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Berna 1954, storia di una pazza finale

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Tra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ‘50 del secolo scorso, la Nazionale più forte, quella da battere, era sicuramente l’Ungheria. Capitan Puskàs e compagni erano delle vere e proprie belve, dei cannibali che sul rettangolo di gioco divoravano tutto e tutti senza pietà. La loro forza non era tanto l’intensità, bensì la qualità del gioco, l’affiatamento del gruppo, una organizzazione tattica ai limiti della perfezione. L’artefice era mister Guzstàv Sebes, il Ct della Nazionale magiara, nonché viceministro dello Sport. Spiccava per competenza e per la capacità di trarre il massimo dai suoi giocatori, tant’è che fu sua l’intuizione di trasformare Hidegkuti da ala destra a centravanti, era convinto che in quel ruolo avrebbe favorito anche la forza esplosiva delle mezz’ali, Puskàs e Kocsis, ma c’era un problema: non sempre riusciva a reggere la tensione. Così, in una partita che precedette le Olimpiadi del ’52, non erano previsti stravolgimenti nella formazione e, al centro dell’attacco, doveva giocare come sempre Palotàs. Mister Sebes non potette seguire la squadra ma lasciò una busta al suo vice raccomandandogli di aprirla solo negli spogliatoi.

All’interno della lettera c’era scritto: “Hidegkuti centravanti” e il diretto interessato fu chiamato dalla tribuna e, in fretta e furia, gli fu spiegato che doveva giocare e cambiare collocazione in campo. Risultato? Doppietta per lui e prestazione da applausi. Il merito di quell’esordio sbalorditivo da punta centrale fu dovuto al fatto di esserne rimasto all’oscuro, se ne fosse stato al corrente ci avrebbe pensato all’infinito e il suo rendimento ne avrebbe risentito. Invece, non avendo avuto tempo di pensarci e convinto addirittura di non giocare, riposò tranquillamente e, quando fu mandato in campo quasi senza rendersene conto, lasciò che l’istinto liberasse la sua creatività e il suo talento. E fu così che divenne una pedina fondamentale dello scacchiere perfetto di Sebes, ma la stella era sempre Puskàs, un predestinato, una forza della natura, un flagello per le difese avversarie. Quell’Ungheria attingeva tantissimo dalla squadra locale dell’Honvéd, la prediletta del regime comunista, il cui allenatore, Jenò Kalmàr, poteva contare sui migliori allenatori che poi facevano le fortune anche della loro nazionale, in effetti una Honvéd 2.

Per gli ungheresi, oppressi da un regime comunista che riduceva la popolazione alla miseria e obbligava alla fedeltà al Partito, il calcio era una grande valvola di sfogo e anche per il regime uno strumento di propaganda. L’Ungheria dimostrò tutta la propria forza nelle Olimpiadi del ’52 in Finlandia battendo in finale la forte Jugoslavia, nelle cui file annoverava un certo Vujadin Boskov. Prima della gara, mister Sebes ricevette una telefonata di “incoraggiamento” dal primo ministro, Màtyàs Ràkosi, che si congedò così: “Sappia che una sconfitta non sarà tollerata”. Quell’Ungheria, che ormai tutti chiamava l’Aranycsapat (la squadra d’oro), era entrata nei cuori di una popolazione intera, per la quale rappresentava anche una forma di riscatto per l’oppressione a cui era sottoposta. Ma ci sarebbero tanti altri episodi a conferma dello strapotere devastante di quella Ungheria. Nel 1953 fu la gara Italia-Ungheria ad inaugurare lo stadio Olimpico di Roma, in tribuna c’erano tutte le autorità tra cui il presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, e un giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, un certo Giulio Andreotti. Per la Nazionale Italiana sarebbe stato già abbastanza onorevole salvare la faccia, lo 0-3 finale, per alcuni aspetti, fu accettabile dal momento che si temeva l’imbarcata. 

Intanto, con la morte di Stalin, si dimise il premier Ràkosi, uomo fedele all’Unione Sovietica, e il potere passò nelle mani di Imre Nagy. Un altro episodio per capire quanto fosse una macchina da guerra quella Nazionale è relativo alla doppia sfida con l’Inghilterra. In terra britannica si consideravano superiori per aver inventato il calcio e, davanti a 100mila persone a Wembley, volevano dimostrarlo ridimensionando quell’Ungheria che tanto faceva parlare di sé. Finì 3-6, partita senza storia, gli inglesi chiesero una rivincita da giocare a Budapest e non l’avessero mai fatto: 7-1. Alla vigilia dei Mondiali del 1954 in Svizzera, l’Ungheria, imbattuta da quattro anni, ci arrivò da grande favorita. Non si risparmiò all’inizio schiantando la Corea del Nord con un 9-0 e anche la Germania Ovest se la passò brutta con un 8-3, ma qui si registrò un episodio forse addirittura decisivo. Data la superiorità schiacciante, Puskàs si mise a fare accademia con giocate irriverenti quanto irridenti e Liebrich, indispettito, gli fratturò la caviglia. Pur con qualche patema d’animo di troppo contro Brasile e Uruguay (dove i magiari si fecero recuperare in entrambe le parti un doppio vantaggio), arrivò il momento della finale di Berna, avversaria? La Germania Ovest.

Puskàs fece di tutto per recuperare e ce la fece, l’Ungheria aveva già mortificato i tedeschi, tutti erano convinti che non ci sarebbe stata partita. Dopo dieci minuti, come volevasi dimostrare, gli uomini di Sebes erano già sul 2-0, ad aprire le danze fu proprio la stella Puskàs. L’Ungheria si apprestava non a vincere bensì a stravincere quel Mondiale, tutto secondo copione, si poteva dire, quando, all’improvviso, il black out. Approfittando di alcune disattenzioni difensive, i tedeschi pervennero al pari: 2-2. Clamoroso. Per la Nazionale teutonica poteva andare bene, già si era spinta sin troppo oltre, di attaccare non se ne parlava più. Gli uomini di Sebes misero le capanne nella metà campo avversaria, ci fu un assedio costante e incessante quando, a sei minuti dalla fine, si materializzò la più clamorosa delle beffe: 3-2. Quel finale divenne incandescente, a Puskàs, cui comunque mancò brillantezza per una condizione fisica non al top, fu anche annullato il gol del 3-3 per un fuorigioco inesistente. Un suicidio sportivo incomprensibile, un’aria di incredulità si respirò al triplice fischio dell’arbitro.

La Germania Ovest di mister Herberger festeggiò il primo Mondiale in una finale passata alla storia come il “miracolo di Berna”. Un senso di sbigottimento si impadronì di tutti gli ungheresi, ad un passo dal tetto del mondo per poi farsi male da soli, un cupio dissolvi. Quello fu lo spietato verdetto del campo, mai confermate le voci che vennero fuori dopo, come quella secondo cui l’Ungheria sacrificò quella finale in cambio di una fornitura di trattori per risollevare l’agricoltura locale, ipotesi apparsa subito fantasiosa. Più rilevante il ritrovamento di fiale nello spogliatoio tedesco che fecero pensare a sostanze dopanti, per la versione ufficiale si trattò di integratori di vitamina C, sta di fatto che molti giocatori tedeschi finirono in ospedale per una forma di epatite. Non è mai stata fatta chiarezza su questi aspetti, sicuramente sul campo avvenne qualcosa di epico, quella Grande Ungheria capitolò proprio ad un passo dalla gloria per mano di una Germania Ovest che non si diede mai per vinta e, fino all’ultimo, credette a quel “miracolo di Berna”.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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