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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata
Vincere non è mai facile. Bisogna partire da questo presupposto, anche quando un allenatore si ritrova tra le mani una squadra piena di campioni non è detto che vinca per forza. Se dovesse farlo diventa anche naturale chiedersi se sia stato più merito suo o dei giocatori. Se un allenatore riesce a vincere con una squadra che, sulla carta, non era neanche lontanamente attrezzata per quell’obiettivo, allora ha compiuto un miracolo sportivo. Sono sempre i giocatori che vanno in campo, loro vincono le partite, ma a volte è proprio l’allenatore a spostare gli equilibri. Per tanti fattori: deve tenere il gruppo unito, fare in modo che ciascuno si senta protagonista, saper leggere le partite e fare le scelte giuste non avendo il tempo di pensarci molto e, poi, è sempre il primo a pagare le conseguenze se le cose vanno male. Sono tanti gli allenatori italiani che hanno vinto tantissimo in carriera, così tanto che non sanno dove collocare i trofei per quanto sia piena la loro personale bacheca.
Poi ce n’è uno come Claudio Ranieri che sicuramente non può essere definito un pluridecorato, ma gli allenatori bravi non sono solo quelli che possono vantare un curriculum traboccante di trofei. Spesso coloro che grondano titoli, se accettano una sfida alla guida di squadre non abituate a vincere, commettono disastri inenarrabili. Il tecnico di Testaccio, sin da giocatore, ha sempre preferito vedere l’entusiasmo di tifoserie orgogliose più della dignità che dei successi. Ma nella vita sono decisivi anche degli incontri fugaci che ci fanno capire qualcosa del nostro futuro, solo che al momento non lo si capisce, non lo si può capire. Ranieri era un giovanissimo prodotto del vivaio della Roma quando si ritrovò come allenatore quel Manlio Scopigno che qualche anno prima era stato il condottiero del Cagliari issatosi al vertice del campionato italiano. Una favola, quella che portò i sardi nel ’70 a festeggiare il tricolore, destinata ad entrare nella storia del calcio. Dopo aver mosso i primi passi nella sua città, è diventato uno dei perni della difesa di quel Catanzaro di Gianni Di Marzio con il quale ha ottenuto la prima promozione in A per ottenerne un’altra ancora con Sereni in panchina.
Quando l’Italia di Bearzot nel 1982 vinse i Mondiali di Spagna, Ranieri non se la sentì di rifiutare l’offerta di Di Marzio che lo volle con sé a Catania per provare il salto in massima serie. Obiettivo centrato. Anche queste possono essere considerate vittorie, come quella (incredibile) che ha ottenuto da giovane allenatore del Cagliari, dove mister Scopigno aveva scritto la più bella pagina della storia del club. Il giovane tecnico capitolino portò i rossoblu dalla C alla A, attirando le attenzioni del Napoli che doveva voltare pagina dopo l’addio di Maradona. Un compito che poteva essere troppo oneroso per le spalle di un giovane allenatore come lui, invece, riuscì a portare quella squadra ad un onorevole quarto posto prima che le cose precipitassero l’anno successivo. È passata alla storia anche quella valida e competitiva Fiorentina che esonerò Radice per prendere Agroppi sprofondando in serie B, una delle retrocessioni più clamorose della storia del campionato italiano. Per rilanciare il progetto, patron Cecchi Gori aveva pensato in un primo momento a Fascetti, che aveva portato in A Lecce e Lazio, prima che la scelta ricadesse su Ranieri.
Era molto forte quella Fiorentina con Toldo tra i pali e Batistuta a ruggire in attacco, ma era un campionato pieno di pezzi da novanta da Bierhoff a Chiesa, da Bobo Vieri a Pippo Inzaghi, da Carnevale che aveva vinto due scudetti col Napoli a Galderisi che fu protagonista di quello clamoroso del Verona targato Bagnoli. Nonostante illustri contendenti, la Fiorentina chiuse il campionato in testa alla classifica festeggiando il ritorno in serie A, festeggiando per modo di dire, visto che riprendersi quel palcoscenico sembrava un atto dovuto. In questi casi, la pressione di dover vincere per forza può giocare un brutto scherzo perché, se si vince, rientra tra la normalità delle cose, se si perde anche una sola partita, iniziano i processi. Poi un lungo girovagare e tante soddisfazioni per mister Ranieri: da una salvezza che sembrava impossibile a Parma, uno scudetto sfiorato con la Roma contro l’Inter di Mourinho e una promozione in Ligue 1 con i francesi del Monaco che l’anno dopo, da neopromossi, si sarebbero piazzati alle spalle della corazzata Paris Saint Germain.
Il punto più basso al timone della Grecia, gli fu fatale la mortificante sconfitta con le Far Oer, la sensazione era che stesse calando il sipario sulla sua carriera. Era doveroso fare un focus sul nocchiero di quella ciurma inglese che avrebbe lasciato a bocca aperta il mondo del calcio. Il Leicester era reduce da una salvezza miracolosa, arrivata dopo un rush finale massacrante. Per la stagione successiva, il presidente Vichai Srivaddhanaprabha puntò proprio su Ranieri, tecnico esperto e desideroso di rilancio e che, tra l’altro, conosceva la Premier avendo allenato il Chelsea. L’obiettivo, anche se non facile, era quello di raggiungere una salvezza tranquilla, magari arrivando già a toccare quota 24 punti alla fine del girone d’andata, come richiesto dalla presidenza. Il campionato iniziò bene con la vittoria in casa sul Sunderland seguita dal blitz esterno contro il West Ham. Poi il pari col Tottenham, qualche pareggio di troppo, la superlativa rimonta contro l’Aston Villa in cui si passò dallo 0-2 al 3-2 fino alla partita che poteva frenare e raffreddare quegli entusiasmi. L’Arsenal maramaldeggiò al King Power Stadium con un 2-5 che non ammetteva repliche, Gunners travolgenti e Foxes impotenti.
Ma la squadra di Ranieri non accusò molto il colpo, forse mettendolo in programma, inanellando una impressionante serie di risultati positivi. Classifica alla mano, quel Leicester, all’occhio di un extraterrestre giunto da un pianeta sconosciuto, lottava per il titolo. Vardy era un cecchino infallibile, Mahrez imprendibile e segnava gol di una bellezza accecante, Kanté giganteggiava in mediana, Schmeichel alzava la saracinesca come guardiano dei pali. Ma c’era tanto altro: la qualità del giapponese Okazaki, l’affiatamento della coppia difensiva tedesco-giamaicana composta da Morgan e Huth, trovava poco spazio l’ex napoletano Inler, non riuscitosi ad integrare in quel melting pot. Quella squadra girava una meraviglia, e tutti insieme non arrivavano a costare la metà del cartellino di una stella del Liverpool, delle due squadre di Manchester o delle londinesi. Possibile che potesse reggere fino all’ultimo? Sarebbe sicuramente stata la rivelazione di quel campionato, ma prima o poi avrebbe marcato il passo lasciando campo libero a qualcun’altra. Si giocava in un tempio come l’Old Trafford contro il Manchester United, in una partita che avrebbe potuto sancire la matematica certezza del titolo, quando i Red Devils passarono in vantaggio con Martial ma ci pensò Morgan a ripristinare la parità.
Mancava Vardy nella partita più importante, ci pensò un difensore centrale a segnare il gol che valeva un campionato. Fu sempre un difensore centrale, Huth, a segnare il gol decisivo nella sfida contro il Tottenham, lì ci si rese conto che quella stagione avrebbe potuto avere un epilogo sorprendente e leggendario. In casa dello United terminò 1-1, ma poi ci pensò Hazard a scrivere il clamoroso finale, segnando il gol del 2-2 in Chelsea-Tottenham e consegnando lo scettro agli uomini di Ranieri. C’era da stropicciarsi gli occhi fino a farseli diventare rossi, era successo veramente? Leicester campione d’Inghilterra, pazzesco il campionato delle Foxes che si erano messe alle spalle le superpotenze della Premier, sembrava davvero che da un momento all’altro si spegnesse il monitor della Play Station. Ma le favole non appartenevano ad un’altra epoca, come era possibile viverne una d’altri tempi nel 2016?
Claudio Ranieri si era reso autore di una pagina calcistica destinata a diventare la copertina del calcio leggendario, molti suoi colleghi italiani possono fregiarsi del titolo di pluridecorati, ma quanti sarebbero riusciti a fare ciò che aveva fatto lui alla guida di quel Leicester che l’anno prima sembrava condannato alla retrocessione? Anche tra secoli si parlerà ancora di quella squadra capace di conquistare la Premier sotto lo sguardo inebetito e sbalordito di tutti gli addetti i lavori, che continueranno a chiedersi come sia stato possibile. Leicester campione d’Inghilterra, e non parliamo di un calcio pionieristico e ormai superato che non ritornerà più, l’impresa risale al 2016, c’è ancora chi si chiede se sia successo davvero.

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