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C’è chi ancora non ci crede. C’è chi ancora spera che con i suoi scarpini scenderà nuovamente sul terreno di gioco per mettere in pratica tutte le sue geometrie. Ma non è così. Non lo sarà più. Andrea Pirlo, così come Francesco Totti la scorsa stagione, ha detto basta al calcio giocato appendendo gli scarpini proprio lì dove nessuno voleva, al chiodo. Ci si sta accorgendo che sta scomparendo pian piano, un calcio che non ci verrà più restituito. Quello fatto di grandi nomi, di grani talenti, tutti prodotti del nostro paese e cresciuti nelle giovanili di qualche squadra italiana. Il numero 21 della nazionale azzurra è considerato uno dei migliori registi del calcio italiano fino ad ora. Non dotato di enorme velocità, Pirlo aveva la capacità di fare sempre la cosa giusta al momento giusto, con estrema freddezza anche in quei momenti in cui la freddezza proprio non può che mancarti. Un esempio? La verticalizzazione per Grosso, nella semifinale del Campionato del mondo del 2006, contro la Germania durante il secondo tempo supplementare. Un no-look degno di una classe raffinata che ha permesso all’Italia di avvicinarsi al sogno del Mondiale raggiungendo la finale di Berlino. O ancora, il cucchiaio ai danni di un impassibile Joe Hart, durante i quarti di finale di Euro 2012 contro l’Inghilterra. “Era l’unico modo per fare abbassare le ali al portiere inglese..”. Ah, caro Andrea.. quanto mancherai al calcio italiano! Perché una così elegante tecnica, una così grande visione di gioco, la capacità di prevedere come andrà a finire l’azione fanno, di questo regista, uno dei migliori talenti che ci siano mai stati al mondo. “Un leader silenzioso che parla con i piedi”. E’ così che lo definì Marcello Lippi e tutti i torti non ce li aveva. La paura di non rivedere mai nessuno più che possa avere anche solo la possibilità di arrivare ai suoi livelli, è tanta. In un momento particolare per la nazionale, si critica questa “immigrazione” di stranieri all’interno del nostro paese che, inconsapevolmente, smonta il nostro sistema calcistico. Un sistema che dovrebbe essere teso a valorizzare i giovani. Ma solo poche squadre italiane come Atalanta e Sassuolo sono state protagoniste della scoperta di talenti italiani pronti, prima o poi, ad esplodere. E allora si ha la certezza. Gente come Totti, Pirlo, Toni, Del Piero, non torna più. E a noi non resta che ricordare le loro migliori giocate. Ogni punizione era per Pirlo, una possibilità per insaccare alle spalle del portiere. Spesso lo faceva con traiettorie così precise, da risultare imprendibili. Come definito da lui stesso: “Se una punizione risulta calciata bene, è imprendibile”. E Pirlo, allora, calciava bene quasi sempre. Ma il giocatore bresciano non si distingueva solo dentro il campo, ma anche fuori. Pirlo si è fatto amare da tutti, pur vestendo, ad esempio, entrambe le casacche di Milano e, poi, quella della Juventus. Non si faceva mai fischiare. Perché fischiare ad un calciatore così sarebbe apparso un sacrilegio. Un peccato mortale.

Bisogna farsene una ragione. Accettare che anche lui abbia, alla fine, ceduto. Simbolo dell’intelligenza calcistica, di un calcio che si gioca prima con la testa e, solo poi, con i piedi, il “Maestro”, così soprannominato, ha lasciato un altro vuoto incolmabile nel cuore di tutti gli italiani e di tutti gli sportivi del mondo. Quelli che non possono che riconoscere in lui, la perfezione espressa in tutte le sue giocate.
Quest’articolo, però riagganciandoci a quanto detto fra le prime righe, vuole anche riconciliarsi con l’importanza di valorizzare i giovani talenti italiani. E’ più che importante saper investire bene nei settori giovani e avere a disposizione le giuste strutture calcistiche. Probabilmente questo già accade nelle altre nazioni e, qui l’Italia, spesso culla di calciatori che sono entrati nella storia del calcio mondiale, non può di certo rimanere arretrata.
Sono cambiati i tempi e, con tanta probabilità, persone che hanno più esperienza del sottoscritto, lo sanno bene. Non rivedremo più bandiere come Francesco Totti, Maldini, Zanetti. Non vedremo più, forse e si spera di no, un calcio italiano che produce i suoi talenti. Lo dimostra il fatto che Tavecchio abbia dovuto attuare una vera e propria riforma sulle rose delle squadre italiane, imponendo un certo numero di calciatori nazionalizzati italiani. Questa riforma fu tanto giusta quanto assurda perché una nazione, per quanto concerne il punto di vista calcistico, dovrebbe dar spazio ai giovani prodotti dal vivaio delle squadre italiane.
Ma torniamo a noi, per una conclusione incentrata sul Maestro. Non possiamo che dire grazie ad Andrea Pirlo, per le emozioni, i gol, le giocate e le punizioni “maledette”, così soprannominate, che calciava con tanta eleganza e tecnica.
In questi casi si preferisce terminare con una citazione che sia significativa, pronta a poter lasciare un’impronta. La scelta è ricaduta su Manlio Gasparotto, giornalista italiano, che espresse un pensiero sulla bravura di Andrea. Uno i quei pensieri per cui farne tesoro. “Il movimento è un marchio di fabbrica. Controllo, palleggio, qualche passo ad arretrare in attesa dello spazio giusto dove infilare il pallone. Andrea Pirlo gioca così da anni e nessuno ha trovato l’antidoto. Un fuoriclasse non si ferma mai facilmente, anche quando gioca in maniera apparentemente semplice. “

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