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Dai margini agli osanna. Storia di uno scugnizzo nato in Belgio

Sport Napoli 25-02-2020 Stadio San Paolo Champions League Napoli-Barcellona Nella foto Dries Mertens esulta dopo il gol (Newfotosud Alessandro Garofalo)
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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Sembrava destinato ad essere un gregario di lusso, un comprimario che poteva accontentarsi di sprazzi da protagonista. Per alcuni anni è stato Dries Mertens, giocatore apprezzato subito dalla piazza per professionalità e talento, poi è diventato Ciro Mertens, perché quell’apprezzamento degli inizi si è trasformato in un amore, in un senso di appartenenza al territorio. Il belga è arrivato a Napoli in un momento particolare, di transizione, si chiudeva il ciclo mazzarriano, ci si chiedeva se si sarebbe sostituito adeguatamente uno come Cavani, approdato a Parigi. La società aveva individuato in Higuain il suo sostituto, ma con quei soldi arrivati dalla capitale francese si decise di rinforzare tutto il reparto offensivo perché andava via un attaccante che, in tre anni, aveva realizzato la bellezza di 104 gol, più di 30 a stagione. Allora arrivò anche Callejon dal Real Madrid, uno che si contendeva il ruolo con Cristiano Ronaldo, e Mertens dal Psv, che aveva già incontrato il Napoli in Europa League destando una ottima impressione. Al primo anno, nel 4-2-3-1 di Benitez, Mertens trovava spazio solo a partita in corso, il titolare della fascia sinistra era Insigne.

Spesso e volentieri, però, quando entrava il belga spaccava le partite, successe anche in appuntamenti importanti, tant’è che molti ne invocavano l’utilizzo dal primo minuto. Il momento più delicato di quella stagione fu quando il Napoli, che deludeva in campionato, sembrò ad un passo dall’abbandonare anche la Coppa Italia. Nella semifinale d’andata in casa della Roma, dopo il primo tempo, i giallorossi erano in vantaggio di due gol. Nella ripresa, dopo pochi minuti, fu 2-2 e Mertens si rivelò fondamentale in quella riscossa con la sua firma. Nella finale contro la Fiorentina, nel momento di maggiore sofferenza, con i viola in assedio e in superiorità numerica per pervenire al pareggio, fu proprio Mertens a spegnere tutte le velleità degli uomini di Montella realizzando il definitivo 3-1 che permise agli azzurri di conquistare il trofeo. Andò in doppia cifra con 13 gol stagionali, niente male come bottino per un esterno neanche titolare. La seconda stagione fu quella del tracollo beniteziano, un dolore ricordare tutte quelle umiliazioni, dal preliminare di Champions perso con l’Athletic Bilbao alla semifinale di Europa League con il Dnipro. Il momento migliore fu quando, ai quarti, il Napoli si ritrovò di fronte il Wolfsburg, che in Bundesliga lottava per la leadership.

In terra tedesca si giocò una partita perfetta (conclusa 1-4), Mertens non andò a segno ma rimediò al ritorno al San Paolo, in quel momento scintillante – purtroppo caduco – non poteva mancare il suo sigillo. Nonostante la stagione sciagurata, arrivò comunque in doppia cifra con 10 gol. Si parlava di rivoluzione dopo il biennio beniteziano e l’arrivo di un semisconosciuto come Sarri. La società invece, disse apertamente che in attacco non avrebbe voluto cambiare alcunché e così fu fatto, anche perché il problema del Napoli sicuramente non era la prolificità. Quell’anno, con molta sorpresa, gli azzurri, dopo una partenza choc, si ritrovarono a lottare per lo scudetto con l’handicap di giocare sempre con la stessa formazione titolare. Il tecnico toscano era riluttante al turnover, Mertens trovò molto spazio in Europa League dove segnò cinque gol in altrettante partite, mentre in campionato il suo impiego fu a dir poco centellinato. Iniziò a mostrare i primi segni di insofferenza, ritenendo (a giusta ragione) di meritare maggiore spazio, che sperava di trovare l’anno successivo. Quell’estate fu scossa dall’addio di Higuain, che aveva ceduto alle lusinghe della Juventus, e per sostituirlo fu scelto il polacco Milik.

È vero che si era messo in luce con gol e prodezze indossando la maglia dell’Ajax, ma quel nome non infiammava i cuori della piazza, amareggiata sia dal tradimento del Pipita che da una campagna acquisti minimalista. La prima di campionato si giocò in casa del neopromosso Pescara, Sarri decise di non lanciare subito il nuovo acquisto ma di schierare Gabbiadini nel ruolo di prima punta. Il risultato fu subito sconfortante, l’ex doriano sempre fuori dal gioco e il primo tempo si chiuse con gli azzurri sotto di due gol. Nella ripresa, entrò in campo Mertens e tolse le castagne dal fuoco con una doppietta esprimendo tutta la sua insoddisfazione senza alcuna scenata, bensì incenerendo il suo allenatore con lo sguardo. Milik aveva avuto un grande impatto con la nuova realtà segnando sette gol in nove partite, Gabbiadini era ormai un corpo estraneo, ma poi su di lui si concentrarono tutte le speranze dopo il brutto infortunio occorso al bomber polacco. Che sfortuna per il giovane attaccante proveniente dall’Ajax, era ormai entrato nei meccanismi di squadra prima che il ginocchio gli facesse crack. Quel Napoli perse quattro partite in un mese tra campionato e Champions League, ormai si era capito che Gabbiadini non era adatto per il ruolo di prima punta, lo si esponeva solo alla gogna del pubblico.

Che fare? Sul mercato non si poteva operare, si era pensato a qualche svincolato ma l’ipotesi fu subito scartata perché si andava comunque a prendere un elemento che avrebbe necessitato di un periodo di tempo per entrare in forma, a quel punto conveniva aspettare gennaio. Però, almeno fino a gennaio, qualcosa andava pensato, perché non provare Mertens in quella posizione? Fisico totalmente diverso dai predecessori, lui aveva dimostrato di fare la differenza con la sua esplosività sulla fascia sinistra, il rischio di snaturarlo era altissimo. Eppure, i primi risultati furono incoraggianti, si muoveva come se avesse sempre giocato in quello specchio di campo, garantiva imprevedibilità alla manovra offensiva e fioccavano anche i primi gol. Altro che adattato, iniziò a diventare un cannibale a suon di doppiette, triplette, contro il Torino ne realizzò addirittura quattro, tra cui una gemma da campione che lasciò a bocca aperta gli stessi giocatori in campo. Ci volevano le catene per fermarlo, bisognava ingabbiarlo in qualche modo, altrimenti erano dolori. Tant’è che a gennaio, quando si iniziò a parlare di un sostituto di Milik, tutti convenivano su un fatto: “Con questo Mertens chi potrà mai fare meglio?”.

Siccome i tempi di recupero di Milik andavano per le lunghe, ci si cautelò con l’acquisto di Pavoletti, che però non vide mai il campo, perché togliere quel bomber tascabile sarebbe stato punibile penalmente. Qualcuno osannò Sarri per aver avuto l’intuizione di collocare il belga al centro dell’attacco, ma lo stesso allenatore disse: “E’ stata una botta di culo”. Santa verità, solo per necessità ci fu quel cambio di ruolo, altrimenti Mertens sarebbe rimasto vittima del dualismo con Insigne e magari, preda della frustrazione, avrebbe chiesto la cessione. Però, questa vicenda dimostra come nei momenti di crisi possano venire fuori delle mosse vincenti e a cui nessuno avrebbe mai pensato. In quella stagione, agli ottavi di Champions, il Napoli dovette affrontare il Real Madrid, subito si creò una grande attesa per l’arrivo dei galacticos. Dopo il 3-1 del Bernabeu, il fatto di essere ancora in gioco al ritorno era considerata già una mezza vittoria e chissà cosa sarebbe successo in caso di vantaggio. In un San Paolo strapieno, il Napoli giocò 45’ di perfezione assoluta, condita anche dal sospirato vantaggio, chi ne fu l’autore? Proprio il nuovo bomber, ormai non più solo Mertens, bensì Ciro Mertens. Si venne a creare una grande empatia tra la città e un suo figlio adottivo nato per caso nelle Fiandre.

L’anno prima aveva segnato 11 gol, in quella stagione 34, una bella metamorfosi, vero? Un caterpillar. Per poco non vinse anche la classifica cannonieri, che se l’aggiudicò Dzeko con un solo gol in più, solo qualche mese prima nessuno si sarebbe mai azzardato di paragonare i due in termini realizzativi. Dopo l’addio di Higuain si pensava che sarebbe stato impossibile mitigare quella disperazione, come se nessuno potesse mai sostituirlo a dovere. Invece, il Pipita alla Juve si fermò a 32 gol, Mertens a 34, chi l’avrebbe mai detto! Ormai il belga-napoletano era diventato la stella di quel Napoli che ormai sembrava pronto per puntare al tricolore. Prima, però, c’era da superare il Nizza nei preliminari di Champions, un appuntamento da non sottovalutare visto il precedente non proprio positivo con un’altra guida tecnica. A mettere subito le cose in chiaro ci pensò proprio Mertens, che sbloccò la gara esultando con molta moderazione invitando tutti a fare altrettanto, un segnale tipico di chi fa sul serio. Si pensava che non avrebbe mai potuto ripetere la stagione precedente, che sarebbe ritornato quello che a stento superava la doppia cifra (bottino niente male per un esterno, non proprio lusinghiero per un centravanti). Quel Napoli sognò per tutta la stagione, fu davvero ad un passo dal vincere lo scudetto anche grazie ai gol di Mertens che ne segnò 22, ormai viaggiava con i numeri di un bomber di razza.

Con l’addio di Sarri e l’arrivo di Ancelotti, la sensazione era che potesse avere qualche problema di troppo visto anche il cambio di modulo, nel 4-4-2 del tecnico emiliano trovava più spazio Milik intorno al quale ruotava Insigne, passato dal ruolo di esterno sinistro a quello di seconda punta. La stagione fu negativa e tanto piatta quanto insignificante, malgrado ciò e un impiego centellinato, totalizzò 19 reti. L’aria era comunque tesa, quella stagione era andata al di sotto delle aspettative, nonostante il secondo posto c’era la sensazione che qualcosa dovesse cambiare, la piazza si era intiepidita troppo e ne risentiva anche la squadra. Proprio Mertens, assurgendo a leader, fu chiaro nel ritiro di Dimaro: “Per coltivare grandi ambizioni c’è bisogno che la squadra venga rinforzata”. Messaggio chiaro e soprattutto diretto. Non è che sia stato proprio accontentato, o meglio, la società aveva provato a rinforzare la squadra, solo che non aveva pensato a cambiare l’allenatore. Errore pagato a caro prezzo. Con Ancelotti in panchina ci si stava avviando alla serie B, anche Mertens era vittima di quella mediocrità ma, nella trasferta di Salisburgo, segnò una doppietta che gli permise di raggiungere e poi superare il record di Maradona: 115 gol il Pibe de Oro, 116 lo scugnizzo belga. Nessun paragone tra i due, si parva licet componere magnis, direbbero i latini.  

Eppure, Ciro era entrato nella storia e si avviava a diventare il miglior bomber di tutti i tempi in azzurro, lui che era un esterno sinistro e neanche titolare, condannato a restare all’ombra di Insigne, di quattro anni più giovane. Con Mertens in campo, quella squadra agonizzante era comunque capace di tutto, anche di far tremare l’Anfield Road passando in vantaggio proprio con il belga, che non esultò perché sorridere in quella situazione era diventata una conquista impossibile. Quel Napoli era ormai una barca alla deriva, sollevare Ancelotti dall’incarico era diventato inevitabile, al suo posto fu chiamato Gattuso, l’allievo rilevava il maestro. Anche con il tecnico calabrese, in un primo momento, le cose sembravano precipitare prima di una imperiosa risalita. Mertens aveva qualche problemino fisico, poi al suo rientro, fece vedere le sue qualità e anche Gattuso non poté che ammettere: “Costui è tanta roba, inutile aggiungere altro, basta dire questo: tanta roba”. Anche nel momento di crisi più nera si sapeva che il Napoli avrebbe dovuto affrontare il Barcellona, e si ironizzava sul fatto di salvare la dignità presentando il certificato medico per evitare una cocente umiliazione. Invece, la squadra arrivò all’appuntamento con i blaugrana con uno stato emotivo diverso, figlio di risultati decisamente migliori in campionato.

Al San Paolo si respirava la stessa aria febbrile di quando a Fuorigrotta fu ospite il Real Madrid. Ci si chiedeva se il gioco pragmatico ed essenziale di Gattuso potesse dare del filo da torcere a Messi e compagni. Pur con un atteggiamento tattico diverso, sicuramente più accorto e prudente, sembrò di rivedere quel primo tempo contro il Real. All’intervallo, il risultato era lo stesso, non solo il punteggio, anche il marcatore: Dries Ciro Mertens. Non poteva scegliere serata migliore per segnare il gol numero 121, eguagliando il record di Hamsik, aspettando solo il prossimo centro per superarlo ponendosi in cima alla classifica cannonieri della storia del club partenopeo. Quel Napoli giganteggiò tutta la partita contro i campioni del Barça, non solo per un tempo come successe con il Real Madrid quando la gara finì 1-3. Contro i catalani, l’1-1 finale fu soddisfacente per il prestigio del risultato ma anche causa di rammarico per le clamorose occasioni non concretizzate. Dopo un po’ tutto si sarebbe fermato per la pandemia, nelle ultime settimane si è parlato molto di Mertens e della vicenda rinnovo. Mesi fa calò il gelo tra lui e il presidente, con quest’ultimo che lo apostrofò con il termine marchettaro, poi un pranzo riparatore sembrò il preludio alla firma sul rinnovo. Qualche settimana fa, lo strappo sembrava ormai consumato, tutti davano il giocatore ad un passo dall’Inter con l’affare in dirittura d’arrivo.

Già serpeggiava una delusione pronta ad esplodere tra i napoletani, probabilmente si sarebbero create due fazioni: l’una contro il giocatore reo di aver ceduto al corteggiamento di una rivale, l’altra col fucile puntato contro De Laurentiis per aver indotto un altro colpo da novanta alla fuga. Ormai solo in attesa dell’annunciato divorzio, il clamoroso colpo di scena: Mertens vuole solo il Napoli. Giubilo dalla parte della piazza, con i tifosi che gli hanno dedicato murales in città, la firma del rinnovo è attesa nei prossimi giorni. Almeno per una volta, pare che abbia prevalso la forza dei sentimenti in un calcio che, in nome del dio denaro, ha rinnegato i valori della fedeltà ad una maglia. Quella di Mertens sembra essere una delle ultime eccezioni, finché non verrà messo tutto nero su bianco è doverosa la cautela, ma stavolta c’è la ferrea volontà del giocatore di sposare ancora una volta la causa partenopea. Il matrimonio deve continuare, la scintilla non si è mai spenta, è vero che gli anni passano per tutti, ma il peso dell’età diventa relativo quando c’è la voglia di vivere ancora tante altre emozioni insieme.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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