16 Maggio 2026
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Il clamoroso scudetto del Verona di Bagnoli

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Quello del 1984-1985 si preannunciava un campionato scoppiettante, da quattro anni erano state aperte le frontiere e i club potevano assicurarsi le prestazioni di giocatori stranieri. Nel luglio ’84, dopo una lunga ed estenuante trattativa, il Napoli presentò al San Paolo un certo Diego Armando Maradona. La Juventus di Trapattoni, campione d’Italia in carica, si fregiava della classe di Platini, nell’Inter di Castagner si stagliava Rummenigge, nella Roma brillava il talento di Falcao mentre nell’Udinese quella di Zico. Il Verona di Osvaldo Bagnoli era al suo terzo anno di serie A dopo il sorprendente quarto posto da squadra neopromossa per poi posizionarsi in sesta posizione nella stagione precedente. Sia al primo che al secondo anno in massima serie, gli scaligeri si erano spinti fino alla finale di Coppa Italia non riuscendo mai a portarla a casa. Di quell’Hellas era rimasto lo zoccolo dura della squadra che vinse il campionato di serie B, soprattutto un portiere sui generis come Garella, il carisma di un libero come Tricella e le geometrie di Di Gennaro.

A rinforzare quella squadra arrivarono due stranieri che, pur non essendo le prime scelte, si sarebbero rivelati determinanti. Il riferimento è al tedesco Briegel, un jolly capace di giocare ovunque, ed Elkjaer, centravanti danese dall’imponente stazza fisica che formò una coppia perfetta con un brevilineo come Nanu Galderisi. Quel Verona poteva recitare un ruolo da protagonista, giocare con un atteggiamento intraprendente e garibaldino ma nessuna grande pretesa alla luce dei campioni che militavano nel campionato italiano. L’inizio, poi, mise subito il Verona contro il Napoli di Maradona, c’era tanta attesa nel vedere all’opera il giovane fuoriclasse argentino che nobilitava ulteriormente il calcio italiano. Bagnoli disse a Briegel di marcare a vista il riccioluto sudamericano che non riuscì quasi mai a rendersi pericoloso e il Verona si impose 3-1. Ottimo inizio, un successo perentorio e autorevole con cui consolidare la propria competitività. Dopo tre successi in altrettante partite, il pari di San Siro contro l’Inter mise ulteriormente le ali ai piedi degli scaligeri che, alla quinta giornata, si imposero con un 2-0 secco sui campioni d’Italia in carica della Juventus.

L’Hellas iniziava a far parlare di sé, quella squadra era prima in classifica e giocava con temperamento e disinvoltura, non c’erano campioni in squadra ma il giusto mix tra quantità e qualità, nessuna primadonna, solo tanta voglia di stupire. Garella, nonostante la sua eccentricità preferendo parare più con il resto del corpo anziché con le mani, forniva una grande sicurezza, il pacchetto arretrato, dal libero Tricella allo stopper Fontolan, mostrava grande affiatamento e solidità, il terzino Luciano Marangon, con l’etichetta del play boy, era uno stantuffo sulla sinistra. Di Gennaro dettava i tempi in cabina di regia, Fanna confermava di essere un’ala destra tra le più forti del campionato, Briegel era un carrarmato nel ruolo di mediano ma si può dire di tuttocampista. La coppia Elkjaer-Galderisi faceva sognare, entrambi si completavano a vicenda, il danese ci metteva il fisico e l’ex juventino l’imprevedibilità e un grande fiuto del gol. Quella squadra si esprimeva alla grande, a tallonarla c’era soprattutto il Torino di Radice, così quando gli scaligeri furono corsari al Comunale, allora si capì che la stagione poteva assumere toni trionfali.

Però, in quel momento, bisognava rifuggire da ogni forma di trionfalismo, non foss’altro perché il campionato era così competitivo, non solo per la presenza delle big, ma anche perché giocare in provincia era sempre una battaglia. Violare il Partenio di Avellino era quasi una impresa per tutte le squadre, infatti, alla fine del girone d’andata, gli uomini di Bagnoli subirono la prima sconfitta proprio in terra irpina. Alla prima di ritorno, arrivò lo 0-0 al San Paolo, la capolista era un po’ in flessione, poi nel momento cruciale spiccò il volo portandosi addirittura a più sei dal duo Torino-Inter, le principali inseguitrici. In città era esploso un entusiasmo incontenibile, giravano fotomontaggi con il volto di mister Bagnoli nei panni di Napoleone, la gente vedeva nel tecnico meneghino il suo valoroso e implacabile condottiero. In questi casi, soprattutto se non si è abituati a vincere, non bisogna mai allentare la presa, il rischio è sempre dietro l’angolo, infatti, nello scontro diretto al Bentegodi, il Torino fece il blitz conquistando due punti d’oro. Ma il Verona seppe riprendersi alla grande passando indenne la trasferta nella Milano rossonera e giustiziando la Lazio in casa.

Anche dopo il pareggio in casa del Como allenato da Ottavio Bianchi (gli scaligeri non riuscirono a battere i lariani né all’andata né al ritorno), alla penultima giornata in casa dell’Atalanta al Verona bastava un pari per brindare ad un clamoroso tricolore. il 12 maggio 1985, pareggiando in terra orobica, l’Hellas si issò sul tetto d’Italia brindando a una vittoria che nessuno si sarebbe mai aspettato. Ma era successo davvero? Il miracolo targato Bagnoli era stato compiuto, estasi da Bergamo fino alla città di Giulietta. Una pagina storica per tutto il calcio italiano, ancora si stentava a crederci, non era un sogno per tutta Verona, quella squadra davvero poteva guardare tutti dall’alto, forte di una leadership inimmaginabile. Verona, fino a quel momento, era la città che fu fatale al Milan di Nereo Rocco quando, nel ’73, perse all’ultima giornata un clamoroso scudetto con il sorpasso della Juve a pochi passi dal traguardo. Già erano pronti i festeggiamenti in casa rossonera prima di essere giustiziati al Bentegodi.

Quello stadio che, all’ultima giornata, preparò una festa grande per quegli eroi che, battendo 4-2 l’Avellino, si presero la rivincita per la sconfitta dell’andata, ma soprattutto si inebriarono di quella gioia, nella consapevolezza di essere entrati nella storia. Quel Verona gettò le basi di quel capolavoro nella stagione 1981-1982, vincendo il campionato di serie B dopo una falsa partenza con la sconfitta contro la Cavese. Mai caduta fu più salutare, da lì iniziò la scalata con quel tecnico che poi, all’età di 48 anni, approdò per la prima volta in serie A passando alla storia come il timoniere di una delle favole più belle. Fu lui a creare quel gruppo così solido, a favorire l’inserimento dei due stranieri, Briegel ed Elkjaer, determinanti per gli equilibri di quella squadra, i tasselli che mancavano per rendere l’Hellas una squadra capace di mettersi alle spalle quelle corazzate che detenevano il potere. Il Verona di Bagnoli scardinò quel sistema con la cultura del lavoro e la capacità di sognare, una cavalcata sensazionale e irripetibile, la realtà di provincia che si prese la gloria. Da leggenda!

About Maurizio Longhi 651 Articoli
Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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