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Intervista di Michele Pisani @riproduzione riservata
Altro giro, altra corsa. Il treno dei ricordi si ferma a Lecce dove attualmente vive il nostro ultimo interlocutore. Un solo anno in bianco verde, una stagione che ha lasciato il segno nei ricordi di Paolo Baldieri. Attaccante di razza, fisico possente. Nato a Roma nel 1965 ha iniziato la sua carriera in giallorosso dove ha esordito a poco più di diciotto anni. Poi Pisa, ancora Roma, Empoli, Avellino, Roma, Pescara, Lecce, Perugia, Savoia per poi chiudere la carriera a Civitavecchia. Ha lasciato il mondo del calcio e si appresta ad aprire una gelateria nella città salentina. La sua seconda casa visto che ci vive da ben undici anni. “E Baldieri facci un gol”. Te lo ricordi ? “E come posso dimenticarlo”. Allora Paolo parlaci della tua esperienza ad Avellino. “E’ stata una parentesi importante per la mia carriera. Una delle città che serbo un ricordo piacevole ricordo. C’erano molte aspettative attorno a quella squadra. Giocavamo in B ma l’obiettivo era quello di vincere il campionato. Non ci riuscimmo e per me fu un dispiacere”. Il suo accento tipicamente romano non l’ha perso con il tempo e denota una simpatia a prima vista, tipica dei capitolini. “Avellino era un campo ostico per tutti. Quando scendevamo al Partenio sentivamo il calore del pubblico. Una tifoseria unica che equivaleva come il classico dodicesimo uomo in campo. Il Partenio m’è rimasto impresso, una bomboniera, una tifoseria d’altri tempi. Controllavano i giovani, ci crescevano con l’affetto che faceva piacere. Spesso giocavamo sotto la neve ma noi eravamo abituati a quel clima. Ricordo che una volta non giocammo una buona partita ed i tifosi, almeno quattrocento, ci aspettavano sotto l’uscita. Io dovevo andare via perché mia moglie era all’ospedale, ero diventato da pochissimo papà. Mi preparo per uscire ed il magazziniere mi ferma. Mi vuole far desistere con la speranza che i tifosi prima o poi avrebbero lasciato libera l’uscita. Io manco a pensarci due volte lo lascio li e mi avvicino all’ uscita. Avevo la coscienza a posto. Io sono uno di quelli che pure a venti gradi sotto zero la mia maglia è bagnata di sudore. Mi decido ad uscire e mi vedo tanti tifosi davanti. Ancora mi emoziono solo a ricordarlo, si spostano per farmi passare e mi accompagnano con un grande applauso. Fu un momento bellissimo, non lo dimenticherò mai”. Hai lasciato il segno seppur hai giocato con i lupi una sola stagione. “Questo mi fa piacere, sapere che dopo tanti anni ancora si ricordano di me mi inorgoglisce. Arrivai ad Avellino e dopo poco mi infortunai. Marino mi portò a Napoli dal medico che era anche di Maradona. Delle siringhe enormi che solo a ripensarci mi vengono i brividi. Incominciai a segnare e giocare con continuità. Sei reti. Un bel bottino non c’è che dire”. E’ passato del tempo, vediamo la tua memoria. Chi ti ricordi di quella squadra ? “Tutti i miei compagni. In porta c’era Di Leo, poi in difesa Amodio e Perrone con gli esterni Moz e Siroti. A centrocampo Bagni, Celestini Pileggi e Bertoni, in attacco Baldieri e Francioso. Una buona squadra, meritavamo di più del settimo posto. Non riuscimmo a battere la Cremonese in casa, pareggiamo due a due poi un pari anche a Barletta ed in casa con la Sambenedettese. Come allenatori ricordo Fascetti e Ferrari, con quest’ultimo che ci portava sempre dell’ottimo vino. Cartoni interi, un altro po’ e ce lo vendeva pure. Altra cosa curiosa riguardava Bagni. Era un grande giocatore ma negli ultimi tempi aveva problemi al ginocchio. Quando facevamo i giri di campo, lui li faceva a passo lento. Noi finivamo prima e ci toccava aspettarlo. Gli davamo almeno tre giri e lui se li faceva in tutta calma. Diciamo pure a passo d’uomo”. Un ulteriore sforzo ti chiedo, un altro aneddoto ? “Una volta ricordo che uscimmo in macchina io e Cosimo Francioso. Si vantava di avere un’ auto velocissima,una golf di quelle turbo a benzina. Corro di qua, corro di là. Sempre a parlarmi della sua macchina che era una belva e via discorrendo. Ebbene una volta al semaforo per fare una partenza a razzo pigiò forte sulla frizione. Risultato? Si stirò la gamba. Un vero mito. Però era anche un bel giocatore, forte tecnicamente come pochi. Io e lui giocavamo in attacco ma avevamo una bella squadra”. Segui le vicende dell’Avellino ? “Come no. Gioca il Lega Pro, Prima Divisione. E’ partito bene ma è li che se la gioca con le altre. Spero che facciano bene. Ti posso chiedere una cosa? Se trovi delle foto con la maglia dei lupi me le fai avere ? Vorrei che mio figlio le vedesse. Che sappia che ho indossato una maglia importante come quella dei lupi”. Ancora una volta ultrà ha colpito nel segno. Altro racconto, altro momento di ricordi. Emozioni a parte per quello che fu. Per un passato pregno di importanti avvenimenti che resero Avellino una delle capitali del calcio italiano. Non è sbagliato vivere di ricordi se si guarda avanti con rinnovato ottimismo. Altro giro, altra corsa. Contatto effettuato per la prossima puntata di Amarcord. Non perdeteci di vista, potreste pentirvene.
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