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Weisz e gli italiani “brava gente”

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di sienaServizio di Vincenzo Di Siena @riproduzione riservata


“Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito”: così scriveva di lui Enzo Biagi, bolognese e tifoso del Bologna. Arpad fu trovato morto la mattina del 31 gennaio 1944; morì, probabilmente, ucciso dal freddo e dalla fame, lui che aveva un fisico da atleta venne ridotto dagli stenti ad essere uno scheletro, un fantasma. Il resto lo fece la solitudine e la disperazione: non vedeva la moglie e i figli dal giorno della deportazione, un giorno di agosto del ’42. Non poteva sapere, ma forse lo immaginava, che la sua famiglia era già stata sterminata: la moglie Elena e i figli Roberto e Clara erano stati uccisi nelle camere a gas. I piccoli Roberto e Clara avevano solo 12 e 8 anni…
Per capire che fosse questo signore dal nome strano e cosa c’entri col calcio bisogna fare un passo indietro di qualche anno. Arpad Weisz era ungherese nativo della cittadina di Solt, classe 1896; e soprattutto, cosa non secondaria per i tempi, era un figlio di ebrei, quindi giudeo egli stesso. Negli anni ’20 le nazionali del centro Europa, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, rappresentavano il meglio del calcio continentale. Arpad fu un giocatore di medio livello, arrivò anche in nazionale giocando le Olimpiadi del 1924, quando venne notato dal Padova che lo portò nel nostro campionato. Dopo un ottimo campionato tra le fila dei biancoscudati passa all’Inter, che di li a poco avrebbe cambiato nome in Ambrosiana dopo una forzosa fusione con l’U.S. Milanese. Il nome Internazionale ricordava ai gerarchi fascisti l’internazionale comunista. Un grave infortunio interruppe anzitempo la sua carriera, tanto da indurlo ad intraprendere, giovanissimo, la carriera di allenatore. Forse fu come allenatore che diede di più al mondo del calcio. Nel 1930 vinse il primo campionato di Serie A con l’Ambrosiana-Inter, anche se la “storia” l’avrebbe scritta col grande Bologna degli anni ’30 la famosa squadra che “tremare il mondo fa”. Weisz lanciò il grande Giuseppe Meazza, scrisse un manuale sul gioco del calcio (un manuale che ospitava la prefazione di Vittorio Pozzo), fu inoltre l’inventore dei ritiri estivi, preferendo località termali per riuscire a migliorare le qualità atletiche dei suoi calciatori, introdusse il “metodo Chapman”lui che amava allenarsi con la squadra quando i suoi colleghi, in giacca e cravatta, si limitavano a dirigere gli allenamenti. Ma quello era un calcio pionieristico. Nonostante ciò anche i professionisti inglesi del Chelsea dovettero piegarsi al suo Bologna: 4-1 per i rossoblu durante un torneo giocato in occasione dell’esposizione universale di Parigi.
Siamo all’alba degli anni ’40 e anche in Italia, il governo Mussolini decide di adottare le leggi razziali sull’esempio della Germania nazista: si cominciò con la mancata iscrizione del piccolo Roberto a scuola. Si continuò con il licenziamento dal Bologna nel ’38. Oramai l’Italia non era più un paese sicuro; nonostante fosse uno conosciuto, nonostante al vertice della federazione, all’epoca, ci fosse quel Leandro Arpinati, gerarca fascista e tifosissimo del Bologna. Una volta fu coinvolto in una rissa con altri fascisti di Genova e tifosi del Genoa, anzi Genova 1893 come venne ribattezzato il sodalizio ligure. Alcuni presenti raccontarono di un vero e proprio scontro a fuoco tra le due fazioni. Ma ad Arpinati, gerarca modello, non interessava che i colori del suo Bologna furono resi famosi da Weisz, anzi, il fatto che i successi dei felsinei fossero da attribuire ad un ebreo urtava l’elite fascista della “città dotta”; Weisz doveva essere eliminato dalla storia. Ci riuscirono tanto bene che oggi di Arpad si sa pochissimo; di sicuro scappò prima a Parigi e poi in Olanda dove allenò per breve tempo una piccola squadra il Dordrecht, arrivando a vincere contro il grande Feyenoord. Ma anche i Paesi Bassi divennero “collaboratori” così, dopo un periodo vissuto clandestinamente aiutato dal presidente della squadra e da alcuni conoscenti, nell’agosto del ’42. Arpad venne dirottato a Cosel, campo di lavoro, poi “raggiunse” Auschwitz, dove la morte, che già aveva preso la sua famiglia, lo colse dopo sedici mesi di fatiche, stenti, umiliazioni.
27 gennaio, giornata della memoria, per non dimenticare che tutto questo è stato.

Vincenzo di Siena

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Collaboratore del sito www.footballweb.it cura la Casertana

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