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Brasile 1950, quella finale diventata bollettino di guerra

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Nel calcio non esistono risultati scontati, ma quella finale sembrava avere un esito già scritto. Erano i mondiali brasiliani del 1950, al Maracanà era tutto pronto per la finale tra il Brasile e l’Uruguay. C’era un paese intero in festa, erano state stampate le magliette con la scritta “Brasil campeao 1950” per celebrare la vittoria, tutto era pronto, bisognava solo attendere il via per i festeggiamenti. Il Brasile di mister Costa era sicuro della vittoria, sul rettangolo di gioco sarebbe stata una formalità, l’Uruguay non aveva scampo, era condannato ad essere divorato dalle fauci dei campioni brasiliani. Anche i giornali ormai già celebravano il Brasile che per la prima volta si apprestava a festeggiare la vittoria di quel prestigioso trofeo, tra l’altro con la propria gente, come aveva fatto proprio l’Uruguay all’esordio il ’30 e l’Italia nel ’34, poi gli azzurri avrebbero bissato la vittoria quattro anni dopo in Francia.

Ora era arrivato il turno del Brasile, dello strepitoso Brasile che avrebbe dovuto fare un sol boccone della malcapitata Celeste. Troppo forte la nazionale carioca per essere impensierita, ma era proprio il clima che non avrebbe mai lasciato immaginare un colpo di scena, poteva addirittura far sorgere dei sospetti quell’euforia prima ancora che le due squadre scendessero in campo. Non era proprio presa in considerazione l’ipotesi che gli uomini di Fontana potessero prevalere, quella finale doveva terminare con un solo vincitore e sarebbe stato il Brasile. È anche sbagliato dire che si aspettava di festeggiare, la festa era già iniziata per le strade di Rio de Janeiro, ciò che si aspettava era solo il triplice fischio dell’arbitro per prolungare quell’ebbrezza. Il Brasile aveva travolto 7-1 la Svezia e 6-1 la Spagna, per la formula vigente in quell’anno, in finale poteva bastare anche il pareggio per laurearsi campione del mondo. Il Maracanà era gremito, traboccava di entusiasmo, anche se il primo tempo si chiuse sorprendentemente a reti inviolate.

Ma c’era la convinzione che prima o poi la Seleçao avrebbe sbloccato il risultato e, perché no, anche dilagato. Ad inizio ripresa, come da copione, arrivò il vantaggio di Friaça, estasi pura sulle gradinate di quel tempio del calcio, ribolliva una irrefrenabile passione. Nonostante quell’ambiente così ostile, l’Uruguay non si diede mai per vinto e, a testa bassa, provò a reagire per cambiare il corso degli eventi. Ci si stava avviando verso il 70’ quando Schiaffino gelò lo stadio. 1-1, e quel gol proprio non era contemplato. Era quasi un rischio, perché avrebbe potuto suscitare e far deflagrare così tanto la rabbia del Brasile che l’Uruguay poteva esporsi a una di quelle umiliazioni che non si dimenticano più. In realtà, ci si poteva anche accontentare di quel risultato, ma il Brasile voleva dimostrare tutto il proprio strapotere e regalare la gioia di una netta vittoria a quel paese in visibilio. L’Uruguay resisteva con grande tenacia e, a dieci minuti dalla fine, si materializzò il clamoroso. Ghiggia avanzò sulla destra e fece partire un tiro velenoso che giustiziò Barbosa, non impeccabile nell’occasione, facendo piombare il silenzio su tutto lo stadio.

Il Brasile non riuscì più a riaversi, la mente ormai era annebbiata, neanche nel peggiore degli incubi si poteva pensare a quello scenario, sembrava tutto così surreale. L’Uruguay, in silenzio e senza proclami, alzò la Coppa del Mondo al Maracanà mentre sugli spalti c’era chi si suicidava e chi perdeva la vita non riuscendo a reggere quel dolore. Fu un bollettino di guerra: 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco. Tante le depressioni diagnosticate da quella partita in poi, come se la mente non fosse mai riuscita ad elaborare quella sorta di lutto. Infatti, furono proclamati tre giorni di lutto nazionale, non fu solo una tragedia sportiva visto che tantissime persone ci rimisero la vita, neanche fiumi di lacrime riuscirono ad attenuare quel dolore inspiegabile. Come se il domani non avesse più senso, ci si preparava a festeggiare, sapere che lo avrebbero fatto gli altri al proprio posto era una ferita che mai si sarebbe potuta rimarginare per quei brasiliani.

Il calcio in Brasile era una ragione di vita, soccombere ad un passo dal traguardo è stato intollerabile per l’amor proprio di un popolo che aveva riposto tutte le speranze di gloria in quella nazionale. Per questo, la gente ha condannato il portiere Barbosa alla damnatio memoriae, per i brasiliani, anche a distanza di anni, era rimasto sempre l’uomo che aveva fatto piangere tutto il Brasile. Del resto, un capro espiatorio bisognava pur trovarlo, contro qualcuno ci si doveva scagliare nell’illusione di mitigare una sconfitta che non è stata mai rimarginata. Il “Maracanazo” resta una pagina di calcio che i brasiliani non avrebbero mai voluto vivere, per voltare pagina si decise di non indossare più la maglia bianca con colletto blu per passare a quella verdeoro, tutto pur di resettare il passato e pensare al futuro.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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