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Servizio di Valerio Lauri ©riproduzione riservata
Gli manca di alzare un pugno sinistro al cielo. Poi Vincenzo Montella, per sbeffeggiare il presiden-pensiero, le soddisfazioni se l’è prese tutte. A San Siro, nell’ultimo match con Berlusconi al timone (o almeno sembra) di quello che fu il club più titolato al mondo, va in scena l’ennesimo capitolo di indipendenza montelliana. A dispetto dei “suggerimenti” presidenziali, l’aeroplanino dapprima insiste sul 4-3-3 e poi, nella seconda frazione, si chiude a riccio, con una difesa a 5, che del bel giuoco auspicato da Silvio ha al massimo Suso che giochicchia con la bandierina del calcio d’angolo, nella sua metà campo. Tuttavia, il risultato, che fino a prova contraria nel calcio è l’unica cosa che conta ai fini della classifica, dà ragione al tecnico napoletano, che conquista tre punti preziosi contro la Fiorentina e rilancia i suoi all’inseguimento della fuggente Europa.
E’ tutta una questione machiavellica, di scopi che giustificano i mezzi e di armi utilizzate per combattere le guerre (calcistiche, per carità). Ecco, in tal senso Montella è sempre stato trasparente. Dopo qualche piccola batosta nei primissimi impegni, il Milan ha rinunciato a provare a vincere le gare dominandole, facendo ricadere la lettura delle gare sulla sempreverde teoria del “massimo risultato col minimo sforzo”. Mentalità umile, ottimi risultati. Poi è arrivata la Supercoppa, la vittoria ai rigori di Doha con la Juve e l’entusiasmo incontrollato e incontrollabile. La voglia, fortissima, di dimostrare che i rossoneri potessero tenere in mano le partite. Così, l’allenatore di Castello di Cisterna, cominciò a dare ai suoi un’impostazione diversa, più coraggiosa. I risultati furono un’involuzione evidente nel ruolino di marcia e una considerevole sfortuna autoprodotta, in concomitanza con il piccolo declino. A dare il colpo di grazia alle speranze di donare un assetto propositivo, le sconfitte con Udinese e Samp. Da Bologna, qualcosa è cambiato. Complici le assenze, le espulsioni della pazza serata del Dallara e tutte le difficoltà annesse, il Milan s’è riscoperto umile e votato a non prenderle, prima che a darle. Da qui, la mini-striscia di tre risultati utili consecutivi, con 7 punti in dote collezionati tra Bologna, Lazio e Fiorentina.
Proprio al Meazza coi viola, la sensazione di cui sopra è stata palese. Diversamente da quanto visto per buona parte della stagione, il Milan ha dato il meglio di sè nel primo tempo, portandosi in vantaggio per ben due volte e limitandosi a difendere il vantaggio nella ripresa. Probabilmente, la tattica è stata vincente proprio perchè s’è tenuto conto dell’impegno di Europa League della squadra di Sousa a Moenchengladbach e del relativo calo fisico con l’incedere dei minuti. D’altronde, lo sforzo maggiore da ambo le parti è stato in un primo tempo scoppiettante e giocato, per certi versi, a viso aperto. Ben conscio della grande qualità in mediana dei toscani, Montella ha scelto il centrocampo pesante, con Pasalic e Kucka a randellare e il principito Sosa in cabina di regia. Il fulcro argentino, peraltro, si è rivelato uno dei migliori, riuscendo a fornire intensità nel recupero palla e velocità nello smistamento con pochi corto circuiti. Al netto dei soliti problemi di una difesa costretta a schierare Gomez (mezzi tecnici non eccelsi) e Vangioni (indisciplinatissimo sul piano tattico), i danni sono stati limitati anche dall’imprecisione dei viola. Perfino Bacca è sembrato in partita, tra lo scambio con Deulofeu che ha condotto al secondo vantaggio e il possibile terzo gol fermato da un guardalinee “distratto”.
Troppo preziosa la situazione di vantaggio in una gara così importante, per non limitarsi a difenderla e ripartire. Da qui, una scelta “di protesta” nel concedere alla Fiorentina di attaccare 11 uomini schierati nella propria metà campo. Qualora non fosse chiaro, la rinuncia a Deulofeu per Zapata, con cui puntellare uno schieramento difensivo che diventa a 5, rende bene l’idea. Si lascia tutto nei piedi degli avversari che, come prerogativa, hanno la costante di specchiarsi troppo nel fraseggio elaborato (e talvolta esasperato) e concludere poco a rete. Non a caso, forse, la situazione più pericolosa della ripresa è di marca rossonera e sfiga vuole che capiti sui piedi meno educati alla finalizzazione, quelli di Abate. Un capolavoro d’umiltà o un ridimensionamento funzionale? Difficile capirlo, ma forse va anche bene così.

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