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Servizio di Angelo Bosio@riproduzione riservata

Ancora lui. Francesco Totti. L’eterno capitano, la mente pensante, l’intelligenza calcistica abbinata a una grande tecnica. E, in mezzo, l’essere romano “de Roma” e tifoso della sua squadra del cuore. E poi la rinuncia ai miliardi e ai successi che il Real Madrid gli mette davanti agli occhi (anche se sulle rive del Tevere non ha mai patito la fame). In pochi minuti, Francesco Totti ribalta una partita che sembra ormai persa. Proprio come a Bergamo, la storia si ripete. Il Torino di mister Ventura si conferma squadra sempre difficile da affrontare. Ben messa in campo e ruvida nei contrasti. I giallorossi non riescono quasi mai a sviluppare un’azione di gioco veloce, soprattutto nel primo tempo. Il Toro fa densità nella propria zona di campo e riparte con ordine, i romanisti sono troppo lenti. A tratti, sembra di rivedere la peggior Roma di Rudi Garcia. Le idee scarseggiano e il pubblico sugli spalti, giustamente, rumoreggia. Vede una squadra lunga, oltre che compassata. Infatti sulla trequarti Baselli e Belotti prendono palla con troppa facilità e si involano verso la porta. Il “gallo” colpisce il palo esterno al termine di una conclusione di potenza, poi è Martinez a farsi beffe di Manolas con un sombrero e a sfiorare il vantaggio, al termine di una percussione di Bruno Peres, già nel mirino della Roma durante il calciomercato estivo. Il gol è nell’aria e arriva su calcio di rigore, concesso per fallo di Manolas su Belotti. Il centravanti trasforma ed esulta alla sua maniera. Nella ripresa, la Roma sembra svegliarsi dal sonno e schiaccia gli avversari. Ma lo fa con poca qualità, senza mai rendersi davvero pericolosa. Il pareggio,infatti, arriva solo sugli sviluppi di un calcio d’angolo e grazie a una giocata individuale. Le tre punte giallorosse, soprattutto Salah ed El Shaarawy, non riescono quasi mai saltare l’uomo. Maksimovic e Moretti li fermano quasi sempre, con le buone o le cattive. Quello un po’ più vivo è Diego Perotti, che però alterna giocate pregevoli a errori grossolani. Non è una bella Roma. Infatti gli undici di Ventura raddoppiano, grazie a una colossale dormita dell’intera retroguardia, con a capo Rudiger e Maicon. Il secondo, in particolare, proprio non si accorge dell’arrivo di Martinez alle sue spalle, che stavolta non sbaglia. Deve solo appoggiare il pallone a porta sguarnita. Luciano Spalletti, seguendo un copione prestabilito, tipico dei momenti disperati, getta nella mischia prima l’impalpabile Dzeko (e te pareva), poi lui. Che la risolve in tre minuti. Per la cronaca, mister e numero dieci si danno il cinque a fine partita. La carriera del “Pupone” volge al termine, ma non è ancora arrivata la sua ora. Perché ha ancora qualcosa da dire, e si vede.

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