14 Luglio 2024
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Gli ex del calcio: Angelo Colombo, un brianzolo emigrato al Sud

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Intervista di Michele Pisani @riproduzione riservata

Quarantacinque minuti al telefono. Ci siamo detti tutto o quasi. Angelo Colombo serba un ricordo indelebile della sua stagione in biancoverde. Ricordava tante cose ma non la più importante. La dico adesso? No, vi tocca leggere tutta l’intervista. Nato a Mezzago, in Brianza, nel 1961 ha iniziato la sua carriera proprio nel Monza, poi Avellino, Udinese, Bari e Milan con una frugale apparizione in Australia con il Marconi Stallions una squadra fondata dalla comunità italiana a Sydney. Il resoconto dell’esperienza con la maglia dell’Avellino è da considerarsi assolutamente positiva. Trenta presenze di cui ben ventinove da titolare. Una gara da subentrante con una storica rete all’ottantaquattresimo contro il Verona campione d’Italia. “Ricordo che giocammo a Como, su un campo ghiacciato. Un leggero infortunio mi tenne fuori dalla formazione inziale, il resto appartiene alla storia di quella, straordinaria, stagione”. Come dargli torto. L’anno (calcistico) era il 1984-85. Una delle migliori rose di sempre, un centrocampo tra i più forti della massima serie. Il nostro interlocutore non è d’accordo. “Non esagerare con i complimenti Michele. Una buona squadra, raggiungemmo la salvezza con largo anticipo e per una città come Avellino che vive di calcio era come uno scudetto”. Tutto qui? Proviamo a ricordare le seconde linee (come si diceva ed erroneamente agli albori di questo sport): Fernando De Napoli, Angelo Alessio, Pasquale Casale, Franco Colomba, Angelo Colombo, Marco Pecoraro Scanio e Gian Pietro Tagliaferri. “In effetti non posso darti torto, eravamo completi in ogni reparto. Che classe il compianto Tagliaferri con Gian Pietro ci siamo ritrovati ad Udine, in quegli anni la compagine bianconera era una sorta di filiale dell’Avellino. Poi c’era Franco Colomba uno che sapeva sempre come gestire un pallone, Nando De Napoli, tutti sappiamo la sua carriera e un giovane Alessio che poi è approdato alla Juventus. Bravo anche Pecoraro Scanio e ricordo con piacere anche Pasquale Casale, uno tosto che aveva una grinta incredibile”. Allora? Ho ragione? “Va bene, diciamo che non hai torto”.


Caro Angelo in quella stagione sei stato il calciatore più importante visto che hai raccolto il maggior numero di presenze (trenta) e di reti (sei). “Non credo, Ramon Diaz in quell’anno andò a segno spessissimo”. Mentre siamo al telefono verifichiamo e notiamo che Diaz va in gol solo cinque volte. Colombo è soddisfatto ma vuole verificare. Giusto. Partiamo dall’inizio, ci siamo scaldati abbastanza. Come prendesti la notizia di un tuo trasferimento in biancoverde? “Premesso che avevo sempre e solo giocato nel Monza, accettai con entusiasmo. Era la mia prima esperienza in serie A, dissi che sarei andato anche a piedi ad Avellino. Marino venne a Monza a vedere un attaccante, Loris Pradella poi la società virò su di me. Una stagione indimenticabile sotto tutti i punti di vista, avrei voluto continuare ma la il Monza mi girò all’Udinese”. C’è qualcosa che ricordi con meno piacere di quell’esperienza? “Assolutamente no. Andò tutto bene, una squadra ben assortita con tanti campioni”. Chi ricordi di quella esperienza? “Tre bravi portieri, Amato, Coccia e Paradisi, difensori forti come Vullo, Zandonà, Ferroni, Amodio, Garuti Lucarelli e Murelli, in avanti Barbadillo e Diaz con Faccini, del centrocampo ne abbiamo parlato. Ti ripeto, una squadra completa in tutti i reparti”. Non ci resta che l’allenatore. “Ecco, parliamo anche di Angelillo. Una persona straordinaria, quanti duetti con Diaz, entrambi argentini. Angelillo aveva il record delle reti nel massimo campionato con l’Inter, uno carismatico ma anche molto preparato.”. Sei gol, tanti per un centrocampista alla prima esperienza in massima serie. “Ricordo che dopo alcune giornate la classifica marcatori vedeva un mito come Maradona al primo posto e a seguire un certo Angelo Colombo. Ho ancora davanti agli occhi quella grafica”. Ricordi a chi facesti gol? “Ci provo, due reti all’Udinese, una al Verona poi Ascoli, Atalanta e Cremonese”. Esame superato, andiamo avanti. Non può mancare la rete contro il Verona, il tuo piatto forte. “Lo sai che i tifosi si prodigarono per spalare la neve? Una cosa del genere poteva accadere solo ad Avellino. Erano persone fantastiche, innamorate di una squadra e di una maglia. Potrei mai dimenticare una vittoria così importante con un gol tra i più belli mai fatti dal sottoscritto”.


Siamo alla domanda di rito, un classico. La legge del Partenio. “Tutto vero, l’Avellino aveva una tifoseria straordinaria, una delle migliori della massima serie. In tanti anni di carriera non ho mai visto una cosa del genere, stadio sempre pieno. Al Partenio tutti venivano per non perdere, avevamo il classico dodicesimo uomo in campo. Lo stadio era una polveriera, quando cantavano e ballavano tremava tutta la struttura. Mi vengono i brividi solo al ricordo”. Perché i giocatori degli anni ottanta sono impressi nella mente dei tifosi, anche dei più giovani. Hai una spiegazione? “In quegli anni giocavano sempre gli stessi, adesso una squadra ha anche trenta e più elementi. Mercato sempre aperto e i giocatori fanno apparizioni frugali senza lasciare il segno”. Hai parlato dei campioni dell’Avellino, quanti ne hai incrociati in quell’anno? “In primis Maradona, per me il più forte in assoluto, poi Platinì, Rummenigge e tanti altri ancora. In quegli anni il calcio italiano era ai vertici”. Un aneddoto divertente. “Qualche anno fa, in Brianza, ad un posto di blocco dei poliziotti mi chiesero i documenti. Patente e libretto, un classico. Dopo un po’ arriva uno dei poliziotti, il più giovane, mi chiede se sono Angelo Colombo il calciatore, gli rispondo di sì e lui mi dice che è un tifoso dell’Avellino e che non dimenticherà mai il gol contro il Verona. Che dire, sono soddisfazioni”. Se ti parlo di un cane, esattamente del pastore tedesco a cosa pensi? “Non mi è nuova come cosa ma non riesco a ricordare”. È il 27 gennaio, 17’ esima giornata, ad Avellino arriva l’Inter. Tempo da Lupi, il campo è pesante, a stento si sta in piedi, ad un certo punto arriva un pastore tedesco che rincorre la palla tra lo stupore dei giocatori e della terna arbitrale. “Sì, vero. Adesso mi sovviene. Giustamente ad Avellino i Lupi erano in campo, sugli spalti e tutti, cani compresi, tifavano per quei magnifici colori”. Siamo in chiusura cosa manca? “I saluti. Auguro all’Avellino di vincere il campionato e tornare dove merita ovvero in massima serie. Cinque vittorie consecutive, le cose stanno grado per il verso giusto. Avanti tutta Lupi. Chiudo dicendoti una cosa, una volta che indossi quella maglia resti un Lupo per tutta la vita”. Vi basta? Anche questa è fatta. Non perdeteci di vista, potreste pentirvene. Il vero amarcord è solo uno.

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta. Una passione malcelata per la Formula Uno.

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