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La metamorfosi di un ritrovato Napoli

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Dopo la Fiorentina, chi avrebbe mai pensato ad un Napoli vincente contro Lazio e Juventus? Neanche il tifoso più ottimista, eppure sia la prima che la potenziale seconda sono cadute al San Paolo. La prima a cadere è stata la super Lazio di Simone Inzaghi, che anche quando merita di soccombere, riesce sempre a salvarsi. È successo proprio domenica scorsa nel derby contro la Roma: i giallorossi dettavano legge in campo, passando anche in vantaggio con Dzeko, se non fosse stato per il regalo di Pau Lopez che ha portato al pari di Acerbi, chissà come sarebbe finita. Per dirla tutta, anche gli uomini di Gattuso sono stati in vena di regali per i capitolini dopo il vantaggio di Insigne, si pensi al rigore e all’espulsione di Hysaj. Fortunatamente, il rigore è stato sbagliato da Immobile e l’espulsione di Lucas Leiva ha ripristinato la parità numerica. Nonostante lo stato di grazia di questa Lazio che sogna il tricolore, il Napoli l’ha battuta estromettendola dalla Coppa Italia, riuscendo anche a soffrire ma mostrando grande tenacia e compattezza.

Contro la Juventus, si pensava al de profundis anticipato. Per una serie di ragioni: la possibilità che aveva la Juve di allungare sulle inseguitrici, l’ottimo stato di forma del momento, i bianconeri in Coppa Italia avevano archiviato la pratica Roma con tre gol nel primo tempo. Sarri aveva optato per l’artiglieria pesante in attacco schierando il tridente con Dybala, Higuain e Cristiano Ronaldo e il Napoli si presentava con ancora Di Lorenzo centrale per le defezioni di Koulibaly e Maksimovic. Tutto pareva il preludio all’ennesima serata da dimenticare, del resto in campionato il San Paolo era stato espugnato nelle ultime quattro partite da Bologna, Parma, Inter e Fiorentina, e ora si presentava la capolista. Sin dal primo minuto, però, si è visto un Napoli diverso, non chissà quanto arrembante e intraprendente, ma coeso e concentrato ai massimi livelli. Tant’è che la Juve non si è mai resa pericolosa dalle parti di Meret per tutti i primi 45’ di gioco. Lo stesso nella ripresa, solo che il Napoli aveva deciso di osare e sono arrivati i gol di Zielinski e Insigne, con i bianconeri stesi. Era il 90’ quando gli azzurri, pensando forse di avere la gara in pugno, hanno commesso l’errore di far segnare con troppa facilità Cristiano Ronaldo, e in quel momento il quarto uomo alzava la lavagnetta assegnando quattro minuti di recupero.

Una sofferenza che poteva essere tranquillamente evitata, ma ciò ha reso più bella la vittoria. Bisogna anche dire che la sofferenza è stata più percepita che reale, solo che il calcio sa essere cinico e ingiusto, basterebbe ricordarsi la gara d’andata allo Stadium con l’autogol di Koulibaly dopo aver rimontato tre gol di svantaggio. Se quella rovesciata di Higuain, proprio allo scadere, fosse stata angolata e non centrale, col pallone giunto innocuo tra le braccia di Meret, cosa sarebbe successo? Una grandissima prestazione, se giochi contro la Juventus, può diventare aria fritta anche con un solo secondo di distrazione in una partita che può sembrare senza storia. È arrivata la dimostrazione domenica sera, e che valga per il futuro, se lo si vuole rendere foriero di forti emozioni bisogna imparare dagli errori del passato. Bene ha fatto Gattuso, in sala stampa, a ricordare la pessima prestazione contro la Fiorentina perché non si veda mai più quel Napoli spento, abulico, anonimo e vulnerabile.

Il fatto che ormai tutti avessero iniziato a parlare di retrocessione dopo lo spettacolo indecoroso con la Fiorentina, ha spinto i giocatori ad armarsi di dignità e amor proprio, a guardarsi negli occhi, nel chiuso di una stanza, e a dirsi: “Vogliamo iniziare a far vedere chi siamo?”. Ed ecco che contro Lazio e Juventus si è rivista una squadra capace di piegare con autorevolezza prima e potenziale seconda del campionato, ciò fa crescere il rammarico per quello che poteva essere e che non è stato. Per un tempo troppo lungo, un anno e mezzo, il Napoli ha smarrito i connotati di una squadra in nome di un improbabile calcio liquido che, in base a quanto si è visto, prevedeva di collocare i giocatori in ruoli diversi da quelli a loro più congeniali. Questa rinascita partenopea ha come protagonista Lorenzo Insigne, additato da tantissimi come il principale responsabile della crisi e ne si chiedeva a gran voce il declassamento dai gradi di capitano. Ora onestà intellettuale imporrebbe di prendere atto di come Insigne si sia comportato da giocatore degno di indossare quella fascia, magari non sarà nato con la vocazione alla leadership, ma in queste due partite si è preso la scena per la professionalità con cui ha affrontato la delicata situazione personale, per il talento cristallino che alberga nei suoi piedi e per l’attaccamento alla maglia. Elementi che ne hanno fatto l’alfiere di questa riscossa.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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