• www.footballweb.it e’ una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli Nord
  • Numero registrazione 22 cronologico 4288/2016.
  • Editore: Gianni Pagnozzi;
    Direttore Responsabile: Michele Pisani

San Brassanio, la favola più bella del calcio italiano

Condividi i nostri articoli

Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Era un altro calcio. Erano altri tempi, dove vivere una favola non era poi così impossibile. Era un calcio che non ritornerà più, lontano da pay tv e diritti televisivi, dove gli stadi erano sempre pieni, la radio la faceva da padrona e, per vedere i gol, bisognava aspettare 90° minuto. Ma questo per il campionato, non per la Coppa Italia, partite infrasettimanali, molte delle quali epiche e leggendarie. Quella del San Brassanio fu una leggenda inenarrabile, che ancora adesso nel ripercorrerla fa venire i brividi, semplicemente perché avvenne un qualcosa di irripetibile. Sì, a distanza di anni possiamo dirlo senza temere smentite: una favola simile non si potrà mai ripetere. Una squadra di serie C che affronta le migliori della serie A riuscendo in qualche modo a prevalere sempre, arrivando in fondo o in alto, fate voi, a seconda della prospettiva da cui la vogliate guardare. San Brassanio, un paese di 3mila abitanti della provincia di Firenze, che quell’anno lottava per guadagnarsi la cadetteria in un girone in cui militavano altre squadre competitive come Montevarchi e Lucchese. Il campionato iniziò comunque bene per il San Brassanio di mister Tedeschi, la squadra biancoverde convinceva sia sul piano del gioco che dei risultati, si sapeva che l’avventura in coppa sarebbe stata un di più. Ma perché non sognare?

L’INTER DI HELENIO HERRERA. Già il fatto di dover giocare contro l’Inter di Helenio Herrera era una soddisfazione impareggiabile. E arrivò il momento di fronteggiare la corazzata nerazzurra del Mago che sfoggiò tutta la sua parata di stelle con Sarti in porta, i vari Picchi, Burgnich e Facchetti in difesa per poi passare ai vari Jair, Mazzola, Corso. Tutti i giocatori del San Brassanio guardavano incantati quei campioni che sembravano inavvicinabili, come se ciascuno fosse un santuario itinerante da venerare, invece erano uomini come tutti gli altri che, affabilmente, ricambiavano i saluti e con i quali poter scambiare due parole. Erano sempre quelli che avevano vinto due Coppe dei Campioni, la prima a Vienna contro lo stratosferico Real Madrid di Puskas e Di Stefano, e la seconda proprio a Milano contro il Benfica dopo aver eliminato il Liverpool in semifinale. Dopo aver perso 3-1 in casa dei Reds, bisognava giocare la partita perfetta a Milano, quel 3-0 resterà nella storia. Quell’Inter fu anche la prima squadra ad aver portato in Italia la Coppa Intercontinentale, si cucì sul petto la prima stella (simbolo di dieci scudetti vinti), una fuoriserie da far impallidire chiunque. Come affrontarla? Con serenità e, perché no, anche un po’ di spregiudicatezza, tanto si può mica sperare di uscirne indenni? Incredibile quando l’arbitro mandò le due squadre all’intervallo sullo 0-0. Era già una vittoria per il San Brassanio, non importava quello che sarebbe successo nella ripresa. L’Inter non era quella di sempre, aveva la testa ad altre competizioni, ma sicuramente non avrebbe accettato una figura poco nobile al primo turno. Nella ripresa i nerazzurri misero le tende nella metà campo toscana rendendosi più volte pericolosi dalle parti di Brunetti, portiere biancoverde. Il tiro di Corso diede l’illusione del gol, Mazzola centrò una clamorosa traversa, un po’ di nervosismo iniziò ad affiorare tra i giocatori interisti, solo Facchetti, con il suo carisma, sembrava mantenere la calma. Fu proprio lui, con un sinistro al fulmicotone, a colpire un altro legno, a quel punto gli uomini di Tedeschi ebbero l’incoscienza di osare. Era l’88 quando, con una girata al limite dell’area, bomber Marcucci ammutolì San Siro. Inter-San Brassanio 0-1, clamoroso! Per quell’intrepida armata toscana fu festa grande, come se fosse arrivato un titolo, e quando sarebbe capitato più?

LA LAZIO DI TOMMASO MAESTRELLI. Con uno spirito di grande leggerezza si aspettava la sfida con la Lazio di Maestrelli. Una squadra leggendaria quella biancoceleste, capace di laurearsi campione d’Italia dopo che due anni prima militava in serie B. Una delle storie più belle del calcio italiano, segno che quando si crede in una impresa non è escluso che possa concretizzarsi. Quella Lazio già da neopromossa sfiorò lo scudetto vedendo sfumare quel sogno all’ultima giornata contro il Napoli. Ad aggiudicarselo fu la Juventus, ma a perderlo fu soprattutto il Milan che, potendo contare su un punto di vantaggio rispetto alle due dirette inseguitrici, si suicidò sportivamente nella “fatal Verona”. La Lazio ci avrebbe provato l’anno successivo, nonostante uno spogliatoio spaccato in due clan: uno capeggiato da Chinaglia, l’altro faceva riferimento a Re Cecconi. Entrambi qualche anno prima militavano in serie inferiori, addirittura Long John, insieme a Wilson (baluardo della difesa capitolina), giocava nell’Internapoli in serie C. Negli allenamenti settimanali, i due gruppi avevano spogliatoi diversi e guai se uno entrava nell’altro. Nonostante queste inimicizie, Maestrelli, anche ospitando ciascun giocatore a casa sua, riuscì a far comprendere che, almeno la domenica, bisognava marciare uniti verso la stessa direzione e nessuno poteva venire meno al patto con quell’allenatore così carismatico. Maestrelli aveva vinto un campionato di serie C con la Reggina e un altro di B con il Foggia, ma era ormai pronto per scrivere la storia con quella Lazio e così fu. Quella squadra si issò sul tetto d’Italia credendoci fino alla fine con fame e caparbietà. Caratteristiche che sembravano mancare contro il San Brassanio, forse anche loro pensavano che sarebbe stata una formalità battere una squadra di terza serie. Dopo una decina minuti fu capitan Zampirone, una mezz’ala instancabile, a portare i toscani in vantaggio disegnando una traiettoria perfetta su punizione. A quel punto subentrò un po’ di soggezione e la squadra perse ogni spirito di iniziativa rintanandosi nella propria metà campo a presidio della porta di Brunetti. Il forcing della Lazio non trovava pertugi, quel catenaccio dava i suoi frutti, ma era un rischio giocare così per tutta la partita. Il San Brassanio resistette per un tempo, ma continuando a giocare in quel modo la Lazio avrebbe trovato il gol. La paura era che, subendo il pari, si potesse subire una imbarcata, almeno bisognava mantenere la dignità in caso di sconfitta. A sorpresa, nel secondo tempo Chinaglia non rientrò dagli spogliatoi, probabilmente per qualche screzio. Per non farla lunga, la Lazio ci provò con Frustalupi da lontano, Garlaschelli che con un diagonale sfiorò il pari ma la palla non ne volle sapere di entrare. Lazio-San Brassanio 0-1. Ma era tutto vero? Sicuri che non fosse un sogno? Ormai la sfrontatezza dilagava nello spogliatoio biancoverde, sul quale qualcuno scrisse: “Chi sarà il prossimo?”.

LA JUVE DI GIOVANNI TRAPATTONI. Aveva 37 anni il Trap quando si insediò sulla panchina bianconera. Il presidente Boniperti, a costo di attirarsi lo scetticismo altrui, decise di puntare sul giovane allenatore di Cusano Milanino. Lo fece all’indomani di un campionato buttato letteralmente alle ortiche con tre sconfitte consecutive nel rush finale che permisero al Torino di superare i cugini bianconeri. All’ultima giornata, la compagine granata aveva un punto di vantaggio, le bastava vincere contro il Cesena ma arrivò solo un pari. La Juve non riuscì ad approfittarne perdendo a Perugia. Inaccettabile per quella società, così fu sacrificato mister Parola per sostituirlo con Trapattoni. Quest’ultimo sembrò optare per una scelta folle: dare Anastasi all’Inter in cambio di Boninsegna che, con i suoi 32 anni, ne aveva cinque in più rispetto a Pietruzzu. Anche Capello salutò Torino per approdare al Milan in cambio di Benetti, un’altra operazione che destò molte perplessità. Ma sia Benetti che Bonimba furono tra i protagonisti di una stagione fantastica culminata con la vittoria del campionato e della Coppa Uefa. In Italia fu una volata all’ultimo respiro con il Torino di Radice che conquistò la bellezza di 50 punti su 60, ma i bianconeri del Trap ne conquistarono uno in più tornando a festeggiare il tricolore. Memorabile fu la doppia finale con l’Athletic Bilbao in Coppa Uefa, la Juve portò a casa un trofeo europeo con una formazione tutta italiana da Zoff a Scirea, da Furino a Cuccureddu, da Tardelli a Causio, poi la coppia d’attacco micidiale era composta da Boninsegna e Bettega. Quel Double segnò l’inizio di un grande ciclo. Si presentò tirata a lucido la Vecchia Signora che ospitava al Comunale la favola San Brassanio. Eh sì, si poteva già parlare di favola dopo aver eliminato Inter e Lazio. L’intrepida squadra di Tedeschi mostrava grande ordine e sagacia tattica anche al cospetto della Juve. Al 35’ l’arbitro fischiò un rigore per i bianconeri ma, dagli undici metri, Boninsegna angolò troppo con la palla che sfiorò il palo alla destra di Brunetti. Fu una sofferenza fino alla fine, i toscani restarono anche in dieci per l’espulsione del terzino Fabbricini ma resistettero per tutta la partita. Non c’erano i supplementari, si andava direttamente ai rigori. È ancora impressa la parata di Brunetti su Tardelli, la lotteria dei rigori premiò il San Brassanio che ormai aveva monopolizzato l’attenzione su di sé. Non si parlava più del campionato, bensì della coppa che vedeva quella piccola realtà di provincia ammazzare tutte le grandi.

LA ROMA DI NILS LIEDHOLM. Che squadrone! C’era di tutto: l’eleganza di Vierchowod, l’effervescenza di Nela, il carisma di Di Bartolomei, la calma di Ancelotti, la classe di Falcao, l’esplosività di Conti, la prolificità di Pruzzo, l’esperienza di Graziani. La signorilità del Barone Liedholm era il valore aggiunto di quella squadra che vinse il campionato e l’anno successivo giocò a Roma la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Sembrava lo scenario perfetto per assurgere sulla vetta più alta d’Europa ma quel sogno sfumò ai rigori, quel balletto con le gambe tremolanti del portiere Grobbelaar sulla linea di porta resterà uno dei fotogrammi di quella notte da dimenticare. Poteva essere una notte leggendaria con una città pronta a festeggiare per giornate intere, purtroppo i rigori incoronarono i Reds. Non riuscì quel miracolo sportivo alla Roma di Liedholm che in Coppa Italia faceva faville avendone conquistate tre. È probabile che giocò con la pancia piena nell’anno in cui incontrò sul suo cammino quella matricola terribile di nome San Brassanio. Però, passarono in vantaggio i giallorossi con una rete bellissima di Ciccio Graziani su assist di Falcao. Giocare contro quei campioni era già una vittoria per i biancoverdi che, pur avendone affrontati già altri nei precedenti incontri, avevano davvero la sensazione di trovarsi al centro di un sogno dal quale prima o poi si sarebbero dovuti svegliare. Tant’è che, dopo le partite, i giocatori toscani perdevano ore all’interno dello stadio per farsi dedicare una maglia con autografo, quando sarebbe ricapitato più? Era reduce da anni sensazionali quella Roma, anche se già si palesavano i primi prodromi di un capolinea, come succede per ogni ciclo. Il primo tempo si chiuse con i capitolini in vantaggio di un gol. Nella seconda frazione, fu assegnato un rigore agli uomini di Liedholm, ma Graziani centrò il palo tenendo in vita il match. Eravamo entrati negli ultimi cinque minuti quando, dopo un batti e ribatti in area, Marcucci riuscì a toccarla di rapina battendo Tancredi. Nel recupero, a tempo ormai scaduto, su un cross proveniente dalla sinistra di D’Alessandro, fu avventata e scomposta l’uscita di Tancredi che fece carambolare il pallone sul corpo di Marcucci con la palla che si depositò in rete. Fischi dalla Curva Sud, sembrava che la partita non avesse più storia prima di regalarla agli avversari. Fece tutto la Roma dopo il vantaggio di Graziani sbagliando l’impossibile sotto porta, il rigore del possibile raddoppio fino ad adagiarsi nel finale subendo un gol da dilettanti e facendosene uno per ingenuità e superficialità. Ormai il San Brassanio era diventata la favola del calcio, il nome della squadra era sulla bocca di tutti, dai bambini agli anziani, già si parlava di girare un film. A proposito di film, non è che fosse tutto uno scherzo? Dove era nascosta la candid camera? Perché non c’era una spiegazione umana per quello che stava avvenendo.

IL MILAN DI ARRIGO SACCHI. E ora con che faccia si andava a giocare contro il Milan degli olandesi Rijkaard, Gullit e Van Basten? Bomber Marcucci riuscirà mai a vedere palla contro Baresi, Maldini e Tassotti? Ma ormai il San Brassanio non aveva nulla da perdere, che senso avrebbe avuto mostrare timori reverenziali dopo aver battuto Inter, Lazio, Juventus e Roma? L’ammazzagrandi del condottiero Tedeschi era pronta a giustiziare un’altra illustre avversaria. Ormai era chiaro che quella Coppa Italia non la voleva nessuno, tutte erano concentrate su altri obiettivi che, per quanto prestigiosi, non giustificavano quell’atteggiamento indolente in una competizione che meritava maggior rispetto e considerazione. Chissà se il Milan avrebbe avuto un piglio diverso. Quella squadra pure aveva fatto una scorpacciata di trofei, dal primo scudetto dell’era Sacchi vinto in casa del Napoli a due Coppe dei Campioni consecutive. La prima era arrivata battendo 4-0 la Steaua Bucarest nella finale di Barcellona, ma fu in semifinale contro il Real Madrid che i rossoneri mostrarono uno strapotere schiacciante. Dopo l’1-1 del Bernabeu, al ritorno Butragueno e compagni furono sbranati con un roboante 5-0. L’anno successivo, nella finale di Vienna (dove aveva trionfato anche la Grande Inter di Herrera), bastò la rete di Rijkaard per battere il Benfica e conquistare per la seconda volta consecutiva la leadership d’Europa. Arrivarono anche due Coppe Intercontinentali, una macchina da guerra quel Milan che ovunque andasse strappava applausi e portava a casa trofei. Ma viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe successo se non si fosse vinto nella bolgia del San Paolo in quella partita che fu l’apripista di tutta l’epopea. Così come ci si chiede quanta sia stata importante quella nebbia negli ottavi di finale contro la Stella Rossa di Belgrado che fece sospendere la partita con gli slavi in vantaggio. La partita si rigiocò il giorno dopo dall’inizio, questo prevedeva il regolamento, e i rossoneri prevalsero ai rigori per poi aggiudicarsi l’attuale Champions bissando il successo l’anno successivo. Era diventata un’orchestra perfetta quella squadra che, però, contro il San Brassanio si inceppò. Gullit all’ultimo diede forfait, Van Basten dopo la mezz’ora chiamò la sostituzione per il riacutizzarsi di un problema al ginocchio, Donadoni si divorò un gol a portiere battuto, davvero stava andando tutto male al Milan. Il San Brassanio giocò una partita di contenimento nel tentativo di limitare i danni. Ci pensò Donadoni a sbloccare il risultato poco prima del 70’, era stato già tanto resistere per tutto quel tempo. La partita si era narcotizzata, i rossoneri non volevano affondare il colpo contro un San Brassanio impotente. Fu proprio su un’azione quasi innocua che Zampironi si affacciò dalle parti di Galli e, incredibilmente, fu steso in area da Costacurta. Rigore! Dal dischetto fu glaciale bomber Marcucci. 1-1 e ai rigori tutto era possibile. Chiunque si sarebbe potuto rendere conto di quanta concentrazione ci fosse tra i giocatori biancoverdi a dispetto della svogliatezza dei campioni di Sacchi. Questo fece la differenza, i rossoneri non vollero accettare che, nella lotteria dei rigori, le differenze tra una squadra e l’altra si annullano. Questa presunzione fu fatale al Milan, il San Brassanio volava e non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi a giocare contro di lui, sì, proprio contro di lui.

IL NAPOLI DI DIEGO ARMANDO MARADONA. Se qualcuno ad inizio anno avesse detto ad un giocatore del San Brassanio che si sarebbe ritrovato a giocare contro il Pibe de Oro, avrebbe rischiato il linciaggio per eccesso di ironia. Invece, ecco qui, tutto pronto per Napoli-San Brassanio. Gli azzurri avevano vinto due scudetti e una Coppa Uefa, eventi storici per un club che fino a quel momento aveva messo in bacheca qualche Coppa Italia spingendosi fino al secondo posto. Ci voleva l’arrivo di Maradona, il dio del calcio, per portare il tricolore a Napoli. Il fuoriclasse argentino era la punta di diamante di una squadra che lo assisteva a meraviglia, a partire dai colleghi di reparto con cui formava la Ma-Gi-Ca (Maradona, Giordano, Careca). Formidabile quel trio che era supportato da un grande centrocampo dove spiccava uno scudiero instancabile come De Napoli, senza dimenticare un guerriero come Bagni, un equilibratore come Romano, prelevato dalla serie B, poi sostituito dal brasiliano Alemao. In difesa c’era l’esperienza di Bruscolotti, che cedette la fascia di capitano a Maradona, e la gioventù di Ferrara, lo scugnizzo napoletano con la personalità del predestinato. Due scudetti in bacheca, un altro sfuggito in modo rocambolesco, erano gli anni d’oro di un Napoli protagonista sia in campo nazionale che europeo, indimenticabile la notte di Stoccarda in cui il cielo si colorò d’azzurro. Patron Ferlaino aveva avuto la forza di convincere il Barcellona a cedergli Maradona, la cui volontà di trasferirsi all’ombra del Vesuvio fece la differenza, fu quell’attimo che segnò la svolta per la storia del calcio Napoli. Chi avrebbe mai pensato che il Napoli sbaragliasse la concorrenza rompendo l’egemonia delle squadre del Nord, poteva succedere o con una squadra zeppa di campioni o con un certo Maradona. Il San Paolo ad ogni partita era gremito di gente già quattro ore prima del fischio d’inizio, ogni appassionato avrebbe voluto vedere almeno una volta all’opera quel mostro sacro solo per poter dire in futuro “io l’ho visto dal vivo”. Già all’ingresso in campo delle due squadre, i giocatori del San Brassanio sentirono tutto lo stadio intonare “oh mamma mamma mama, oh mamma mamma mama, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona, eh, mammà, innamorato son”. Era un amore viscerale quello che legava la città a quel talento riccioluto nato per giocare a calcio e al quale si sapeva che mai nessuno si sarebbe avvicinato nei secoli dei secoli. Come andò a finire la partita? Ormai non ha più importanza, la favola del San Brassanio ce ne ha fatta vivere un’altra anche a noi. Un viaggio lungo 40 anni di grande calcio, inutile dire che il San Brassanio non esiste, tranne che per Nino Frassica, il quale ne approfitterebbe per fare gli auguri a tutti i Brassani e a tutte le Brassanie…

About Maurizio Longhi 643 Articoli
Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

Commenta per primo

Lascia un commento