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Amarcord, Sandro Tovalieri detto il ‘cobra’

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Michele Pisani fbwIntervista di Michele Pisani


I film, almeno quelli di ultima generazione, possono contare su una simpatica innovazione, quella di decidere a proprio piacimento il finale. Una sorte di opzione a seconda dell’umore. Affascinante l’ipotesi di poter decidere come far terminare una storia, il destino dell’attore principale è nelle nostre mani. E’ il caso di dirlo visto che deteniamo il “potere” del telecomando. Allora, pensando bene: perchè non realizzare due prefazioni? Potreste decidere di scegliete di leggere quale più vi affascina. Ci proviamo? Avanti con la prima.

Prefazione 1

L’immaginazione non manca: siete all’interno, parte attiva, di questa scena. Di fronte avete niente meno che un divo del cinema americano come Russell Crown. Siete stati catapultati qualche migliaio di anni indietro. Lo “stargate” è realtà, da questo preciso istante, nel momento che iniziate la vostra lettura, tutto è possibile. Roma ed i gladiatori. Un generale che divenne schiavo, lo schiavo che divenne  gladiatore, il gladiatore che sconfisse un impero. Gli americani? Famosi per le loro “entrate”. Obiettiamo. Oltre agli “orrori” storici, presenti nel film, sul fatto che un gladiatore potesse,  da solo, sconfiggere Roma, storia o fantasia, abbiamo le nostre riserve. Comunque, tornando a noi, ripercorriamo il tempo allorquando i nostri antenati spadroneggiano su tutte le terre conosciute. Il colosseo è senza ombra di dubbio l’opera più grande e magnifica al mondo. Rappresenta la forza, la volontà e la grandezza di un popolo. Possiamo affermare che ai giorni d’oggi sarebbero i vari Olimpico, Meazza e San Paolo ad incutere la stessa paura nell’ avversario di turno? Niente male il paragone. Sempre tornando al film, ricordate l’ingresso di alcuni gladiatori nell’arena più piccola ma sempre affascinante situata, verosimilmente e secondo il copione del film, tra la Spagna ed il Marocco? La “paura” di uno degli schiavi che prima di scendere in campo avvertì un certo disagio e lo fece trasformando la sua agitazione in forma liquida? Ebbene, secondo il nostro interlocutore anche ai tempi dell’ Avellino in massima serie, nel sottopasso del Partenio che portava al campo, gli avversari avvertivano e molto spesso il disagio di entrare in una vera e propria arena. La prefazione è come al solito lunga ma questa volta di certo più affascinante. Almeno lo speriamo. La nostra rubrica è come un figlio, croce e delizia.

Prefazione 2

Anche un solo anno può dischiudere l’uscio che guida alla storia. La sorpresa dell’interlocutore di turno è presto “archiviata” nel momento in cui gli facciamo intendere, senza astrusità alcuna, che Avellino non dimentica. Nel bene e nel male. Anche un solo anno può spalancare le porte dell’eliso. Sandro Tovalieri è “astante” nelle rievocazioni dei numerosi testimoni di un precedente che tarda ad archiviarsi.  Nei loro muscolo cardiaco c’è scavato un solco irrecuperabile. Peccato. Sciaguratamente non si può consegnare una eredità che è stata sperperata dal tempo. Cancellata dalle lancette che hanno segnato, bassamente, il declino calcistico di una città che gonfiava il petto al cospetto delle regine che ancora oggi spartiscono il dominio della competizione più bella e conosciuta al mondo.  Davide contro Golia. I paralleli si sprecano, la volontà di scarabocchiarli un po’ meno. Pena o meno, solo le “rughe” dei meno giovani  garantiscono,  il prezzo da pagare,  la soddisfazione del ripetere, a voce alta: io c’ero.  Poche parole, dritte alla parte vitale. I ricordi. Sandro Tovalieri è colto alla sprovvista.

Intervista

Tovalieri in azione

C’è poco da fare. Sandro Tovalieri è stato un giocatore dell’Avellino per unsolo anno e si stupisce, chiunque al suo posto lo farebbe, allorquando glidiciamo di parlarci di quella esperienza avuta con la maglia biancoverde. Alcobra anticipiamo che curiamo una rubrica con i grandi del passato e lui allo stupore aggiunge anche una dose, consistente, di soddisfazione. “Vi ricordate ancora di me? Ho giocato una sola stagione e tanto tempo fa”. E’ bello sentire che la voce gli tremi, l’emozione lo tradisce. Il cobra ha dei sentimenti, forti e malcelati. Gli si gonfia il petto. Avellino lo ricorda ancora, roba da libro cuore. Prima di addentrarci nei suoi trascorsi ne approfittiamo, una volta tanto, di questa rubrica per esprimere un modesto pensiero a proposito della passione e dell’amore per l’Avellino. Sicuri che la nostra “nota” non riscuoterà il cosiddetto successo popolare, ce ne assumiamo le conseguenze, preferiamo e solo per questa volta che il magnifico diRettore ci consenta una riflessione polemica. Anche noi ricordiamo tutti i giocatori, uno dietro l’ altro. Chi ama questi colori non potrà mai dimenticarli e questo vale, se permettete, anche per chi, come il sottoscritto, vive lontano dal capoluogo irpino. Si può essere tifosi anche a distanza e forse, se ci riflettete, è anche più difficile. Crediamo ci voglia più “coraggio” nel vivere in una città particolare come Napoli e contemporaneamente professarsi tifoso dell’Avellino, ci si sente più orgogliosi, di chi, invece, vive a pochi metri dal Partenio. Sentivamo il dovere di scrivere e di dedicare queste poche aprole a qualche detrattore che giudica con preconcetti datati medioevo. Proviamo a ricordare quella esperienza in maglia biancoverde. Chiediamo al cobra di mettere assieme le sue emozioni. “Avevo poco più di ventuno anni. C’erano tanti campioni in quella squadra, pensa che sfiorammo anche l’accesso in coppa uefa. Un campionato senza patemi, ci togliemmo anceh parecchie soddisfazioni. Mi ritrovai a giocare in Irpinia, in una squadra che si guadagnava il rispetto sul campo ma anche tanta  simpatia. C’erano più di trentamila spettatori, giocare in casa era più facile davanti a quel pubblico eccezionale. Se calcolate quanto fosse grande la città vi renderete conto che ad Avellino allao stadio ci andavano proprio tutti. Dal nonno al nipotino, intere famiglie. Era la parte sana e pulita di un calcio che non c’è più. Ribadisco, ove ce ne fosse ancora bisogno che la mia fu una scelta felice. Ho segnato solo tre reti ed a uan sono legato particolarmente. Mi capitò di realizzarla una al Milan, sono soddisfazioni che non hanno prezzo. Sapere che non sono mai stato dimenticato a distamza di tanti anni mi rende felice”. Perché proprio Avellino? “Era per me una piazza ideale. Il calcio lo si viveva tutta la settimana. Vincere era bello, Giravi in città tra la gente che ti portava in trionfo. sensazioni uniche, che non si possono descrivere. Però se si perdeva…” Cosa succedeva quando si perdeva? “Se malauguratamente non riuscivamo a fare risultato era meglio starsene a casa. I tifosi pretendeva parecchio ed era anche giusto. stare in serie A era un lusso e per poterselo permettere bisognava combattere con il coltello tra i denti”. Le critiche erano forti anche a quei tempi? “ Ad essere sinceri io ho sempre pensato che gli ambienti come Avellino mi avrebbero aiutato a crescere calcisticamente. Le critiche mi hanno sempre stimolato, mi aiutavano a tenere alta la concentrazione”. Sa bene cosa hanno rappresentato i dieci anni di massima serie, un suo pensiero a distanza di tanto tempo. “Sono cosciente del fatto che quegli anni appartengono alla storia dell’Avellino, averci fatto parte è una soddisfazione unica. Il calcio era un elemento di assoluto vanto per gli avellinesi e non posso certo dargli torto”. C’era per lei un rito scaramantico? “Certo. Andare a dormire sempre alla solita ora ed indossare sempre lo stesso pigiama”. Quali gli amici conosciuti in quel periodo ? “Tanti. Ancora adesso mi sento al telefono con molti di loro. Alessandro Bertoni, Franco Colomba, Pasquale Casale, Stefano Colantuono, Vincenzo Romano, Nicola Di Leo ed il grande Dirceu. Fatemelo dire che mi manca tanto Jose, un grande dentro e fuori dal campo”. Una domanda che facciamo a tutti gli ex giocatori, cosa era la “famosa” legge del Partenio ? “Mi ripeto e non faccio fatica in quanto è piacevole riparlarne. Chiunque venisse a giocare al Partenio doveva sudare le proverbiali sette camicie per evitare una figuraccia. Lo sapevano tutte le squadre, anche le più blasonate. Ricordo il volto dei giocatori avversari. Palesavano un certo imbarazzo nell’ascoltare i cori della curva. Quel “lupi-lupi” che arrivava dalla sud faceva accapponare la pelle. Ricordi che custodisco gelosamente”. C’era Sandro Tovalieri, adesso c’è Simone. Da padre in figlio. “Vero anche Simone gioca a calcio e quest’anno è proprio in Campania. E’ un tesserato dell’Aversa ma è di proprietà della Roma”. Lo stesso ruolo del padre? “No. Io ero una punta centrale, Simone gioca come esterno e preferisce farlo a destra”. Bravo come il cobra? “In molti dicono che è più bravo del sottoscritto”.  Se dovesse cercarlo l’Avellino? “Se fosse per me gli direi di accettare e subito. Magari in qualche categoria più consona al blasone dei lupi”. Ci siamo arrivati, cosa ne pensa di questo Avellino che gioca tra i dilettanti? “Un dispiacere enorme. L’Avellino merita di giocare tra i professionisti e per quanto mi riguarda mi farebbe piacere rivedere i biancoverdi in massima serie. Lo dico con l’affetto per una città che mi è restata nel cuore, anche se ho giocato per un solo anno ho dei ricordi piacevolissimi”. Si può serbare un ricordo, coltivarlo anche a distanza di trent’anni.
L’importante è essere sinceri.

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta.

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