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Gigi Simoni, il vero leader calmo

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

È venuto a mancare venerdì 22 maggio, all’età di 81 anni, un grandissimo tecnico che ha dato tanto al calcio italiano come Gigi Simoni. Ovunque abbia lavorato si è fatto apprezzare anche per le qualità umane, per i rapporti interpersonali che riusciva ad intessere con i giocatori, anche nelle situazioni più difficili aveva la capacità di mantenere l’unione in un gruppo. Il libro “Simoni si nasce” racconta tutta la sua storia, insieme a tantissime testimonianze di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo apprezzandone sia il lato professionale che quello umano. Il tecnico di Crevalcore si contraddistingueva per uno stile sempre pacato e moderato, per una innata signorilità, per un amore smisurato che lo animava in tutto ciò che faceva. La vita non sempre è stata tenera con lui riservandogli il dolore più grande che possa subire una persona: la perdita di un figlio. Successe proprio dopo uno dei momenti più belli. Con la prima moglie ha avuto quattro figli (Adriano, Fiamma, Cecilia e Maria Saide), poi il vero amore l’ha trovato incontrando Monica, innamoratasi di lui “per il mio carisma e il mio equilibrio”. Con Monica è stato amore vero e immediato, un amore che si può definire adulto, maturo e che non ha impedito loro di provare a coronarlo con il frutto più bello come la nascita di un figlio. L’hanno desiderato fortemente e, a 60 anni, Gigi Simoni è diventato papà per la quinta volta per la venuta al mondo di Leonardo.

Era allenatore del Piacenza, dopo l’esperienza sulla panchina dell’Inter, il pubblico di San Siro gli tributò una grande ovazione quando tornò la prima volta da ex, accoglienza che si riserva a chi lascia veramente il segno in un ambiente. Stava avendo tutto dalla vita il tecnico emiliano, sia in ambito affettivo che lavorativo, dopo gli impegni professionali doveva pensare solo a cullare il piccolo Leonardo quando gli arrivò la peggiore notizia che possa raggiungere un padre: suo figlio Adriano era in fin di vita dopo un incidente. Non ci fu niente da fare, in quel momento gli crollò il mondo addosso, basta un secondo e la vita di una persona può essere stravolta. Ma anche alla prova più devastante seppe reagire con un indomito temperamento, quello che appartiene ai grandi uomini che non si fanno schiacciare dall’abbattimento, lo subiscono per poi ritornare a vivere, pur sapendo che quel dolore non andrà mai più via. Sia da giocatore che da allenatore ha vissuto annate straordinarie, addirittura memorabili. Giocava nel ruolo di ala destra e fece parte del Napoli di Bruno Pesaola che, da squadra di serie B, si spinse a vincere la Coppa Italia, un record che non è stato ancora battuto in Italia, poi gli azzurri del Petisso vinsero anche il campionato ritornando in massima serie.

Fece parte di quel Mantova straordinario di Edmondo Fabbri, il tecnico entrato nella storia dei virgiliani per averli portato in quattro anni dalla serie D alla A. Mondino è stato l’allenatore che più ha inciso nell’animo di Simoni, che ha avuto altre guide sagge e autorevoli. Si pensi a Fulvio Bernardini, con cui mosse i primi passi a Firenze, un tecnico ribattezzato Il Dottore per la sua laurea in Scienze Economiche e che vinse lo scudetto, non con le cosiddette big, bensì con squadre come Bologna e Fiorentina. Una delle avventure più importanti è stata quella col Torino, tre anni magici con la squadra del suo cuore. Sì, perché il suo cuore batteva per il Toro, successe quando il padre, tifoso del Bologna, lo portò la prima volta allo stadio con i felsinei che ospitarono il Grande Torino. Quella squadra formidabile uscì sconfitta in quella partita, ma per quel bambino nato in provincia di Bologna fu amore a prima vista, il granata gli era entrato dentro. Che dolore quando venne a sapere dal parroco della tragedia di Superga, e che onore quando fu voluto da Nereo Rocco per indossare quei colori che avrebbe onorato con tutto se stesso. Stagioni fantastiche nella città della Mole, lui da ala destra mentre l’ala sinistra era un certo Gigi Meroni, fecero faville “I Luigi d’oro”, tant’è che entrambi entrarono nel mirino della Juventus. Il club bianconero voleva i due Luigi, ma il Toro decise di privarsi prima di uno e poi dell’altro. Fu Simoni il primo ad approdare alla corte di Madama, l’anno successivo sarebbe stato il turno di Meroni prima che fosse investito da un’auto perdendo la vita tragicamente.

Simoni chiuse la carriera al Genoa, era il 1974, quando la Lazio di Maestrelli, a sorpresa, vinse il campionato. Nella stagione successiva, a guidare la squadra rossoblu c’era Guido Vincenzi, ma le cose andavano male, così il direttore tecnico, Arturo Silvestri, propose il giovane Simoni per la successione. A 36 anni, alla guida del Genoa in serie B, iniziò la carriera da allenatore di Gigi Simoni. La prima partita nella sua nuova veste fu quella contro l’Avellino (1-1 il risultato) il 9 febbraio 1975. Dopo aver traghettato la squadra fino a fine stagione, l’anno successivo subito dimostrò il proprio valore conquistando la promozione in A. Era uno spogliatoio un po’ spaccato, con un blocco di esperti e l’altro di giovani, e non è facile per chi ha esperienza ritrovarsi in squadra dei ventenni predestinati come Bruno Conti e Roberto Pruzzo. Nonostante quelle divisioni, Simoni riuscì a trovare una compattezza permettendo a quella squadra di vivere una stagione da protagonista culminata con il salto di categoria. La seconda promozione la ottenne alla guida del Brescia, portato in serie A al suo secondo anno con le rondinelle, poi il ritorno a Marassi. A gran voce, il pubblico genoano ne invocava il ritorno per centrare di nuovo il salto nel massimo campionato italiano. Obiettivo raggiunto.

A quel punto accettò la sfida del Pisa di un vulcanico presidente come Romeo Anconetani. Nel mirino c’era la serie A, quella era una vera e propria corazzata e così arrivò la quarta promozione per quel tecnico che ormai era diventato un esperto nel portare le squadre nel palcoscenico più ambito. Alla sua porta bussò la Lazio di patron Chinaglia, difficile restare insensibile al fascino di quella squadra che un decennio prima si era laureata campione d’Italia. Long John voleva rinverdire quei fasti e puntò tutto su Simoni che, per la prima volta, firmò un biennale, lui che era sempre abituato a firmare un anno di contratto. Partì benissimo quella Lazio, accreditata per ritornare subito in massima serie, poi tutti i finanziatori si dileguarono. Chinaglia restò da solo, i giocatori non venivano più pagati minacciando ammutinamenti vari. È sufficiente raccontare un episodio per capire quanta tensione covasse nell’ambiente capitolino. Dopo una partita all’Olimpico col Vicenza, il portiere Malgioglio, già inviso alla tifoseria per il suo passato con la Roma, fu autore di due papere clamorose che costarono la sconfitta contrariando ulteriormente i tifosi biancocelesti che gli rivolsero parole pesanti. La sua reazione fu quella di togliersi la maglia, sputarci sopra e gettarla a terra, un affronto imperdonabile per quei tifosi che non accettarono neanche le scuse, tant’è che Malgioglio fu costretto a lasciare la Capitale.

In quella situazione, Simoni decise di non abbandonare la barca alla deriva conducendo comunque la squadra fino a fine campionato con i tifosi che lo acclamarono come salvatore della patria dedicandogli un eloquente striscione: “Non ci hai dato la serie A, ma ci hai dato il cuore”. Rinunciò all’altro anno di contratto per accasarsi di nuovo al Pisa, retrocesso nuovamente in cadetteria ma ripescato. Fu allestita la squadra per il massimo campionato, prima che cambiassero di nuovo le carte in tavola, i nerazzurri avrebbero affrontato la B. Fu un problema perché “quando dici ai giocatori che devono fare la serie A e si ritrovano in B non è mai facile”. In fretta e furia fu cambiata la squadra, una situazione diversa rispetto a due anni prima quando si ebbe il tempo di allestire un organico competitivo per il salto. Quando Simoni ritornò a Roma, il pubblico laziale gli riservò una standing ovation, pur in un anno pieno di vicissitudini riuscì ad entrare nei cuori di quella gente. Quel Pisa lo vinse il campionato e quinta promozione per Simoni. La terza avventura al Genoa non si rivelò felice, così come quelle ad Empoli e Cosenza, fu una fase difficile della sua carriera, qualcosa non andava più per il verso giusto. Per rilanciarsi scese addirittura in C1 per insediarsi alla guida della Carrarese. Accetto di guidare i marmiferi che si avviavano alla retrocessione e manco lui riuscì ad evitarla, ma l’anno successivo li traghettò di nuovo dove li aveva rilevati.

Suonarono le sirene della Cremonese per lui, anche la società grigiorossa aveva il sogno di approdare in A. Primo anno e si volò tra le grandi italiane, ma non fu solo quello perché le squadre della cadetteria partecipavano al torneo Anglo-Italiano e gli uomini di Simoni arrivarono a giocarsi la finale contro il Derby Country. Nel tempio di Wembley, la Cremonese si impose per 3-1 portando a casa un trofeo comunque prestigioso, ormai per quella tifoseria era un totem, un idolo da venerare. Anche perché la Cremonese diventò una bella realtà della serie A, un avversario ostico per tutti, anche per quelle di vertice, come la Juventus che, citando testuale le parole del libro, “godeva di una certa benevolenza da parte della classe arbitrale”. Il fatto è che lo stesso Simoni sarebbe stato vittima di quel sistema qualche anno dopo. Chiusa la parentesi a Cremona, arrivò l’occasione della vita a Napoli. Mostruoso il girone d’andata, con gli azzurri addirittura in lotta per la leadership, ma le vere imprese arrivarono in Coppa Italia, evidentemente, considerando anche cosa fece da calciatore del Napoli nella medesima competizione, voleva mantenere la tradizione anche in un’altra veste. Eliminò la Lazio ai quarti e l’Inter in semifinale, proprio in quel periodo arrivò la chiamata di Moratti. Il tecnico informò Ferlaino, patron del club partenopeo, che ne apprezzò l’onestà. Gli disse che l’Inter faceva sul serio e chiese un biennale al Napoli, non trovando soddisfacimento alla sua richiesta, si accordò con i nerazzurri e, a quel punto, Ferlaino lo esonerò impedendogli anche di guidare la squadra nella doppia finale con il Vicenza.

Era la stagione 1997-1998, quando arrivò a Milano, sponda Inter, ponendosi ai ponti di comando di una squadra molto forte nella quale rifulgeva la stella di Ronaldo il Fenomeno. Entrò subito in empatia con tutta la squadra, aveva un rapporto speciale con ogni singolo giocatore, in particolare con West arrivando a chiamare Taribo il suo cane. La squadra aveva un ottimo rendimento sia in campionato che in Coppa Uefa. Per il primato in campionato fu una volata con la Juventus, sconfitta a Milano nello scontro diretto nel girone d’andata. Al ritorno, al Delle Alpi, era la quart’ultima giornata. I bianconeri avevano un punto di vantaggio, i nerazzurri puntavano al blitz per avvicinarsi al tricolore. Segnò Del Piero nel primo tempo, mentre nella ripresa avvenne l’episodio che ancora fa discutere e non ci si spiega come mai l’arbitro non abbia fischiato quel rigore su Ronaldo per un evidente placcaggio di Iuliano e, nel ribaltamento di fronte, l’arbitro assegnò addirittura un rigore ai bianconeri. Ma in quell’azione i giocatori nerazzurri erano tutti verso l’arbitro, anche Simoni entrò in campo, mai come quella volta perse la pazienza, era troppo anche per uno sempre misurato e composto come lui. “Si vergogni”, queste le sue parole rivolte al direttore di gara, niente di più e niente di meno, neanche frasi esagerate, solo ciò che non avrebbe potuto fare a meno di dirgli. Fu molto più diretto l’avvocato Peppino Prisco, vice-presidente dell’Inter, che prima del match, disse: “Speriamo che l’arbitro sia daltonico”.

Poche settimane dopo, al Parco dei Principi di Parigi, nella finale tutta italiana tra Inter e Lazio, i nerazzurri si imposero con un netto 3-0 regalando il primo trofeo al presidente Moratti. Nella stagione successiva, fece discutere l’esonero del tecnico di Crevalcore, la sua Inter travolse 3-1 il Real Madrid in Champions. Simoni andò a Coverciano per esprimere il suo voto sulla panchina d’oro, stava andando via quando gli dissero che era stato lui ad aggiudicarsi il premio. Non se l’aspettava, chiamò la moglie Monica per festeggiare, poi gli arrivò una clamorosa notizia: la società l’aveva esonerato. A distanza di anni, Moratti ammise l’errore per una decisione che anche all’epoca apparve incomprensibile, ma il tecnico non alimentò mai un rancore verso quel presidente che poi gli espresse tutta la riconoscenza per quanto fatto durante il suo interregno a Milano. Quando accettò l’offerta del Piacenza, il suo anno fu funestato dalla ferale notizia dell’incidente del figlio, da quel momento la sua migliore stagione fu quella ad Ancona, coronata con l’approdo in A della compagine marchigiana.

Era la sua ottava perla, poi un altro campionato lo vinse da direttore tecnico al Gubbio, finendo per ricoprire anche la carica di presidente della Cremonese, in quella piazza che non lo aveva mai dimenticato. È una storia immensa la vita di Gigi Simoni, tante sono le testimonianze emozionanti di chi ha lavorato con lui, come quella di Bruno Conti per il quale “non basta essere tecnici preparati per insegnare la tattica e la tecnica, serve costruire un rapporto umano”. Ecco, i rapporti umani vengono prima di ogni altra cosa, è dalla loro qualità che poi nascono anche grandi risultati. Quelli che Gigi Simoni ha ottenuto nella sua carriera, senza mai guidare corazzate, a parte quella Inter con la quale vinse una Coppa Uefa e sullo scudetto meglio stendere un velo pietoso, si aggiudicò comunque la panchina d’oro e in Champions la sua squadra ruggì contro il Real Madrid. Solo una volta perse il suo aplomb (ma l’avrebbe perso anche un santo), per il resto si è sempre contraddistinto per equilibrio e pacatezza, da vero leader calmo.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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