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L’amore si muove. L’amore ti porta lontano. Forse hanno ragione quelli de “Il Volo” a cantare così. Cosa spinge oltre 500 tifosi dell’Avellino a seguire la loro squadra fino a Como, alla frontiera del Bel Paese? Ma l’amore, naturalmente: forza magnetica e oscura, principio di ogni azione umana dagli albori del mondo. Questo reportage è appunto un omaggio a tre innamorati dell’U.S. Avellino 1912: Antonio, Pellegrino e Domenico. Età e storie diverse ma accomunate dalla fede biancoverde. Potevano trascorrere il week-end in qualche centro commerciale per il solito shopping pre-natalizio. Invece ieri pomeriggio erano tutti e tre allo stadio Sinigaglia. E nelle mani non stringevano le buste dei regali, ma sciarpe e bandiere: i paramenti sacri per assistere alla loro messa laica in onore del vecchio Lupo. Piccola curiosità: Pellegrino Marinelli è arrivato in riva al lago dei Promessi Spossi da sud, Roma precisamente, Antonio Santaniello da nord, addirittura dalla Germania. E Domenico Nappi da Lenno, paesino a pochi km da Como. Le vie che portano ai biancoverdi sono infinite.
LA TRASFERTA DI DOMENICO- Sarà paradossale ma anche per Domenico è stata una trasferta. “La più vicina, anzi una trasferta in casa“. E lo dice ridendo mentre racconta la sua giornata: “A questa partita ci tenevo tantissimo. Vivo qui da qualche mese. Ho lasciato la famiglia nel Vallo di Lauro e sono venuto per lavoro a Lenno. I miei colleghi sono tifosi del Como. Vuoi mettere la soddisfazione di fargli la battutina tra una pausa e l’altra?” Ci mancherebbe, il calcio è anche questo. E lo sfottò è sempre accettato se non diventa persecuzione. Poi Domenico riprende il filo del discorso:”Ho finito di lavorare tardi, mi sono messo in macchina e ho guidato a rotta di collo lungo la provinciale. Pensavo di non arrivare mai. E invece alla fine sono riuscito a entrare con appena 10′ di ritardo. Pensavo peggio, ma una cosa va detta: qui funziona tutto bene a livello organizzativo e i parcheggi per i tifosi sono gratis. Poi il Sinigaglia può vantare una cornice stupenda sul lungolago. Ma solo quello, eh! Che te ne fai di uno stadio così bello, quando i tifosi di casa sono meno degli avversari?”. Insomma, un ambiente freddo, quasi siberiano. Ma per fortuna a portare calore c’erano gli ultras biancoverdi. “Ero in mezzo a loro. Nel cuore del tifo. Era una vita che non andavo a sostenere i colori della mia squadra. Perciò appena sono arrivato ho cominciato a cantare a squarciagola. Avevo quasi dimenticato quanto fosse bello stare lì in mezzo a loro, gomito a gomito con gli amici che non vedevo da tanto tempo. E’ stato bello ritrovarsi.” Visto? Lo stadio non è molto diversa dalla vita reale. Le emozioni sono le stesse dei nostri nonni quando vedono un parente dopo 30-40 anni. S’è fatto tardi e fra una chiacchiera e l’altra Domenico si è accorto di dover scappare a casa:“Ma a togliermi la sciarpa non ci penso proprio. Ora anche questo paesaggio mi sembra meno malinconico. Grazie all’Avellino”.
LA TRASFERTA DI PELLEGRINO- Nelle corde vocali c’è l’inconfondibile accento romano. Ma sul cuore c’è tatuato il Lupo. Da sempre. Pellegrino è andato privatamente a Como. Da solo? “Macchè. In treno con mia moglie, tifosa dell’Avellino per amore e per…costrizione. Nel senso che l’ho convinta anche a farsi la tessera del tifoso. Anche se stavolta non è venuta allo stadio. Siamo partiti per Milano il giorno prima della partita. Lei è rimasta lì. Io invece sono andato a Como. Anzi, ritornato“. Il passato di Pellegrino sembra il presente di Domenico. Anche lui per lavoro ha vissuto in riva al lago per qualche anno. Inevitabilmente questa trasferta aveva un sapore diverso dalle altre. “Sì, per due motivi“- rincara la dose Pellegrino- “Il primo è legato al tempo trascorso qui, il secondo riguardava una maledizione da sfatare. Fin qui il Sinigaglia mi aveva regalato solo dolori. A cominciare dall’87-88 quando ci annullarono un gol che a conti fatti ci avrebbe garantito la salvezza. Io volevo essere presente ma non riuscii. E’ un mio grande rimpianto. Chissà, se ci fossi stato io le cose sarebbero andate diversamente. Invece nel 2004 c’ero. Vincemmo 0-3, ma fu una delle vittorie più tristi, perchè eravamo condannati alla retrocessione. Per farla breve, questa è la prima volta che lascio il Sinigaglia con il sorriso stampato sul volto. Il merito è di Nitriansky e Frattali, socio onorario dell’Avellino Club di Roma, di cui faccio parte. Infatti l’ho anche salutato a fine partita”. Dì la verità, a parte i tre punti, sei felice anche per altro. “Si, in effetti anche per me è stata l’occasione per rivedere il mio carissimo amico Fabio. Pensa, lui non è avellinese. E’ nato a Latina, ma tifa Avellino da sempre. Oggi vive tra le montagne del Friuli. Eppure anche ieri era con noi a sostenere Castaldo e compagni“. La fede non è un teorema. Non puoi spiegarla. Puoi solo metterla in pratica. Come Fabio.
LA TRASFERTA DI ANTONIO- L’ultima volta che aveva seguito i lupi “live” era stato nel 2008 con il direttore del nostro giornale “Michele Pisani. Da allora, sempre e solo in tv. Per Antonio l’Avellino è più di una fede. E’ un prodotto d’esportazione in Germania, paese nel quale vive da oltre trent’anni:”Per la verità ho perso il conto. Non ricordo con precisione quanti siano. Ormai qui nella Foresta nera mi conoscono prima come tifoso e poi come cittadino”. La riprova sta nel fatto che in estate mentre tutti si abbronzavano, lui era davanti alla tv per seguire il sorteggio dei calendari:”Sì, non aspettavo altro che conoscere la data di questa partita. Coincideva con la vigilia del mio compleanno. Ma pazienza, si può sempre festeggiare dopo. Quindi con google maps davanti ho visto quale fosse la strada più veloce. E mi son detto: ok, si può fare”. Sembra un gioco da ragazzi, invece per seguire la squadra di Tesser, Antonio è partito da Calw, vicino Stoccarda, alle 3 di notte. Ed è arrivato a destinazione intorno alle 9: 6 ore di guida, 3 paesi attraversati e tanta nebbia. Ma almeno non era da solo:“Ho portato con me figlio e genero. Anche per loro era la prima trasferta. In tanti sapevano del nostro arrivo. Eravamo un po’ gli ospiti d’onore in curva, proprio per la distanza percorsa. E poi che emozione poter vedere in carne e ossa tanti amici conosciuti solo virtualmente su fb. Insomma, mi sono fatto proprio un bel regalo di compleanno. L’altro me l’ha fatto Nitriansky, con quel missile su punizione. E chi l’avrebbe mai detto? Era il giocatore che più criticavo a inizio stagione! Insomma, è stato tutto magnifico”. Tutto tutto? “Si ,dai. L’unico intoppo è stato quando ci ha fermato la polizia. Avevo fatto una inversione a U. E una pattuglia in borghese ci ha perquisito. Non hanno trovato niente. Ovviamente. Per me allo stadio si va solo a tifare. Non a fare altro”. E ieri Antonio, Pellegrino, Domenico, come tutti gli altri tifosi, il loro dovere lo hanno fatto. Dalla tv si sentivano solo i cori dei supporter avellinesi. E’ per questo motivo che i biancoverdi giocano in casa. Sempre.
Mariano Messinese
Twitter:@MarianoWeltgeis

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