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L’ultimo scudetto del Toro

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

L’Italia era un paese che provava a mettersi alle spalle la Seconda guerra mondiale, riprese anche il campionato di calcio e a dettare legge c’era il Grande Torino. Mostruosa quella squadra che vinse quattro campioni consecutivi fino a quella tragica giornata di Superga, dove lo schianto con l’aereo fu fatale a tutti. Quella squadra che incantava e vinceva come una fuoriserie non c’era più, tutti passati a miglior vita, una tragedia che non si potrà mai dimenticare. Ne risentì anche la Nazionale italiana che si ritrovò depotenziata, priva dei suoi giocatori migliori, che oggi chiameremmo top player, una delle pagine più tristi del calcio italiano. Il Torino si ritrovò a vivere di ricordi, passavano gli anni e non c’era modo di rinverdire quei fasti, la squadra era anche competitiva ma a vincere erano sempre gli altri, spesso proprio i cugini della Juventus. Correva l’anno 1975-1976, la superfavorita era sempre la Juve di mister Parola che l’anno prima se la vide brutta contro il Napoli di Vinicio. Fu decisivo lo scontro diretto al Comunale quando l’ex azzurro Altafini (passato in bianconero da tre anni), entrato da poco in campo, segnò il gol vittoria dopo che capitan Juliano aveva risposto al vantaggio di Causio. Una rete che valse all’italo-brasiliano l’appellativo di core ‘ngrato.

L’anno successivo, ai nastri di partenza, la Juve aveva sempre qualcosa in più, ma poi c’era il Napoli che si era rinforzato con il roboante acquisto di Savoldi, la Lazio di Chinaglia e Re Cecconi che due anni prima si era laureata campione d’Italia, le due milanesi sempre competitive e piene di campioni con l’Inter di Facchetti, Mazzola, Boninsegna e il Milan di Collovati, Benetti, Rivera. Il Torino poteva essere una outsider, sicuramente ai nastri di partenza nessun pronostico indicava nella compagine granata una pretendente al titolo. Eppure mister Radice, un giovane innovatore che ispirava la sua squadra al modello olandese, creò grande unità di intenti e affiatamento. Quel Torino, non partì neanche benissimo, ma cammin facendo si accreditò come una candidata al tricolore. Lo dimostrò soprattutto facendo suo il derby contro la Juventus grazie ai “gemelli del gol”, Graziani e Pulici, che stesero la Vecchia Signora con una rete a testa. Quella vittoria permise al Napoli di insediarsi in testa, poi il discorso scudetto diventò una volata a due tra le cugine torinesi. Il Toro non era rappresentato solo dalla formidabile coppia d’attacco Graziani-Pulici, ma c’era capitan Sala, il “poeta del gol”, un giovanissimo Pecci, un punto di riferimento come Zaccarelli.

Sulla carta, la Juve aveva un organico più completo se si pensa ai vari Zoff, Scirea, Gentile, Cuccureddu, Causio, Tardelli, Capello, Bettega, Anastasi, Altafini. Ad un certo punto, con cinque punti di vantaggio, la Juve aveva ormai preso il sopravvento, le vittorie valevano ancora due punti, e quel distacco sembrava piuttosto rassicurante, soprattutto nell’ultima parte del campionato. Ma mister Radice invitò la sua squadra a crederci ancora, dicendo: “La crisi di risultati che abbiamo avuto noi, la possono avere anche loro, abbiamo il dovere di farci trovare pronti”. Fu quasi profetico, perché la capolista Juve entrò in una crisi inaspettata con tre sconfitte consecutive. La sconfitta col Cesena fu un campanello d’allarme proprio nel momento meno opportuno, ad una settimana dal derby. I granata vinsero 2-1 sul campo nella stracittadina, ma poi la vittoria fu assegnata anche a tavolino a causa di un petardo scoppiato alla fine del primo tempo dal settore dei tifosi bianconeri e che colpì Castellini, il portiere del Toro. La Juve era sempre prima, ma la sua principale inseguitrice, non solo aveva ridotto il divario di punti da cinque ad uno, si era anche aggiudicata i due scontri diretti. Decisiva la giornata successiva sull’asse Torino-Milano. La Juve cadde a San Siro contro l’Inter, mentre il Toro regolò in casa il Milan. Sorpasso avvenuto, roba da non crederci. La squadra di Radice ebbe il merito di credere nel sorpasso anche con uno svantaggio di cinque lunghezze, mentre la Juve si adagiò troppo abbandonandosi al cupio dissolvi.

Si arrivò all’ultima giornata con una Torino vestita a festa, il Comunale traboccava di gioia, il colore granata dominava sulla città. Fu Pulici a firmare il vantaggio contro il Cesena, ma la squadra romagnola, rivelazione di quel campionato, pervenne al pari facendo temere il peggio. Da Perugia, però, arrivavano notizie confortanti, la Juve era sotto e non riuscì più a riaversi, il gol di Curi stese definitivamente gli uomini di Parola. Nonostante il brivido, fu grande festa a Torino, la squadra granata ritornò in vetta al campionato dopo 27 anni e si sapeva a chi dedicare quella vittoria. C’erano degli eroi da omaggiare, quelli che avevano scritto le pagine più belle della storia del Toro prima di andare incontro ad un infausto destino. Quel campionato fu un duello che si giocò tutto nella città della Mole, il Toro tolse lo scettro alla Vecchia Signora che non accettò quell’epilogo. La società prese provvedimenti seri e drastici: via Parola e squadra affidata al giovane Trapattoni, due bandiere come Capello e Anastasi salutarono Torino rimpiazzati da Benetti e Boninsegna. La Juve era attrezzata per vincere, ce l’aveva anche in pugno quel campionato, poi venne fuori il grande cuore Toro. Quel 16 maggio 1976 resterà sempre un giorno speciale per i tifosi granata.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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