20 Settembre 2026
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15 aprile 2006, quando il Napoli si affrancò da un incubo troppo lungo…

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14 ANNI FA IL RITORNO DEGLI AZZURRI IN B DOPO IL 2-0 AL PERUGIA

DI STEFANO SICA

Il Pampa Sosa che balla a cavalcioni sulla traversa della porta che dà le spalle alla curva A. Pazzo di gioia dopo un’attesa durata due anni. Lui che era stato il primo tra gli eletti del Dg Pierpaolo Marino per la ricostruzione. E’ quella l’immagine simbolo del ritorno del Napoli in serie B, al secondo capitolo dell’era Aurelio De Laurentiis. Sono quasi le 17 del 15 aprile del 2006, e gli azzurri hanno appena chiuso i conti col Perugia al San Paolo davanti a 50mila spettatori (2-0). Quel giorno, il Napoli vince il primo round con una storia che nell’ultimo decennio si era fatta improvvisamente ostile, maligna. Poi ne avrebbe vinti altri, fino a farla diventare amica, a volte complice. Alle 14 lo stadio è già pieno come un uovo. La Primavera è subentrata da un pezzo e fa caldo, più del dovuto. L’ansia non aiuta e le aspettative sul match coi grifoni sono tante, i fantasmi del passato pure. Il clima di festa in un tripudio d’azzurro non scaccia qualche preoccupazione. Poi si sa, quando iniziano le danze si mette in circuito anche l’adrenalina. Sono due percorsi paralleli che non ammettono rimuginii e ossessioni.

Fortuna che dopo una ventina di minuti ci pensa Calaiò a riequilibrare la fibrillazione generale per indirizzarla verso pensieri positivi. La sua inzuccata vale il vantaggio azzurro. Il Perugia, però, non ci sta a fare da sparring partner anche se sostanzialmente non crea nulla. Nei biancorossi figurano tre elementi che avrebbero militato più tardi nel Sorrento di Gianni Simonelli in Prima Divisione: il camerunense Patrice Feussi, piazzatosi a destra dopo essere subentrato all’infortunato Rizzo, il centrale siciliano Massimo Lo Monaco, che si schiera al suo fianco nella retroguardia a quattro di Paolo Stringara, e Myrtaj, che resterà solo in panchina anche se Cellini non lo farà affatto rimpiangere. L’attaccante fiorentino, già giustiziere del Napoli nel match di andata al Curi con Patania in panchina, è tornato qualche mese fa vicino casa. A Prato, in serie D, dove a 38 anni suonati ha già messo a segno due reti in 10 presenze. Un centravanti immortale, a volte implacabile, che anche al San Paolo prova a rovinare la festa ai ragazzi di Reja quando, a inizio ripresa, sfrutta un buon inserimento che Maldonado sopprime senza tanti complimenti con un intervento maestoso. Per Iezzo sarebbero stati problemi grossi. Il raddoppio a metà tempo è un capolavoro di stile, bellezza e armonia. E chiama in causa un po’ tutti i capitani coraggiosi azzurri: Montervino propone, Trotta (l’eroe di Frosinone) dispone, Grava assiste e Capparella conclude. Sì, proprio l’attaccante romano che, l’anno prima, era stato decisivo in negativo ad Avellino nel return match di play-off al Partenio-Lombardi. Il destino gli riserva questa vendetta e gli restituisce il maltolto.

E allora è lì che il cerchio si chiude e la paura lascia spazio al sollievo, fin quando la felicità non diventa una dimensione magica e irrinunciabile. Mancano grosso modo venti minuti, ma nessuno avverte il pericolo di beffe. E l’allegria ad un certo punto, col traguardo in tasca, diventa rabbia irridente, il rigetto di delusioni represse. Chi è presente quel giorno lo sa bene. Non potrebbe non ricordarlo. In Curva B spuntano come funghi tanti piccoli striscioni con su scritto “Carraro infame”. Sono tante grida singole che sembrano un coro. E’ stato questo il mantra di una stagione, in nome del quale si sono interrotte partite e si è rischiato grosso. Tant’è che l’arbitro, il trentino Salati, ferma i giochi per un po’ prima di capire cosa fare. Quali impicci psicologici tormentavano la testa di un tifoso del Napoli in quel momento? Tantissimi. Perché gli schiaffoni presi negli ultimi anni scuotevano ancora la carne viva delle persone. E il senso di ingiustizia era forte in una fase storica in cui, mentre si sceglieva di condannare un club come il Napoli all’oblio, si favorivano corsie preferenziali per altri, anche per chi manteneva una gestione “creativa” dei propri conti economici. E’ stato automatico rivolgere il pensiero al gol inutile di Edmundo a Firenze nel 2001 e alla famosa manifestazione popolare anti Ferlaino e Corbelli del 7 luglio successivo. E poi ai 3000 scarsi del San Paolo nell’ultimo atto in cadetteria contro l’AlbinoLeffe, quando ci si sentiva in dovere di non abbandonare un malato in coma irreversibile. E’ stato facile tornare con la mente alla serata di Orgoglio Partenopeo nel luglio del 2004, quasi un viaggio della speranza. O al fallimento del 2 agosto seguente, il giorno dopo il 78/mo compleanno del club. Ancora più semplice ripensare ai giorni trascorsi fuori un Tribunale, aspettando quel frammento di grazia e giustizia che non sarebbe mai arrivato.

Sono le 17 del 15 aprile 2006, e il San Paolo è in pieno delirio. A tre giornate dalla fine del campionato di C1 (un torneo reso ancora più avvincente dalla antica divisione verticale dei gironi), il Napoli ha 12 punti di vantaggio sul Frosinone ed è matematicamente in serie B. Reja è portato in trionfo: ad Avellino, la delusione per la mancata promozione lo indusse a mollare tutto, d’impulso, prima di farsi convincere ad andare avanti. Adesso è il momento anche del suo riscatto. I giocatori fanno il giro di campo per raccogliere affetto e gratitudine di un pubblico impazzito, che si è finalmente liberato di un incubo. Baldorie e gozzoviglie, tuttavia, non superano quel perimetro e restano confinati in un circuito ben stabilito. Uno striscione in curva B aveva ammonito: nessuna festa. E nessuna festa ci sarà una volta assaporato il gusto del traguardo. Fuori lo stadio c’è qualche capannello di tifosi che brindano, tanti ragazzi molto giovani colgono l’occasione per svagarsi un po’. Ma tutto resta nell’ambito della compostezza. Quando scoccano le 18, la Galleria Laziale è un viavai ordinato di auto, a Piazza Sannazzaro e sul Lungomare regna una quiete quasi surreale. Allungandosi verso Santa Lucia e Piazza Plebiscito, non cambia nulla all’occhio di chi osserva. Sembra, anzi, una domenica come tutte le altre. Non sarebbe stata la stessa cosa l’anno successivo, in verità. Quando Napoli mise in connessione tutte le sue viscere dopo l’approdo in A in tandem col Genoa. Ma la B, no. E’ solo un piccolo risarcimento per quanto sofferto. Il massimo della sovranità che una storia nobile e rispettata come quella azzurra può concedere. Del resto, proprio quel giorno, uno striscione in curva A si era distinto per intuito e lungimiranza: “Tanto si sa, ci si rivede in serie A”. Detto, fatto. E finora è stato tutto sommato divertente.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di Footballweb

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