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Quella Premier “decisa” dalla Madonna

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Nella stagione 2011/2012, il Manchester City sembrava aver imboccato da subito la strada giusta per la vittoria del campionato. Era una corazzata quella allenata da Roberto Mancini, che pagò dazio in Champions non superando il girone per mano del Napoli di Mazzarri che accompagnò il Bayern Monaco agli ottavi, ma la conquista della Premier era l’obiettivo numero uno dei Citizens. Dopo 44 anni si poteva concretizzare il sogno, l’antagonista principale, però, non era proprio tra le più abbordabili: il Manchester United di Ferguson. Uno scontro fratricida per contendersi lo scettro della Premier. Una squadra, quella dei Red Devils, abituata a vincere e l’altra desiderosa di tornare a farlo. L’inizio, dunque, fu favorevole al City che sembrava aver messo il turbo, nessuna, né tantomeno la rivale più accreditata dello United, riusciva a reggere il passo dell’implacabile capolista. Poi, ad un certo punto, iniziarono i problemi interni, soprattutto tra alcuni giocatori come Tevez, che ormai era un separato in casa, e Balotelli che non è mai stato uno facile da gestire. C’erano sempre i Dzeko, gli Aguero, i Nasri, i David Silva, ma quando due pedine importanti si mettono di traverso, poi diventa tutto più difficile.

Quella situazione si stava facendo logorante anche per Mancini che, dopo un sogno particolare, decise il 25 marzo 2012 di mettere piede a Medjugorje, una tappa di fede e spiritualità per rigenerarsi dalle tossine di un campionato che rischiava di sfuggirgli di mano. Tornato dalla Bosnia, il suo Manchester City incappò in due pareggi, con lo United che non sbagliava un colpo. La squadra di Ferguson si portò a più cinque in una fase cruciale del campionato, qualcuno poteva pensare che il viaggio a Medjugorje fu più un danno che una benedizione per l’allenatore italiano. Tutto sembrò precipitare quando i Citizens capitolarono in casa dell’Arsenal, l’altra squadra di Manchester volò a più otto mettendo una seria ipoteca sulla vittoria della Premier. Furono momenti difficili per la squadra di Mancini, quel sogno si stava sfarinando dopo averlo cullato per mesi, serviva solo un miracolo sportivo per rimettersi in carreggiata, ma erano troppo scafati gli uomini di Ferguson per dilapidare quel vantaggio proprio nel rush finale. Era la 33esima giornata quando, proprio nella partita il cui risultato sembrava più scontato, il Manchester United cadde in casa del Wigan ultimo in classifica. Inutile specificare quanto sia importante il numero 33 per un cristiano, rimanda all’età in cui Cristo fu crocifisso per poi risorgere.

Lo svantaggio si ridusse a cinque punti dopo quella famosa 33esima giornata. Poche sere prima di Manchester United-Everton, mister Mancini incontrò Jelavic in un ristorante, un giocatore dei Toffees. Gli chiese, scherzando, di tirare uno sgambetto alla capolista e, dopo che lo United signoreggiava con un 4-1, salì in cattedra proprio Jelavic con una doppietta e la gara finì 4-4. Mancini non sapeva che il giocatore dell’Everton fosse nato proprio a due passi da Medjugorje, che coincidenza averlo incontrato qualche sera prima e avergli chiesto una mano nel fermare la corsa della capolista. Con tre punti di distacco ci si preparò al derby, alla sentita stracittadina di Manchester, ma soprattutto allo scontro diretto per la leadership della Premier. Se lo aggiudicò il City, che non aveva alternative alla vittoria, la classifica vedeva entrambe appaiate in testa ma, fosse finito il campionato, sarebbero stati gli uomini di Mancini ad esultare. Così si arrivò agli ultimi 90’, i più tesi.

Lo United si impose in casa del Sunderland, mentre il City all’Ethiad Stadium si ritrovò incredibilmente sotto contro il Queens Park Rangers. 1-2 il risultato, ormai si avvicinava il recupero e al City servivano due gol. La disperazione si era impadronita di tutti i presenti, un irreale mutismo regnava allo stadio, mentre a Sunderland la squadra di Ferguson aspettava solo la fine del recupero per brindare ad una incredibile vittoria, vietata ai deboli di cuore. Ma non era successo ancora niente. Nel recupero, Dzeko segnò di testa il gol del 2-2, mancavano ormai una manciata di minuti, poco più di due, per il triplice fischio dell’arbitro. Mancini non poté fare altro che incitare i suoi ad andare all’assalto, ormai non era più il caso di fare calcoli. E successe l’imponderabile: palla ad Aguero in area e gol: 3-2. Una esplosione di gioia incontenibile, i tifosi si riversarono sul rettangolo di gioco, il Manchester City di nuovo campione d’Inghilterra dopo 44 anni. Era il 13 maggio, il giorno della Madonna, anche secondo Mancini ci fu una regia dall’alto. Nessuna forma di blasfemia, solo una dolce sensazione figlia di tanti piccoli segnali che contribuirono a quel successo inspiegabile e, ad un certo punto, diventato impossibile.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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