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I vincenti non cercano scuse. E’ vero, Conte?

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Antonio Conte è un allenatore vincente, l’ha dimostrato sempre conquistando trofei anche al suo primo anno alla guida di una squadra, a differenza di quei tecnici che godono di anni di transizione, manco fossero dei neofiti alle prime armi. Però, dopo la gara di Dortmund, ha espresso delle dichiarazioni in conferenza stampa che afferiscono al profilo di un tecnico perdente. La sua Inter sembrava spadroneggiare al Signal Iduna Park di Dortmund, tant’è che ha chiuso il primo tempo in vantaggio di due reti. Si sapeva che nella ripresa ci sarebbe stato da soffrire, ma le squadre contiane sanno farlo, lo stato mentale era favorevole per difendere due gol di vantaggio, invece è stato un tracollo. Da 0-2 a 3-2, nei secondi 45′ di gioco, il Borussia Dortmund ha preso il sopravvento come un ciclone ribaltando il risultato e denunciando tutti i limiti di questa Inter ruggente in campionato ma arrancante in Europa.

A fine gara, Conte si è presentato comprensibilmente scuro in volto ai microfoni della stampa, ciò che è meno comprensibile è stato l’attacco alla dirigenza, rea di esporsi troppo poco e di non avergli messo a disposizione una rosa adeguata per essere competitiva su più fronti. Eh no, questi alibi non fanno parte della mentalità di un uomo vincente, la sua Inter ha retto per un tempo per poi crollare, e Conte che fa? Tuona contro la società deresponsabilizzandosi, come a voler dire “io faccio quello che posso, le colpe non sono mie”. E’ vero che Conte sta facendo quello che può, la sua caratteristica è trarre il meglio da tutti gli elementi che ha a disposizione, ma se si dilapida un vantaggio di due gol, sarebbe anche il caso di recitare un mea culpa. E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, l’eccellere in una competizione e il pagare dazio in un’altra è sempre stato il tallone d’Achille di Conte, scagliarsi contro la società è disonesto intellettualmente. Quando si perde, i condottieri vincenti non trovano mai una scusa, la prima cosa che fanno è ammettere di aver perso, poi si analizzano cause, motivi e conseguenze.

A questo punto, viene naturale pensare a quello che avrebbe detto il tecnico salentino nel caso la sua squadra fosse uscita indenne dal catino tedesco. Avrebbe esaltato l’impresa di un gruppo stoico? Probabilmente sì, mentre l’Inter nel secondo tempo è sparita dal campo e, a quel punto, non gli restava altro da fare che spostare l’attenzione non su qualche sua manchevolezza, bensì sugli errori della dirigenza. Tra Conte e Ancelotti ci sarà pure una bella differenza, dal momento che il primo rende forsennate e tarantolate le sue squadre, mentre il secondo compassate e soporifere, ma bisogna dire anche altro. Ancelotti, dopo il deludentissimo pareggio del Napoli in casa della Spal in una gara che avrebbe potuto permettere alla sua squadra di accorciare proprio su Juve e Inter, ha glissato sull’episodio del presunto rigore, convalidato e poi annullato dal Var, che poteva determinare una sorte diversa di quella partita.

Era proprio difficile pretenderne il silenzio anche dopo le topiche arbitrali – chiamiamole così – della gara contro l’Atalanta. Forse si può dire che in quegli otto minuti finali le squadre di Conte sarebbero andate all’assalto della vittoria anziché fermarsi con la scusa che non c’era serenità, ma questo è un altro discorso. Se Conte è un vincente, e ha dimostrato di esserlo e lo sta facendo ancora alla luce del rendimento in campionato dell’Inter, allora non può accampare scuse dopo le sconfitte. Dopo uno sfogo simile, si ha la sensazione che il tecnico nerazzurro voglia adottare il metodo più furbo: prendersi i meriti nel caso in cui la squadra dovesse fare grandi cose (“avete visto cosa sono riuscito a fare nonostante l’organico ridotto?”) e addebitare le colpe alla dirigenza se si complicano. Come successo a Dortmund, dove tutto sembrava perfetto prima del patatrac.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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