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L’indimenticato Di Bartolomei e quella tristezza non compresa

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Chissà quanta emozione avrà provato Agostino Di Bartolomei prima di scendere in campo nella finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Si giocava nella sua Roma, di cui era tifoso e capitano, con la quale l’anno prima si era laureato campione d’Italia. Aveva tutto per essere considerato un po’ un altro Re di Roma e vincere quella gara sarebbe stata apoteosi pura, l’avrebbe incoronato di diritto. Issarsi sul tetto d’Europa giocando la finale in casa, una suprema coincidenza. Roma era paralizzata quel giorno, 30 maggio 1984, non si parlava che di quella finale, un evento storico, irrinunciabile. Atmosfera regale, si viveva un sogno nella Capitale. Olimpico tutto esaurito, così come al Circo Massimo con tanti tifosi assiepati per seguire la finale da un maxischermo. Non sarebbe stato facile contro il Liverpool, abituato a quegli appuntamenti, ma c’era una città intera ad accompagnare la Roma allenata dal Barone Liedholm.

Passarono in vantaggio i Reds con Neal, ma il pari di Pruzzo prima dell’intervallo scatenò l’entusiasmo di uno stadio intero. Il risultato di parità restò invariato fino ai rigori. Per la Roma il primo a presentarsi dal dischetto fu proprio Di Bartolomei che non sbagliò, ma sbagliarono due suoi compagni di squadra, tra i più rappresentativi come Conti e Graziani, forse innervositi da quel balletto sulla linea di porta dell’estremo difensore avversario, lo zimbabwese Grobbelaar, e il Liverpool festeggiò la vittoria della competizione. Fu un punto altissimo della storia del club giallorosso, peccato che mancò l’ultimo scatto ad un passo dal traguardo, ci fu comunque la soddisfazione di un cammino sontuoso e pieno di emozioni. Uno come Di Bartolomei sicuramente visse con grande trasporto emotivo la vittoria dello scudetto e anche la vigilia della finale di quel 30 maggio, ma fu lacerante per lui non vincerla, vedere la sua gente delusa per quel sogno sfumato sul più bello.

Immaginiamolo arrivare allo stadio, vedere già il fermento in città, percepirne la fibrillazione, incrociare gli sguardi dei compagni di squadra mentre ci si avviava verso lo spogliatoio. Immaginiamolo seduto al suo posto, taciturno e concentrato, nel chiuso di quelle pareti diventate una seconda casa, con gli occhi rivolti verso il vuoto, sentendo risuonare nelle orecchie l’eco del vociare di quella marea umana che già gremiva gli spalti. Immaginiamo un uomo emotivo come pochi, che viveva tutto quello nella sua città, da capitano e da cuore giallorosso, sapendo che qualunque cosa fosse successa sarebbe stato lui il primo a doverne rispondere. Lui che era stato acclamato per la vittoria dello scudetto, di cui era stato indiscusso protagonista, lui che da idolo poteva diventare eroe. Perché vincere in Italia era stato unico e sensazionale, ma farlo contro le grandi d’Europa sarebbe stato festeggiato fino allo sfinimento, una impresa tale da assurgere all’onore degli altari.

Immaginiamolo Ago, mentre metteva piede in campo, sentendo il boato dell’Olimpico, gente indistinta, indefinita, sfocata, perché era impossibile riconoscere volti in mezzo a quella folla oceanica, con persone ammassate le une sulle altre per un evento da non perdere nel modo più assoluto. Immaginiamolo al pareggio di Pruzzo, la sua esplosione di gioia, lui che era sempre abituato ad essere misurato, composto, sobrio. Era un leader silenzioso, un professionista vero, faceva della serietà e del rispetto i suoi tratti distintivi. Dopo Roma, tre anni al Milan voluto fortemente da Liedholm, uno a Cesena per poi chiudere la carriera a Salerno.

La sua parabola esistenziale è stata messa su pellicola da Paolo Sorrentino nel film “L’uomo in più”. Quelle scene descrivono la storia di un uomo solo e isolato, dilaniato dalla voglia di diventare allenatore e dalla frustrazione di trovare tutte le porte chiuse. È un uomo malinconico, che non ha dimenticato le buone maniere, ma il mondo del calcio non tiene conto dei modi gentili e dei sentimenti puri, il cinismo è all’ordine del giorno. “Il calcio è un gioco e tu sei una persona triste”, gli viene detto, le giornate diventano pesanti, il cuore è oppresso dall’angoscia, il conto in banca si assottiglia, vivere diventa un tormento, la mente non ragiona più e la si fa finita. Per sempre. Chissà cosa avrà pensato prima di commettere quel gesto inconsulto, quali fotogrammi gli saranno giunti alla mente, a che ricordo si sarà aggrappato, forse avrà pensato a come sarebbe stato bello vincere quel 30 maggio 1984. Erano passati giusto dieci anni, quel 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei decideva di togliersi la vita.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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