16 Maggio 2026
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Storia del calcio – 200 anni prima di Cristo Le origini del calcio

Storia del calcio - 200 anni prima di Cristo Le origini del calcio

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Storia del calcio – 200 anni prima di Cristo

Le origini del calcio

Circa duecento anni prima di Cristo, in Cina, le gente è solita divertirsi giocando a tsu-chu, cioè “colpendo col piede (tsu) una palla di pelle imbottita in vario modo (chu)”. In Giappone, più o meno nella stessa epoca, si pratica il kemari: due formazioni da otto uomini si affrontano con l’obiettivo di spedire una palla, ovviamente per mezzo di calci, in uno spazio delimitato da alberi.
Nell’antica Europa, invece, è in voga uno sport a metà tra gli odierni calcio e rugby: i greci lo chiamano episkyros, i romani harpastum. La prima notizia ufficiale sulla versione latina di questo sport risale al 276 d.C.; precisamente, ad un incontro che vede di fronteggiarsi un gruppo di legionari, di stanza in un villaggio della Britannia, e un drappello di giovanotti locali. Vincono i “padroni di casa”, così fondando la regola del “fattore campo”, in ossequio della quale la squadra che gioca in casa parte favorita per la vittoria. Ma a determinare il successo dei Britanni contribuisce anche la loro esperienza in un’attività sportiva che gli storici della materia considerano, all’unanimità, la vera antenata del moderno gioco del calcio, l’hurling.
Il termine, probabilmente di origine scandinava, deriva dal verbo “to hurle”, colpire. La palla, ovviamente; tuttavia, è data notizia di qualche occasione in cui, al posto della sfera d’ordinanza, si prendeva a calci il cranio mozzato di qualche velleitario conquistatore o quello di un tiranno detronizzato.

Tanta crudeltà trova conferma nel carattere estremamente violento dell’hurling, gioco che attirava nelle contrade britanniche i peggiori gaglioffi del tempo, che si dividevano in squadre talvolta costituite da centinaia di componenti e che non si facevano sfuggire l’opportunità di darsele di santa ragione, sfogando tutta la loro aggressività con lo scopo – spesso secondario – di conquistare terreno spingendo il pallone con i piedi.
Dall’hurling prendono piede varianti “nazionali”: quella francese della soule, che diversamente dalla versione inglese contempla l’obiettivo di far passare la palla attraverso un’area delimitata da due pali; quella toscana del “calcio fiorentino”, commistione rinascimentale tra la veemenza anglosassone, espressa nell’ardore con il quale le contrade di Firenze si affrontavano in campo, e le regole transalpine, tra cui quella importantissima del “traguardo” in cui spedire la palla.
Osservando la distribuzione dei ruoli all’interno di ogni compagine, è possibile istituire un paragone con i tempi attuali. Se oggi, infatti, impazzano moduli quali il 4-3-3, il 3-5-2, il cervellotico 3-4-1-2 (con quell‘uno di cui non è chiaro se sia centrocampista o attaccante, con il risultato che spesso non “entra in partita” e costringe i suoi compagni a un doppio lavoro), il modulo in voga nel Quattrocento può sintetizzarsi nella combinazione 4-5-3-15. I primi quattro si definiscono “datori innanzi”, con il compito di difendere il proprio “traguardo”; i cinque sono gli “sconciatori”, antichi centrocampisti; tre sono i “datori a dietro”, deputati al rilancio dell’azione (contropiedisti, diremmo oggi); infine, i quindici “innanzi” nel ruolo di attaccanti.
“Squadre votate all’offensiva”, commenterebbero gli odierni giornalisti sportivi. Ulteriore conferma, diciamo noi, dell’accanimento con cui i contendenti di allora interpretano quello sport: le risse in campo sono elemento costante di ogni partita, e non è raro che qualcuno sul terreno di gioco ci lasci anche la pelle. Il calcio – che in Inghilterra abbandona progressivamente l’appellativo di hurling per assumere quello a noi noto, football – è dunque affare pericoloso e per gente di cattive intenzioni.
Lo afferma anche William Shakespeare nel Re Lear, quando mette in bocca al sovrano e al suo fido duca di Kent parole non esattamente compiacenti nei confronti del maggiordomo di una delle figlie di Lear, Osvaldo, definito “impostore, bastardo, animale, schiavo, mascalzone e abietto giocatore di football”. Il carattere così cruento di questo sport è comunque destinato a scomparire – meglio, a trasferirsi dal campo alle tribune -.
Un aiuto viene dalla definizione di regole sempre più precise, che impongono limiti all’azione indiscriminata dei giocatori, non più liberi di raggiungere il loro “traguardo” con ogni mezzo, anche il più violento. Strutturato con maggior precisione, il football assume nel tempo i connotati olimpici del rispetto dell’avversario. E della cavalleria, che nasce ufficialmente nel 1681 quando il re d’Inghilterra, dopo aver assistito ad una partita tra i suoi servitori e quelli del conte d’Albemarle, premia questi ultimi per la bella vittoria conseguita.
Regole e “fair play” non bastano, tuttavia, a conferire al calcio lo status di attività professionistica: bisognerà attendere altri due secoli, sempre in Inghilterra, perché un giocatore di football possa essere inteso come un lavoratore. Nel 1885, infatti, viene fondata la lega professionistica inglese, vale a dire l’assemblea delle società che fanno del calcio la loro attività principale, potendo contare sugli incassi, sui premi-partita, sulle scommesse, sul dovere di far quadrare i propri bilanci.
Insomma, su tutto quello che tuttora costituisce il nucleo della vita di club quali Arsenal, Liverpool, Manchester United e affini. Quella data, tuttavia, non va intesa come l’anno di nascita del calcio moderno, per il quale bisogna fare un salto indietro di una ventina d’anni e tornare al 1863. Per la precisione all’8 dicembre, giorno in cui in seno a una federazione di undici club londinesi si verifica la scissione tra cultori del rugby e del calcio.
Il 26 settembre dello stesso anno, alla Taverna dei Frammassoni di Londra (Free Masons Tavern), i rappresentanti delle suddette undici società si erano riuniti per dar vita a un’assemblea con lo scopo di stendere un regolamento definitivo che unificasse in un unico sport le regole del rugby e quelle del calcio. Ne nasce una disciplina complessa, un ibrido tra la ruvidezza rugbistica degli sfondamenti e delle galoppate palla in mano e l’eleganza, anch’essa in verità ruvida, dell’obbligo di manovrare la sfera coi soli piedi e di dover limitare al minimo i contatti fisici con l’avversario.

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