di ogni progetto ma che da solo non basta. Ci vuole anche una società forte alle spalle, fare in modo che anche un magazziniere si senta indispensabile, un connubio tra la squadra e la città senza sottovalutare quanto sia utile contare su giocatori locali. “La storia ha voluto una data: 10.5.87”, il testo dello striscione che campeggiava in mezzo a quella marea umana di colore azzurro. Mai come in quel giorno i confini delle case non esistevano più, la città era diventata una grande casa che faceva sentire tutti parte della stessa famiglia. Ogni confine era stato annullato, anche quello con il cielo, tant’è che davanti al cimitero fu esposto questo striscione: “E che ve site perso!”. Arrivò la risposta: “E chi v’ha ditto?”. In quel giorno, erano presenti tutti, i corpi e le anime, tutti riuniti in un unico battito. Mai come in quel giorno ci fu un contatto tra il terreno e il soprannaturale.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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