16 Maggio 2026
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Madjer e Juary, la strana coppia dell’87

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Nel 1987, dopo ventun anni la Coppa dei Campioni riprende la strada della penisola iberica, precisamente per il Portogallo. Come l’anno prima per la Steaua, anche il Porto non era annoverato nella rosa delle favorite della vigilia, ma ciò non significa che alla fine non abbia meritato il trionfo. I lusitani allenati da Artur Jorge, non erano la tipica squadra portoghese abile nel l’addormentare i ritmi della partita per poi lasciar partire accelerazioni improvvise. Ma una squadra votata all’attacco, casa o trasferta non importava, l’imperativo era vincere imponendo il proprio gioco. Una specie di Zdenek Zeman alla lusitana. Le stelle, in quella squadra non mancavano: vi erano il due volte Scarpa d’oro (’83 e ’85) Fernando Gomes, l’algerino Rabah Madjer e l’enfant prodige Paulo Futre, grande talento del calcio portoghese, che soprattutto per gravi problemi fisici avrà una carriera nettamente inferiore alle sue enormi potenzialità. Il Porto come la Steaua, ha avuto l’urna molto benevola. Il cammino del Porto fino alle semifinali non è stato dei più impegnativi. Nei primi due turni, i maltesi del Rabat Ajax e i cecoslovacchi del Vitkovice vengono superati in scioltezza, mentre leggermente più ostico si rivela il Bröndby nei quarti. Strada facendo non mancano nel panorama generale le vittime eccellenti, anche a causa di abbinamenti suicidi, vere e proprie finali anticipate.
Il secondo turno è fatale alla Juventus, eliminata nello scontro stellare con il Real Madrid, e ai detentori della Steaua, superati dall’Anderlecht (rivincita della stagione prima), che nei quarti capitolerà col Bayern Monaco. Le semifinali, presentarono così una grande classica, Bayern-Real, forse la vera finale, ed una novità, Porto-Dinamo Kiev. Fu una sfida tra due nuovi modi di vedere e interpretare il calcio. Nell’andata la Dinamo di Lobanovski limita i danni e torna in Urss (l’Ucraina ancora non era nata) con un passivo accettabile (1-2). Il Real invece crolla all’Olympiastadion, anche a causa di un arbitro, lo scozzese Valentine, che assegna un rigore dubbio ai tedeschi e fa saltare i nervi ai madridisti che finiscono in 9. Al ritorno, Aurtr Jorge, annulla il Colonnello Lobanovsky, ed il suo Porto si impone a sorpresa anche a Kiev. Fedele al suo credo tattico, il Porto, non cerca di amministrare il vantaggio dell’andata, ma gioca a viso aperto, imponendo un vigoroso stop al calcio futuribile di Lobanovski.
Allo stesso tempo, in quel di Madrid il Real era chiamato all’ennesima rimonta, ma questa volta la legge del Bernabeu, più volte testimone in quegli anni di clamorose rinascite, non viene applicata, ed il Bayern, col fiatone, si accomoda in finale con Udo Lattek e Fritz Scherer (all’epoca rispettivamente tecnico e presidente dei bavaresi) avevano pronosticato all’indomani del sorteggio. Nota curiosa, erano cosi sicuri di giocare l’atto finale, che prenotarono il giorno dopo il sorteggio, l’albergo in cui il Bayern sarebbe andato in ritiro prima della finalissima. «Male che vada, avremo la possibilità di stare alcuni giorni in una delle più belle città del mondo» aveva detto la diabolica coppia. La finale andò in scena al Prater di Vienna, con i tedeschi favoriti, anche perché il Porto lamentava le assenze di Gomes, Jaime Pacheco, Casagrande e Lima Pereira. Il primo tempo fu di marca tedesca soprattutto dopo il fortuito gol di Kögl, lesto ad appoggiare in rete di testa a porta sguarnita un inaspettato assist dell’avversario Magalhães che, sempre di testa, aveva messo fuori causa il suo portiere. Sulle ali dell’entusiasmo, il Bayern costrui altre palle gol soprattutto con Rummenigge junior, bravo a procurarsele, ed al quanto maldestro nel sprecarle.
Durante l’intervallo, negli spogliatoi Artur Jorge, strigliò i suoi, ed azzeccò la mossa-partita, inserendo il brasiliano Juary, ex del calcio italiano. Il Bayern, non regge il ritmo cala, ed i portoghesi assunsero il controllo del gioco. Juary fu una spina nel fianco della difesa bavarese, dove Futre penetrava come una lama nel burro, sprecando clamorose occasioni. Si arrivò così a dodici minuti dal termine, con la coppa che sembrava aver preso la strada della Bavaria. Ma Lattek ed i suoi uomini, non avevano fatto i conti con la coppia Madjer-Juary.
Il brasiliano si rese protagonista con una fuga sulla destra, entrò in area e servì un assist all’algerino, che con un colpo di tacco (“il tacco di Allah” fu il suo soprannome) insaccò. Il Bayern accusò il colpo, e dopo due minuti, Madjer ricambia il favore. L’algerino, pennellò un cross da sinistra sul quale Juary anticipò Pfaff e calò i titoli di coda su quell’ edizione, sotto gli occhi increduli della marea biancorossa che già pregustava di festeggiare la coppa dalle grandi orecchie. In Italia, più che per i suoi gol, Dos Santos Riho Juary Jorge, per tutti Juary, era noto per la curiosa esultanza che seguiva le sue segnature, una danza intorno ad una bandierina del calcio d’angolo. Attaccante rapido e opportunista in area di rigore, in terra italica visse fortune alterne. Dopo due buone stagioni ad Avellino (’80-81 e ’81-82) passò all’Inter, dove fallì la prova. Le ultime due annate italiane (Ascoli e Cremonese) furono difficili a causa di problemi fisici. Si accasò in Portogallo, al Porto, ed a Vienna fu l’uomo decisivo, entrò all’inizio della ripresa e ribaltò la partita. Fu la sua grande rivincita: campione d’Europa da protagonista.

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