16 Maggio 2026
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Presidente per i giovani Lupi prenda Juary

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Juary al Porto. Vinse la Coppa dei Campioni

Ci sono persone che si sforzano di apparire solari ed allegre, altre che non fanno nulla per nasconderlo. Questa, però, è un’altra storia. No, anzi. Ma ne parleremo più avanti. Sono passati all’incirca quarant’anni. La prima volta che lo vidi era cosi’ piccolo (non è che adesso sia un gigante) che sembrava impaurito. Scese in campo con le gambe tremanti ma dal freddo e non certo per paura (In Brasile aveva già fatto capire di che pasta fosse fatto). In Coppa Italia, all’esordio, segnò la sua prima rete con la maglia dell’Avellino, una maglia che si è cucita sulla pelle. Anche questa è un’altra storia e magari ne riparliamo in seguito. Correva l’anno 1980, la terza stagione della compagine irpina in massima serie. Fu anche l’anno dello scandalo del calcio-scommesse. Inizio con handicap, cinque punti di penalizzazione. Bisognava salvarsi, prima di ogni cosa e nel più breve tempo possibile, azzerare lo svantaggio. Dal Napoli arriva ‘ O lione’. Vinicio chiede ed ottiene un calciatore che gioca in Messico ma è brasiliano, proprio come lui. I soldi sono pochi (non eravamo paragonabili ad altri club) e quindi bisogna sperare che il melone esca rosso. Giunge in Irpinia Juary Jorge Dos Santos Filho meglio conosciuto con il solo nomignolo di Juary. A suon di gol conquista tutti i tifosi biancoverdi ma e soprattutto l’intera Italia per la sua, personalissima, esultanza dopo un gol: il triplice giro attorno alla bandierina. La prima stagione, complice un infortunio, realizza cinque reti in dodici gare, la seconda ben otto in ventidue esibizioni. Va all’Inter (scelta che si rivelerà sbagliata) poi Ascoli e Cremonese. Lascia il bel-paese per il Portogallo. Con il Porto vince la Coppa dei Campioni (1986-87) realizza il gol del definivo sorpasso all’80. Torna in Irpinia, l’amore per quella terra è senza limiti e condizioni. Allena la Beretti, una sola stagione. Poi Napoli e Porto (sempre le giovanili).

Dopo quarant’anni rieccolo apparire nella mia vita. Questa volta, dalla porta principale. E’ graditissimo ospite nella trasmissione ‘Gli ex del calcio’. In quell’ora e mezza (assieme ai suoi compagni di squadra Lorenzo Ferrante e Paolo Milella oltre a Mimmo Cecere) Juary è di nuovo l’idolo che conoscevo. Loquace, simpatico e sempre sorridente. Ringrazia i suoi compagni di squadra e dice di aver avuto fortuna ad aver incontrato tanti bravi calciatori. Insomma e per farla breve. Di una modestia disarmante. Nei suoi occhi, quando parla di Avellino, riaffiorano i ricordi. Il colore scuro d’incanto si illumina, cosi’ come il suo volto. Juary non è stato soltanto un grande calciatore ma è soprattutto una gran bella persona. Ama la vita come pochi e sa accontentarsi anche di niente. Riesce ad essere felice lo stesso. Imparare da lui sarebbe una cosa buona e giusta, se lo facessero i ragazzi che vogliono diventare calciatori sarebbe ancora meglio. Mi permetto di permettermi. A costo di apparire anche un presuntuoso. Se fossi il Presidente dell’Avellino chiamerei Juary ad allenare le giovanili. Ha tutte le qualità (innanzitutto umane) per far crescere i Lupi del domani. Presidente, mi ascolti. Pensi a quanto le ho scritto, chieda anche ai suoi collaboratori. Per l’Avellino del futuro ci vuole un uomo con qualità umane ancor prima di quelle professionali. Juary non merita questo ruolo per quello che ha fatto ad Avellino ma per quello che potrà fare. Presidente, basta guardarlo negli occhi. Si capisce quanta gioia e voglia ci sia. Voglia di iniziare dopo tutto quello che è successo, proprio quello che ci vuole.

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta. Una passione malcelata per la Formula Uno.

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