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“Marek non si tocca”. È il motto del tifoso medio. Anche quando gioca male, quando sembra assentarsi dal campo per parecchi minuti o per diversi mesi. Gran parte della stampa locale ne prende le difese. Se non rende, è sempre colpa di qualcun altro. Del modulo che non lo esalta. Della squadra che non gli permette di esprimere il suo potenziale. Dell’allenatore che non lo capisce. Dei soliti disfattisti e criticoni. Chi è veramente Marek Hamsik? Partiamo, come vuole il buon giornalismo, dai fatti e dai numeri. Lo slovacco, prelevato dal Brescia nel 2007, e diventato nel corso degli anni capitano della squadra partenopea, può vantare dati importanti. In sette stagioni, esclusa l’attuale, realizza settantotto reti, tra campionato italiano, coppe nazionali e europee. Senza dimenticare gli assist e i passaggi utili ai compagni. La media è di dieci marcature a stagione, altissima per un centrocampista offensivo. Mostra, fin dalle prime apparizioni con la maglia azzurra, due qualità fondamentali: capacità di inserimento senza palla e freddezza sotto porta. Le statistiche sono tutte dalla sua parte. Anche la matematica, però, può essere contestualizzata. Se guardiamo le prestazioni, per continuità e intensità, lo slovacco perde lucentezza. In sette anni all’ombra del Vesuvio, accusa frequenti periodi di calo fisico e mentale. A salvarlo sono spesso i gol che mette a segno, anche per caso, giocando male, e che fanno numero. Molti addetti ai lavori, inoltre, gli rimproverano la totale mancanza di personalità. Dov’è Hamsik nelle partite che contano? Molto spesso non c’è. Si ricordano i gol incredibili, l’esplosività fisica, la generosità di Cavani, le accelerazioni e le serpentine del “pocho” Lavezzi. Molto meno l’apporto del capitano con la cresta. Poi, lo ricordiamo, ci sono i maligni e i criticoni. La loro tesi è altrettanto chiara. “Se davvero-si chiedono-è un campione, perché non è andato via come gli altri due? Davvero De Laurentiis avrebbe rifiutato plusvalenze milionarie? “. In effetti, Marek Hamsik, nonostante presunti apprezzamenti da mezza Europa e la curatela di un procuratore come Mino Raiola, noto per la sua capacità di favorire trasferimenti milionari di calciatori tra le grandi del calcio internazionale, rimane saldamente a Napoli. Dalle dichiarazioni che rilascia agli organi di stampa, sembrerebbe essere intenzionato a chiudere la carriera nel Napoli. Altra acqua al suo mulino, altro pane per chi ancora crede nelle “bandiere” nel mondo del pallone. Con l’avvento di Rafa Benitez in panchina, il suo rendimento registra un ulteriore calo d’intensità. Il tecnico spagnolo lo schiera alle spalle della prima punta, in posizione centrale nel 4-2-3-1. I suoi sostenitori, in piena luna di miele con l’allenatore vincente, la società e i calciatori, si convincono che in quel ruolo, libero da compiti di marcatura, possa attaccare gli spazi a suo piacimento e andare addirittura in doppia cifra. Le cose non vanno esattamente così. Nella passata stagione, Hamsik porta a casa un magro bottino di sette reti. Un mezzo fallimento, per chi ipotizza quasi una ventina di marcature. Il suo atteggiamento in campo, poi, è spesso irritante. In alcune partite, è il re dei passaggi all’indietro, o addirittura degli errori tecnici. A fine campionato, in molti desiderano la sua cessione. Quindi quel ruolo non fa più per lui. E veniamo ai giorni nostri. A poche giornate dalla fine, sul suo tabellino si legge il numero nove. E non è poco. I voti in pagella? Molti sei di incoraggiamento e di affetto, poche insufficienze per lo stesso motivo. Allora è davvero un campione? “In medio stat virtus”, dicevano i latini. La verità è sempre nel mezzo. Forse esagera chi lo esalta a prescindere, così come colui che fa finta di ignorare i numeri. Seguendo questo schema, potremmo dire che si tratta di un buon calciatore, di sicuro sopra la media. Da qui a definirlo “campione” o “fenomeno”, però, ce ne passa. Chissà, forse anche lo stesso slovacco, sentendo e leggendo le sviolinate e le leccate che riceve, qualche volta pensa: “Ragazzi, datevi una calmata. Gioco a calcio, ma non sono mica un Messi(a)”.
A cura di Luca Bosio.


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