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Quando hai avuto il primo contatto col calcio? “Mio padre mi ha trasmesso la passione per il calcio da ragazzino e come tutti i ragazzini nati negli anni 70′ ho avuto il primo approccio giocando all’oratorio. Quando hai capito che poteva diventare un lavoro? “Ho capito che poteva diventare un lavoro quando sono diventato allenatore, perché da giocatore non ho avuto modo di diventare professionista, invece da allenatore mi si è aperta quasi immediatamente la strada del professionismo, dopo 3 anni da istruttore in una scuola calcio, nel 2002 entrai a far parte del settore giovanile dell’Avellino che all’epoca era guidato da Giuseppe Santoro, dopo un anno e mezzo ero nello staff della prima squadra. Lavori per Udinese Academy parlaci di questa esperienza: “Sono approdato all’Udinese Academy grazie alla segnalazione di Riccardo Guffanti che ho avuto modo di conoscere a Coverciano mentre frequentavo il corso per osservatori professionisti. Lavorare nel progetto Udinese Academy, per me che sono allenatore professionista, è stata un’esperienza del tutto nuova, in un ruolo inedito che si sviluppa in campo e fuori. Per riuscire a svolgere il compito assegnatomi ho dovuto studiare tanto e apprendere in poco tempo tutto il necessario, fortunatamente mi sono stati di grande aiuto, il primo anno il coordinatore nazionale Alessandro Dozio e il secondo anno l’attuale direttore generale della Virtus Francavilla (ex responsabile Udinese Academy per la Puglia) Domenico Fracchiolla. Hai giocato in quale squadra ti sei trovato meglio e perché: “Non ho giocato a livello professionistico per cui non considero rilevante il mio percorso da calciatore. Hai allenato varie squadre di quale hai il ricordo migliore? “Il ricordo migliore ce l’ho del Giugliano in c2, una squadra giovane, piena di talento, con tanti giocatori giovani importanti (in tanti sono arrivati in serie a e b), ma principalmente un gruppo di uomini granitico, nonostante la giovane età. Ti racconto un aneddoto, dopo le prime 5 giornate avevamo solo 2 punti, penultimi in classifica e con successivamente una doppia partita in casa, se non avessimo fatto almeno 4 punti saremmo andati a casa, i ragazzi sentirono il peso della responsabilità nei confronti di noi staff tecnico, ma invece di subire tale responsabilità si caricarono, ottenemmo la bellezza di 30 punti nelle successive 12 gare chiudendo il girone d’andata con 32 punti in 17 giornate. Alla fine della stagione chiudemmo al quarto posto con la terza difesa del campionato e il capocannoniere del girone, purtroppo perdemmo il doppio confronto play off con il Gela, ma il ricordo di quella stagione è ancora vivo dentro di me a distanza di 12 anni per il rapporto umano creato con quel gruppo, mi andrebbe di fare dei nomi ma dovrei citare davvero tutti i 23 elementi della rosa, con molti di loro ancora oggi c’è un rapporto di affetto che va oltre il lato sportivo, cosa raramente riscontrabile. Che differenze hai trovato tra allenare e giocare: “Pur non avendo giocato da professionista ho sempre sentito dentro di me la capacità di poter trasmettere delle idee di calcio, per cui sento di poter affermare di essere nato allenatore, la passione e l’amore per questo sport mi portano quotidianamente a ricercare nuove idee da mettere al servizio di chi va in campo al fine di poter far sì che le capacità dei singoli giocatori possano essere messe al servizio della squadra. Raccontaci un aneddoto particolare della tua carriera: “Il 19 dicembre del 2004 con il Giugliano, secondi in classifica, andammo a giocare a Cava de Tirreni contro la Cavese, prima in classifica e a punteggio pieno in casa (aveva ottenuto sette vittorie su sette). La partita era molto sentita da entrambe le tifoserie, la posta in palio era davvero importante. Avevamo preparato la partita nei minimi particolari, curando ogni dettaglio e studiando praticamente ogni situazione di gioco e ogni caratteristica degli avversari. Vincemmo 2 a 0 con una prestazione di livello assoluto, a fine partita dalla gioia scoppiai in lacrime nello spogliatoio, la tensione accumulata durante la settimana era talmente grande che a fine partita fu un’esplosione di gioia autentica. Hai allenato giovani e giocatori formati con chi ti sei trovato meglio? “La metodologia di lavoro fra il settore giovanile e la prima squadra è totalmente differente. Nel settore giovanile si allena prevalentemente il singolo giocatore, per cui, la crescita della squadra avviene attraverso il miglioramento dei singoli, in prima squadra il risultato è determinante per cui è fondamentale allenare il gruppo squadra per fare in modo che tutti i giocatori in campo reagiscano alle varie situazioni di gioco con un pensiero comune. In questo caso attraverso il lavoro di squadra possono crescere anche i singoli. Var, cosa ne pensi: “Penso che la tecnologia in alcuni casi sia d’aiuto (sul goal non goal ad esempio), ma allo stesso modo credo che in altri casi non serva ad evitare polemiche, perché anche chi osserva al video può cadere in errore, inoltre la velocità del gioco reale è completamente diversa da quella percepita ad un replay. Credo sia fondamentale, almeno in Italia, far crescere una cultura sportiva che consenta di accettare le decisioni degli arbitri senza polemiche e soprattutto senza la cultura del sospetto, fenomeno questo tipicamente italiano”.

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