20 Luglio 2024
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Gli ex del calcio: Giorgio Zoff, il maratoneta

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Intervista di Michele Pisani @riproduzione riservata

Il viaggio continua, non ci resta altro che scrivere il solito ritornello. “Altro giro ed altra corsa”. “The time machine” ha acceso i motori, torniamo indietro nel tempo. Un veloce quanto virtuale riavvolgimento del nastro dei ricordi anche se sono trascorsi, oramai, quarant’anni da quella storica promozione. L’Avellino, per la prima volta, approda in cadetteria. Una città in festa, una intera provincia in delirio. Il verde ed il bianco, colori sociali della squadra, li trovavi dappertutto dalla Valla Caudina sino ai confini con Salerno, passando per i paesi dell’Ofantina. Va chiarito ai soli pochi che non lo sanno che non c’era solo la città a sostenere la squadra ma l’intera provincia. Un solo corpo, una sola anima. L’Irpinia è tutt’uno, il calcio, quello che conta, conoscerà le gesta dei lupi. E’ solo l’inizio, la partenza di un grande viaggio culminato con i dieci anni, consecutivi, di massima serie. Poi c’è il declino, lento ma sensibile. Anche i grandi imperi ha avuto la loro fine.

Imagini pentru giorgio zoff

Dal 1988 ad oggi, l’Avellino ha vissuto fasi altalenanti, gioie e delusione. Il grande calcio manca e da molto da queste parti ed anche il tifo non è più quello di una volta. Adesso la gran parte dei sostenitori è stabilmente collocata in “rete”. Internet è pieno di ultras e lo stadio è sempre più desolatamente vuoto. In attesa di un pronto riscatto, di un ritorno alle epiche sfide con Juventus, Inter e Milan c’è l’amarcord. Il dolce respiro di momenti che appartengono al passato, è l’orgoglio mai sopito di una comunità che è balzata agli onori della cronaca calcistica. Ci viene in mente una frase dell’indimenticato Gianni Brera che disse “Esiste in Italia una squadra che gioca come il Brasile, che profuma di cibo genuino e campi in fiore. Una squadra che, però, non è brasiliana: si chiama Avellino. Questa squadra gioca al calcio magistralmente, senza sentirsi inferiore a nessuno e senza mostrare nessun borioso senso di superiorità. Umile ed operaia, e nello stesso tempo nobile, come solo i veri aristocratici sanno essere. Questa squadra, l’Avellino, è la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana”. Quanta emozione, erano gli anni ottanta, quella della massima serie e tutti aspettavamo novantesimo minuto per ascoltare con attenzione le parole di Paolo Valenti. Però c’è da dire che l’Avellino di Di Somma e Reali ha visto la serie A lo deve e gran parte ai sacrifici di gente come Fraccapani, Nobili, Pantani e Zoff. Proprio cosi, anche i lupi hanno avuto il loro Zoff. Si chiama Giorgio ed è nato nel 1947, è stato uno dei più bravi centrocampisti di quegli anni ed con l’Avellino ha giocato due stagioni, inclusa quella della storica promozione in serie B. Secondo il noto opinionista Felice D’Aliasi, che lo ha visto giocare con i lupi era un motorino instancabile, una sorta di D’Angelo ma molto più tecnico. Ecco il suo pensiero. “Uno di quei calciatori che nel 72/73 macinò più chilometri di tutti fu Giorgio Zoff, giocatore anche di grande eleganza ma soprattutto molto corretto, anomalo per uno che giocava anche di rottura è stato due anni ad Avellino. Venne la stagione precedente, insomma e per farla breve era il motorino di quella favolosa corazzata”. Un gustoso assaggio prima di parlare con Zoff che è emozionato quasi quanto il suo intervistatore. “Non è certo una cosa strana se mi dico, chiaramente va tutto a mio demerito, che non conoscevo per nulla Avellino. Quando mi dissero, mi trovavo a Piacenza, che ero stato ceduto alla compagine bianco verde mi chiesi dove si trovava. Negli anni settanta non era come adesso, le distanze di sentivano ed erano anche consistenti. Si andava a casa solo a Natale ed a campionato finito. Io sono stato due anni e debbo dire che è stata l’esperienza più importante della mia carriera. Lo sa che qui a Gorizia mi chiamano il lupo? Quando giochiamo a calcetto tra amici io indosso sempre il completino dell’Avellino. Chi mi conosce sa bene che parlo solo di quel periodo, quello che ho provato da voi non l’ho provato da nessuna parte. Ho ancora un legame fortissimo con la vostra terra, Immagini che il padrino di mio figlio è un avellinese purosangue, il dottor Sergio Cammino”. Una stagione storica, siete arrivati davanti al Lecce in una cavalcata senza sosta. “Siamo stata l’unica squadra al mondo che non ha avuto il premio per la promozione. Abbiamo giocato le ultimi tredici partite vincendo per ben dodici volte ed ottenendo un solo pareggio. Un gruppo straordinario, uomini abituati a soffrire ed avevamo un grande allenatore. Tony Giammarinaro ci diceva sempre che il valore di un calciatore si vedeva la domenica in mezzo al rettangolo da gioco. Un grande uomo che sapeva come trattarci e soprattutto aveva l’abilità di tirare il meglio da ognuno di noi. Quell’anno facemmo anche la finale di coppa di serie C e la perdemmo a Roma contro l’Alessandria. Noi non eravamo favoriti per nulla, tutti davano per vincente il Lecce ma alla fine vincemmo e meritatamente noi. Pensi che collezionammo ventotto vittorie, credo che sia uno se non in assoluto un record ai tempi delle gare a due punti”. Sibilia, il grande presidente. Ci racconti qualcosa che lo riguarda. “Ricordo che andammo a Trapani per la coppa Italia, all’andata raggiungemmo la Sicilia in pullman con la sosta a Cosenza ma al ritorno Sibilia ci disse che ci avrebbe fatto tornare con l’aereo. Ebbene noi pareggiammo, passammo lo stesso il turno ma il presidente, arrabbiatissimo perché voleva che vincessimo, ci voleva far tornare in pullman. Alla fine riuscimmo a partire con l’aereo e solo il magazziniere tornò in pullman per fare compagnia all’autista. Ho saputo che da poco ha compiuto novant’anni. Gli faccia anche se in ritardo i miei più sinceri auguri e lo abbracci forte da parte mia”. La sua gara perfetta? “Con il Cosenza, feci anche l’unico gol di quella stagione. Fu un assist al bacio di Marchesi”. Cosa ricorda con piacere più di ogni altra cosa. “Il finale di stagione, la ciliegina sulla torta di una annata strepitosa. Mi infortunai a due gare dalla fine ed esattamente contro il  Sorrento. Con i rossoblu chiusi la mia stagione ed a Potenza ci andai da semplice tifoso. Ebbene partimmo da Avellino con alcuni amici e con Sergio Cammino, non avevamo nemmeno una bandiera. Non se ne trovava una, vedemmo che una signora ne aveva una esposta sul balcone, gliela chiedemmo e partimmo alla volta di Potenza. Pensi che non si trovava più niente di verde di Avellino. Giunti sul posto non sapevamo dove fosse lo stadio e lo sa come arrivammo? Trovammo delle indicazioni stradali e su tutte c’era scritto ? “Serie B”. Grazie di cuore Zoff. “Grazie a voi che mi avete fatto rivivere quei bei momenti, non si dimentichi la copia del giornale e mi saluti tutti i tifosi dell’Avellino che sono sempre nel mio cuore”. Ancora una volta abbiamo fatto centro. Una vera sorpresa Giorgio Zoff. Umile, disponibile e…emozionabile. A fine intervista ci ha salutati affettuosamente, un uomo del nord con il cuore da lupo, anzi da vero lupo.

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta. Una passione malcelata per la Formula Uno.

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