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  • Dedicato a Luca Alvieri

Luca Alvieri sempre nel cuore, le parole di mister Chianese: “Gli dedicherò la mia prossima vittoria”

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La vita è una questione di connessione. Va bene parlarsi, toccarsi, vedersi, ma connettersi richiede una maggiore profondità, una vera volontà di entrare in contatto con un’altra persona. Chi ci dice che le anime non possano entrare in relazione e, quindi, connettersi le une con le altre? Sono momenti in cui il terreno e il soprannaturale si toccano, si connettono, appunto, e una persona che non c’è più fisicamente fa percepire la propria presenza. Quando si percepisce l’anima di una persona ci si gira e ci si guarda intorno, quasi a volerne cercare la presenza, ma poi il modo migliore per connettersi con essa è fare silenzio, chiudere gli occhi ed entrare in una relazione intima, interiore, esclusiva. Luca Alvieri ha lasciato questa terra lo scorso 21 dicembre, aveva 24 anni, aveva combattuto con grande ardore un male che poi non gli ha dato scampo, del resto davanti a queste cose l’essere umano si riscopre impotente per quanto possa battersi. Luca aveva accettato la tremenda sfida con gli occhi della tigre, azzannando il nemico, la sua tattica era stata la prudenza in pubblico e l’intraprendenza in privato. Una mossa che si era rivelata vincente, stava in trasferta, in un campo ostile, ma nessuna soggezione da parte sua, nessun timore reverenziale, solo tanta convinzione di potercela fare. E ce l’aveva fatta, la prima gara l’aveva visto imporsi con piglio maturo e autorevole, un colpo in trasferta in un infido ambiente.

Poi quel terribile avversario ha voluto moltiplicare la sua virulenza in modo che nessuno potesse contrastarlo. Luca se n’è uscito da combattente, non si sarebbe mai perdonato un atteggiamento arrendevole, fino all’ultimo ha vissuto tutto in pienezza, seguendo quel calcio che tanto amava ed esprimendo la sua attraverso i social. Luca si faceva volere bene da tutti, noi della redazione gliene volevamo tanto, ma erano molteplici gli ambiti in cui era impegnato: la partita a calcetto con gli amici, il gruppo con cui collaborava all’organizzazione di tornei, la squadra di animatori nei campi estivi. Poi c’era Sara, la sua fidanzata, non aveva occhi che per lei, insieme trasmettevano una dolcezza infinita, un amore puro, vero, autentico, fedele. Il papà Alfredo, la mamma Adele, il fratello Matteo hanno vissuto tutto con grande compostezza e contegno, non si può non sottolinearlo, nessuno può prevedere la propria modalità di reazione di fronte ad un dolore grandissimo. La famiglia di Luca ha fornito a tutti un grande esempio di dignità, addirittura confortando, abbracciando gli altri e diffondendo sorrisi disarmanti. Scene che davano subito un senso a quel dolore, come se i suoi cari avessero voluto subito trasformarlo in amore e in impegno, quello necessario per ricordarlo.

Ci avevano pensato subito anche gli amici, che gli hanno dedicato un torneo di calcetto con tanto di targhetta con il numero 22, il suo preferito, quello che apparteneva a Kakà, l’idolo della squadra per cui batteva il suo cuore, il Milan. Proprio la curva di San Siro l’ha omaggiato con uno striscione, chissà quanto sia stato felice, chissà per quanto tempo avrà applaudito con le lacrime agli occhi, ringraziando, come era abituato a fare, da ragazzo educatissimo. Luca era speciale, chi l’ha conosciuto può solo confermarlo, chi non l’ha conosciuto può pensare che tutti coloro che abbandonano la terra troppo presto diventino speciali. È una retorica con cui bisogna fare i conti, che dispensa generosità a buon mercato e che desta anche un certo fastidio, come se avere la stessa sorte significasse avere anche la stessa storia di vita. Che Luca fosse speciale lo si capiva subito dal modo garbato con cui si poneva, poi conoscendolo meglio quasi ci si commuoveva nel constatarne la bontà d’animo, la nobiltà dei sentimenti, la purezza con cui guardava il mondo. Valori che lo rendevano, non tanto diverso da tutti gli altri (vogliamo pensare che ci siano tanti altri Luca nel mondo), ma sicuramente diverso da molti, per i quali speriamo sia stato da esempio.

Luca amava il calcio e voleva raccontarlo, per questo aspirava ad affermarsi nel mondo del giornalismo avendo anche la maturità di capire di doversi impegnare tanto. E mai che si fosse risparmiato, tanto da meritarsi l’appellativo di stacanovista, ma non gli piacevano molto i complimenti, alla passione aggiungeva una grande umiltà. Amava il calcio anche per le favole che regala: seguiva il Venezia quando era allenato da Pippo Inzaghi, al quale era riconoscente per le gioie che gli aveva regalato da giocatore, seguiva il Crotone pensando che si sarebbe potuto salvare, come poi avvenne. Quando il Cosenza, sovvertendo tutti i pronostici, approdò tra i cadetti, scrisse sulla nostra chat privata di volersene occupare con un articolo che ripercorresse le tappe fondamentali di quel salto di categoria insperato. Meglio fermarsi, rischieremmo di non finirla più, Luca se si assumeva un impegno lo portava avanti con diligenza e professionalità. Come quando gli offrirono il ruolo di addetto stampa del Portici 1906, la squadra della sua città, lo accettò sapendo (anche se lui non lo avrebbe mai detto) che non si sarebbero mai pentiti di aver scelto lui. Strinse un rapporto straordinario con mister Mauro Chianese, il timoniere di quella giovane squadra che, partita per salvarsi, si spinse fino a conquistare i play off. Luca, pur non scendendo in campo, era comunque un protagonista, mister Chianese tale lo considerava e ce lo racconta in questa intervista. Quante lacrime hanno versato i giocatori dopo la ferale notizia, tutti con il viso rigato nella consapevolezza che sarebbe stata dura fare a meno di un ragazzo come Luca.

Il tecnico con il quale ha vissuto a stretto contatto l’esperienza di addetto stampa, ci racconta volentieri chi era Luca Alvieri, anzi, ci ringrazia perché “parlo con enorme piacere di una persona che è nel mio cuore”. Mister Chianese inizia ad aprirsi: “Luca arrivò a campionato in corso con molta discrezione, anche con una certa timidezza, si vedeva subito che era un bravissimo ragazzo. Mi sentivo in dovere di farlo sentire parte integrante della squadra e mi è bastato poco tempo per capire di potermi fidare ciecamente di uno come lui. Confesso una cosa importantissima: lo facevo stare con me nello spogliatoio quando parlavo alla squadra. Non l’avevo mai fatto prima e mai avrei pensato di farlo, faccio l’allenatore da 14 anni, ho allenato squadre di un certo livello, e per me era impensabile far entrare una figura non dello staff tecnico all’interno di un luogo sacro come lo spogliatoio. Percepivo quanto gli facesse piacere, quanto ci tenesse ad essere presente in quel momento e sapevo che non avrebbe mai tradito la mia fiducia. Se quell’annata è stata positiva dal punto di vista dei risultati è anche grazie a lui che non è mai mancato, sempre presente perché si sentiva ormai integrato. Il nostro rapporto andava al di là dell’aspetto professionale, quella stima che può intercorrere tra un allenatore e un addetto stampa si è trasformata in un affetto umano. Come potevo non volere bene ad un ragazzo che quasi sempre, dopo gli allenamenti, mi accompagnava a Pietrarsa a prendere il treno? Dei gesti straordinari, di una umanità edificante”.

Si metteva sempre a disposizione su tutto, mai che non tendesse la mano a chi gli chiedeva un aiuto. Ma per lui era tutto normale, faceva parte della sua natura, per questo l’ex tecnico del Portici è rimasto interdetto quando gli è stata comunicata la notizia che non avrebbe mai voluto sentire: “Uno choc, nella mia vita ho perso tante persone care, tra cui i miei genitori, eppure quando ho saputo di Luca ho provato un dolore che non si può spiegare e che ancora adesso mi scava dentro. Nonostante combattesse con un bruttissimo male non l’ho mai visto sofferente, chissà invece quanto soffrisse senza farlo trasparire agli altri. Non voleva la commiserazione della gente, non ha mai elemosinato alcunché, questo la dice lunga sulla dignità con cui ha affrontato tutto. Ecco, forse non c’è parola migliore per descrivere l’arma con cui ha affrontato la sua battaglia: dignità. Penso a tutti quei ragazzi della sua età che si autodistruggono, lui invece ha combattuto per la sua vita, fino all’ultimo, senza mai risparmiarsi, con quel temperamento tipico di chi non vuole arrendersi. Mi capita ancora di rileggere il suo ultimo messaggio, quando la mia avventura al Portici arrivò al capolinea, ne voglio condividere il testo con tutti: “Salve Mister, ho da poco appreso la notizia. Sono davvero sorpreso e dispiaciuto. Le auguro il meglio per il prosieguo della sua carriera e la ringrazio per quanto fatto a Portici e per tutto quello che mi ha saputo insegnare sul fantastico ruolo dell’allenatore. Alla prossima”. Ci scrivevamo quando non potevamo vederci, rileggere quelle parole è un tuffo al cuore”.

Basta leggere quel messaggio per capire tutto: si rivolgeva con il Lei e, come era solito fare, ha ringraziato quell’allenatore che gli aveva fatto scoprire in prima persona i segreti di un mondo che l’aveva sempre affascinato. Era animato da una curiosità così sfrenata che, da tifoso del Milan, gli nacque il desiderio di approfondire la figura di Nereo Rocco. Con mister Chianese c’era un rapporto quotidiano e degli appuntamenti fissi, quelli ufficiali: “Dopo ogni rifinitura facevamo l’intervista in sala stampa e poi quella a caldo nel post-partita, era un momento importante per lui perché esprimeva la sua professionalità. Ma, al di là di quei momenti davanti alle telecamere, quante chiacchierate abbiamo intrattenuto come due amici, ironizzavo anche sul fatto che fosse un milanista sfegatato. Momenti bellissimi, che ricorderò con nostalgia, dico che quel campionato è stato straordinario dal punto di vista sportivo ma funestato da quello che poi sarebbe successo a Luca. Però, poi faccio un’altra riflessione, tutte quelle emozioni le abbiamo vissute insieme e allora il dolore si attenua e il ricordo mi strappa un sorriso. Spesso lo ricordo attraverso la mia pagina social, ma portandolo sempre nel mio cuore dico che, quando vincerò la mia prossima partita, la dedica sarà tutta per Luca, alzerò gli occhi al cielo e gli rivolgerò un pensiero, lui che starà sempre nei pensieri”.

Una promessa quella del tecnico salernitano, che sicuramente manterrà, a certificare un legame che resisterà nel tempo. Come ampiamente raccontato, Luca ha vissuto la sofferenza con dignità e senza alcuna forma di autocommiserazione, se ci si chiede come sia stato possibile, si trova la risposta conoscendo l’unione della sua famiglia: “Luca era proprio lo specchio della sua famiglia, persone perbene che gli sono state vicino fino all’ultimo con una presenza amorevole, costante e necessaria. Quei valori di cui era portatore gli sono stati trasmessi in famiglia, proprio nel calore dei suoi affetti più cari ha trovato la forza di vivere con dignità quella sofferenza, e la famiglia ha fatto altrettanto dopo quel giorno nefasto. Se Luca era un ragazzo speciale, rispettoso nei rapporti e professionale nel lavoro, il merito va ascritto anche a chi ha saputo educarlo secondo quei valori che rendono un giovane già un uomo”. Non c’è bisogno di aggiungere altro, ricordare Luca da un lato fa male, dall’altro ci fa capire ulteriormente lo spessore umano di un ragazzo che a 24 anni poteva già essere considerato un uomo. Non parlava mai a sproposito, ogni parola aveva un significato preciso, come quando si rivolse ad un ragazzino minorenne pieno di dubbi e domande dicendogli: “Goditi la vita”. Lui conosceva il reale valore di quelle parole.

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