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“L’allenatore con cui non ho proprio legato nella mia storia? Marcello Lippi. Non ho dubbi.Uno con cui non si può ragionare. Almeno quello che ho conosciuto io.
Molti lo immaginano come un uomo cordiale, aperto, discorsivo, con quella faccia alla Paul Newman.
Lo era sì, ma solo quando si vinceva o nessuno gli dava contro.
È fatto così Lippi. L’avete visto in panchina? Parolacce, sputi, veleno.
Con Lippi puoi parlare al massimo quaranta secondi. Dopo di che, se non sei un suo pupillo e non abbassi il capo sbrocca di brutto. Comincia ad alzare la voce, a bestemmiare, non tiene il discorso.
Non sopporta il contraddittorio.
Un paio di volte abbiamo avuto delle grandi discussioni, siamo arrivati a un pelo dallo scontro fisico. Ci hanno divisi, se no erano cazzotti garantiti.
Ci siamo rivisti dopo un sacco di anni allo stadio di Torino, io ero lì per le telecronache di Mediaset.
Baci e abbracci. Un teatrino che più finto non si può.
Lippi allenatore?
Vecchia scuola, niente da insegnare, niente da imparare. Vince il Mondiale, sì, ma andiamo a vedere come lo vince.
Un torneo è una storia a sé, spesso una sequenza di casi fortuiti. Se vai a rivederlo quel Mondiale in Germania, devi riconoscere che ci ritroviamo in finale senza aver incontrato una Nazionale decente, a parte la Germania in semifinale.
La Francia ci stava mettendo sotto sul piano del gioco in quella finale, fino alla pazzia suicida di Zidane.
Lippi non lo ricordo come grande tattico e nemmeno come grande motivatore. I discorsi prima della partita erano sempre gli stessi, le solite cazzate, raccomandazioni generiche e per lo più superflue, attenzione a quel giocatore piuttosto che all’altro.
Sermoncini non diversi da quelli che ascolteremmo se andassimo a giocare stasera un torneo di calcetto dei bar.”
[Sebino Nela]
Fonte: autobiografia “Il vento in faccia”

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