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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata
Una morte assurda. Lello Perinelli aveva 21 anni e sognava di affermarsi come calciatore, nonostante la giovane età, aveva già giocato in serie D con le maglie di Gragnano e Turris. Era una promessa, ma sapeva che non si può vivere di soli sogni e la mattina lavorava per una ditta di pulizie, un ragazzo da apprezzare, anche per la forza interiore di mettersi alle spalle un passato difficile. Lello aveva perso il padre nel 2003 per un agguato di stampo camorristico, era affiliato al clan dei Lo Russo e la guerra tra faide per il dominio dei territori, produce sangue e lacrime senza pietà. Nonostante una infanzia segnata da un episodio così traumatizzante per un bambino di sei anni, Lello aveva trovato nella passione per il calcio una via di riscatto, sognando che si parlasse di sé elogiando i sacrifici e la caparbietà per emergere e non per essere “il figlio di”, come se fosse un marchio a vita.
Lello era di Miano ed è stato ucciso da una coltellata al cuore proprio da un ragazzo dello stesso quartiere, di dieci anni più grande di lui, i due si conoscevano da anni. Una scena che gela il sangue già solo ad immaginarla, due giovani che avrebbero dovuto condividere i propri sogni, invece, l’uno ha tolto la vita all’altro. Una settimana prima, i due avevano avuto un litigio in discoteca, purtroppo si sa come vanno a finire queste cose, o meglio, non vanno affatto a finire, si trascinano con minacce di vendette e ritorsioni. L’omicida di Lello, dopo quel litigio, girava con un coltello perché, secondo la ricostruzione, temeva di essere aggredito e, non appena si sono incontrati, è partito il colpo ferale, dritto al cuore. Lello è stato trasportato all’ospedale Cardarelli ma non c’era più niente da fare, i suoi sogni erano già andati in frantumi, insieme alla sua giovanissima vita. Corre l’indignazione, perché si vorrebbe tanto dire basta a questi episodi che finiscono col provocare tragedie immani, perché quando qualcuno resta vittima di mano criminale, è una tragedia immane, non la si può definire diversamente.
Si può dire che litigare faccia parte della vita, purché non si sconfini mai nello scontro fisico e si cerchi sempre un chiarimento, invece, un litigio può portare a rancori così forti da indurre ad uscire di casa con un coltello. Dopo un litigio, non è accettata l’umiliazione di aver potuto subire senza reagire, come se un codice d’onore prevedesse anche la possibilità di impugnare un coltello e macchiarsi del reato di omicidio. Sembra quasi che una vita da trascorrere in carcere sia più sopportabile dell’onta che ne deriverebbe dal veder vacillare la propria reputazione di uomini ai quali il rispetto è dovuto in base a manifestazioni di forza fisica. Ancora una volta, questi incontri fatali, hanno luogo nelle discoteche, che non sono più sicure, semmai lo siano state, basta uno sguardo, una incomprensione, una spallata data per sbaglio e addirittura si può perdere la vita. Ci si chiede se valga la pena frequentare determinati ambienti che poi, sempre più spesso, finiscono al centro di terribili casi di cronaca nera.
Lello aveva il suo lavoro per sopravvivere, il suo sogno da coltivare, magari era andato in discoteca per trascorrere qualche ora di spensieratezza ma lì ha incontrato quello che sarebbe stato il suo carnefice. Purtroppo, ed è doloroso prenderne atto, viviamo in un mondo in cui un litigio può essere una condanna a morte. Se proprio litigio ci doveva essere, era meglio quello con un avversario dopo una azione di gioco, uno di quei litigi figli dell’agonismo che poi si concludono con una stretta di mano, una pacca sulla spalla e anche una risata, a tensione ormai scacciata. Gli ex allenatori di Lello ne apprezzavano la dedizione e la genuinità, presidiava quella corsia di sinistra con grande applicazione, poi quel cuore che avrebbe voluto allenare per garantirgli sempre una maggiore resistenza alla fatica, è stato trafitto da un coltello in seguito ad una lite non sanata. Educazione, istruzione, modelli positivi: ci si chiede che strategie adottare per evitare che accadano ancora queste tragedie.

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