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Tre anni ad Avellino, un compito a dir poco proibitivo. Quale? Sostituire Salvatore Di Somma. Ci riuscì? Noi crediamo di sì, anzi ne siamo sicuri e ci spingiamo oltre nel dire che dopo il libero di Castellammare Zandonà è risultato, in assoluto, tra i migliori in quel ruolo. Altro contatto con un grande interprete che ha amato, incondizionatamente, la maglia biancoverde. Giuseppe Zandonà. nato a Tripoli in Libia il nove agosto del 1955. Professione libero, ha indossato le maglie di Monza, Arezzo, Salernitana, Cagliari e ovviamente Avellino. Vive tra Italia e Svizzera, contatto avvenuto attraverso Pippo Reali che ringraziamo. A Zandonà chiediamo un resoconto della sua esperienza in Irpinia. “Inizio col dire che i tre anni ad Avellino sono stati stupendi. Inizialmente ero un po’ scettico perché sapevo di dover sostituire un grande come Salvatore Di Somma, che ad Avellino era un monumento, ma lui con me è stato carinissimo e mi ha dato una grossa mano ad inserirmi e questo mi ha facilitato un attimino il compito”. Bilancio Positivo? “Assolutamente si. Dicevo che sono stati tre anni stupendi, il primo perché era il mio esordio in Serie A e penso che sia il punto di arrivo di ogni calciatore. Poi tre salvezze, comode, belle e poi un pubblico stupendo e determinante. Per le partite al Partenio soprattutto, stadio inviolabile per tutti e dico tutti perché con le buone e con le cattive eravamo quasi imbattibili”. Eravate competitivi? “Si e penso che la squadra dell’84-85 sia stata quella che nei miei tre anni abbia espresso il calcio migliore, anche perché eravamo una squadra unita, con individualità importanti come De Napoli, Diaz, Barbadillo, Colomba, Colombo, Tagliaferri e tanti altri, compreso il sottoscritto, che colmavamo l’aspetto tecnico con feroce abnegazione”. Molti sostengono che sia stato un calcio diverso, anche vincere al Partenio era un’impresa. “Si lo era, con giocatori splendidi, Maradona, Zico, Mancini, Vialli, Baresi e via dicendo, e tutti, chi più o chi meno, al Partenio soffriva”. Tante gare, sessantotto in massima serie, quelle che restano impresse e per sempre nei ricordi di un calciatore. “Partite che rimangono nella mia mente, Avellino-Verona, la squadra che veniva dallo scudetto, entrò Colombo a 10 minuti dalla fine e fece il gol del 2-1. Poi Avellino-Sampdoria a 2-1, perdevamo 1-0 a 15 minuti dalla fine. poi Ramon Diaz fece il 1-1 e nel secondo entrò da solo con un assedio alla loro area di rigore, perché dovevamo assolutamente salvarci, dovevamo vincere e poi il 3-3 a Bergamo, al 75° perdevamo 3-0. Poi fece il gol Faccini, Colomba, su rigore, e Colombo e di Napoli al 93° prese il palo, che era quello del 4-3″. Qualche aneddoto? “Ricordo Brio a Torino. Sui calci d’angolo e le punizioni venivano a saltare, perché era alto e forte di testa. Comunque, il mio compito era marcarlo, visto che di testa ero bravino. Abbiamo iniziato con lo sbracciarci prima del calcio d’angolo. Lui mi diede un pizzicotto o un calcetto, adesso non mi ricordo bene, e io gli rifilai una gomitata in faccia. Meno male che all’epoca non c’era il VAR. Lui mi venne vicino, incavolato come una iena, e mi disse, io tiro vino. E io risposi, io tiro acqua. Mi trasmette un po’ in modo strano. E dal ritorno ad Avellino venne a saltare e mi disse, mi tiro ancora acqua. E io risposi, ci hai impiegato 17 partite per capirla”.

Com’erano i rapporti tra i calciatori in quegli anni? “Come prima cosa eravamo una squadra unita, tutti amici. Amodio, ha dormito con me due anni e mezzo, adesso non mi ricordo bene se tre. Avevo un buon rapporto con tutti e forse questa era la nostra forza, la nostra fortuna”. A proposito di aneddoti, proviamo con il bis? “A Como abbiamo una discussione con Albiero. Lui voleva aggredirmi e gli dissi, scusa ho picchiato mezza Italia, figurati se ho paura di te. E poi ci rivedremo al Partenio. Prima che arrivasse il Como, ogni giorno mi attaccavano, Ferroni e Amodio, la figurina di Albiero sull’armadietto, Io la staccavo e loro me la rimettevano. Mi caricavano per cercare di far tirare il peggio di me, infatti quando il Como venne e fecero il giro del campo per vedere il terreno, mi vennero a prendere e mi portarono da Albiero, lì c’è stato un po’ un tafferuglio, qualche sberletta, comunque anche questo serviva all’epoca”. Il momento peggiore di quei tre anni? “Febbraio del 1987, in uno scontro con Soldà con la Juventus di Platinì. E lì finì il mio tempo ad Avellino. Pensare che con il presidente Graziano dovevamo vederci il giovedì per firmare altri due anni di contratto. Lo chiamai perché avevo dei problemi per dire che non sarei andato e ci saremmo visti il lunedì, ma dopo l’infortunio non se ne fece più niente, avevo quasi 33 anni e loro pensavano bene che non fossi giustamente più in forma fisicamente”. Bisogna chiudere in bellezza, nessuno gol in campionato ma… “Sono stato vicino a segnare in campionato, ma non ho molta fortuna, i portieri mi hanno parato qualche colpo di testa, un unico gol, Avellino-Modena 1-0 in Coppa Italia, un gol mio in mezza rovesciata ci diede la vittoria”. I rapporti con i vecchi compagni? “Non sento più nessuno dei miei vecchi amici, avrei pagato per poter dare loro una mano l’anno dopo che sono retrocessi, sarei sicuramente, non lo so, qualcosa avrei pensato di fare, ma li ho tutti nel mio cuore e se potessi li avrei abbracciati tutti, uno per uno. E lo farei anche con Angelillo, un grande uomo, oltre che un grande allenatore. I ricordi ti ricordano chi eri e non chi sei. Siamo alla fine dell’intervista, manca solo il saluto. “Un grosso abbraccio a tutti quanti, Beppe Zandonà”.

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