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Sembrava tutto pronto per il suo esonero. Bordate da parte del direttore Fabiani, consigli a mezzo stampa con velate minacce di provvedimenti da parte del vulcanico Lotito. All’Arechi, si affacciò finanche Stellone, tecnico in cerca di una panchina per tornare in campo, ma lui è ancora li, o megli li, sulla sua panchina. In silenzio ha assorbito tutte le bordate che gli arrivavano. Ha lavorato e sta lavorando sul campo, insieme ai suoi uomini. Con il lavoro quotidiano, ed in poche, semplici ed efficaci mosse Alberto Bollini ha cambiato il volto e, chissà, magari anche l’inerzia di una stagione che sembrava nata sotto una cattiva stella. Come abbiamo già anticipato, erano bastati infatti 270 minuti per consegnare già tecnico e buona parte della squadra ai carboni ardenti di una graticola pronta a sprigionare tutto il suo calore. Dopo la sconfitta di Carpi, il tecnico di Poggio Rusco è stato ad un passo dall’esonero, dal baratro, dal punto di non ritorno. E forse proprio dopo quella gara è scattato un qualcosa che ha permesso di mettere in fila ben otto risultati utili consecutivi. Soltanto tre vittorie, potrebbe però obiettare qualcuno. Nulla di più vero, anche se a volte la differenza tra una squadra che vuol vivacchiare ed un’altra che invece vorrebbe sperare in qualcosa di diverso sta nel riuscire a non perdere partite che, per questo o per quel motivo, purtroppo non si riescono a vincere.
Ed è stata proprio questa una delle tre mosse fondamentali per la crescita, soprattutto a livello mentale, palesata da questa Salernitana nelle ultime settimane: trasferire il proprio spirito, il proprio credo alla squadra. In ben cinque partite i granata si sono ritrovati costretti a soccombere e rincorrere, restando però sempre dentro la partita e beneficiando anche di alcuni episodi che nel calcio, da sempre, fanno la differenza. In casa con la Ternana (avanti tre volte e raggiunta altrettante volte) e col Pescara (avanti di due reti a meno di venti minuti dal termine e riagguantata in extremis) ed in trasferta con Pro Vercelli (Schiavi rispose a Firenze), Parma (con Sprocati ed il rigore di Vitale che rimisero in piedi la gara del Tardini) ed Avellino (rimonta epica, già consegnata agli annali, da 2-0 a 2-3). Tutte partite, tranne quella con la Ternana ed in parte quella di Vercelli, che sembravano avviarsi verso un triste e già scritto epilogo. Invece, la banda Bollini ha saputo attendere il momento giusto per piazzare il colpo. E senza la giusta determinazione, la giusta consapevolezza e le giuste motivazioni, tutto ciò sarebbe stato impossibile. Bravi i calciatori, bravo Bollini. Dove si potrebbe migliorare? Nella gestione di alcuni frangenti e, fino alle 20:30 di ieri, anche sull’approccio alla partita. Ma i primi venti minuti disputati dalla Salernitana danno la sensazione di essere, in tal senso, sulla buonissima strada.
Bollini ha avuto un altro grande merito, ovvero quello di fare di necessità virtù. Non che si sia ritrovato a dover friggere il pesce con l’acqua minerale, perchè la cifra tecnica di questo roster che presenta comunque alcune defaillance è accettabile, ma sicuramente gli avrebbe fatto piacere avere a disposizione qualche altro profilo leggermente più adatto alla sua idea di calcio. Su tutti, una mezzala – forse due – brava ad inserirsi e ad accompagnare con costanza ed intelligenza la manovra offensiva. E se, paradossalmente, fosse stato un bene? Nel senso che il passaggio inevitabile alla mediana a due, che ha rigenerato Ricci ed esalta le caratteristiche da lottatore di Minala, s’è rivelata una mossa azzeccatissima. Che mai e poi mai avrebbe preso in considerazione se invece avesse ricevuto in dono calciatori con caratteristiche diverse. In poche parole, Bollini ha compreso che questa squadra faceva una fatica immane e risultava essere spesso prevedibile e farraginosa nello svolgimento della manovra con due mezz’ali ed un play basso, così ha virato con forza sul 3-4-3, modulo che gli consente non soltanto di mettere a proprio agio i mediani ma soprattutto di non sprecare il capitale tecnico di un attacco pieno zeppo di esterni offensivi. Intelligenza e capacità di adattare il modulo ai calciatori e non viceversa: scelta che sta pagando.
E lo sta facendo almeno quanto quella di far sentire tutti importanti, tutti titolari, tutti indispensabili. Attraverso il duro lavoro settimanale, le parole, la capacità di toccare i tasti giusti come accaduto ieri sera nell’intervallo e le rotazioni che Alberto Bollini è riuscito infatti a guadagnarsi la fiducia piena, totale, di un gruppo che al termine della gara vinta per 3-2 col Novara “mi ha dedicato anche un coro”. Lo ha svelato con immenso piacere lo stesso trainer granata nelle interviste post-gara e si tratta di un qualcosa assolutamente inedito, almeno a queste latitudini. Un’altra dimostrazione di come la squadra sia quasi incantata dal modo di fare e di porsi dell’ex tecnico della Primavera della Lazio, bravo a rigenerare e a ritrovare i vari Schiavi e Mantovani; a lanciare Kiyine e Rossi e ad aspettare Ricci; a dosare le forze di Rosina e a catechizzare Alex. Al netto dei giovani ed ancora acerbi Asmah e Kadi, difatti, tutti hanno avuto almeno una chance e di conseguenza la possibilità di dimostrare il proprio valore sul rettangolo verde. C’è chi l’ha sfruttata al massimo, chi meno, chi soltanto in parte. Ma, nel complesso, fino a questo momento la gestione delle risorse umane è stata ineccepibile.

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