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(Ri)candido Malagò

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Nel chiosare il successo di Milano-Cortina non bisogna dimenticare che, all’alba dell’idea, c’era anche Torino. Che aveva già ospitato i Giochi invernali nel 2006. E che dunque, in caso di fumata «bianca», li avrebbe ri-organizzati, anche se non in esclusiva, a vent’anni di distanza, quasi un record.
Ecco: penso che il problema sia diventato la soluzione. Credo che, al di là e al di qua dei giochi, gi rigorosamente minuscola, di Lega e non Lega, di Stelle e non Stelle, l’uscita di Torino abbia agevolato i piani, rafforzato la candidatura. La «Triade» Milano-Torino-Cortina avrebbe reso obeso il progetto. Non era una scelta: era una non scelta. Era un’italianata per non fare torti a nessuno, nella politica come nello sport. Una sviolinata al manuale Cencelli mascherata da sinfonia dell’arco alpino.
Più forte e snello, il «bidente» Milano-Cortina. Più bunker contro l’esplosione dei costi. Sono felicissimo per gli atleti e i volontari, perché l’Olimpiade è un sogno che ci sveglia ogni quattro anni. Sorrido, in compenso, al coraggio leonino di Giovanni Malagò che, a Stoccolma appena sbranata, ha accantonato la presidenza delle Roma per ricandidarsi subito alla guida del Coni: però. Visti sfilare i Franco Carraro e i Luca di Monte Zemolo (scritto staccato perché ha sempre dato l’idea di una vacanza), la nomenclatura che, fra un cero a San Dulli e una candela dagli agiografi, resiste e persiste, ombra e penombra.
Il bello è finito ieri, a Losanna; da oggi comincia il difficile. Soprattutto in un Paese che, pur di celebrarsi o denigrarsi, non esita a mettere sullo stesso piano Olimpiadi estive e Olimpiadi invernali. Fatemi capire: Roma avrebbe sbagliato a non candidarsi per un evento così globale e così impegnativo nel momento in cui, per un altro che «pesa» quantitativamente un quarto, il Coni di Malagò pensò di schierare addirittura tre città (ripeto: tre)?

ROBERTO BECCANTINI

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