20 Settembre 2026
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Gli ex del calcio, Juary Jorge dos Santos Filho ed il suo giro attorno alla bandierina

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Intervista di Michele Pisani @riproduzione riservata

Esistono le interviste, quelle nelle quali ti interfacci con il tuo interlocutore di turno e poi c’è l’intervista che è qualcosa di unico, indescrivibile. Quando si parla di Juary Jorge dos Santos Filho, partono, inesorabilmente, i ricordi. Il suo famoso giro attorno alla bandierina, la gioia per un gol. Juary è popolare per le sue gesta calcistiche ma per gli avellinesi è qualcosa di speciale che va al di là di un rettangolo da gioco. Brasiliano di nascita ed irpino di adozione, il funambolico attaccante è l’emblema di un calcio che appartiene, purtroppo, al passato. Chi non conosce Juary non conosce il calcio. Giunto in biancoverde nell’anno del terremoto ha giocato in massima serie con gli irpini due stagioni, realizzando tredici reti in trentaquattro gare. E’ stato il primo straniero in assoluto della storia del sodalizio biancoverde alla riapertura delle frontiere. La segnalazione arrivò dall’allora allenatore Luis Vinicio, scovato in Messico, giocava nel Tecos ma il suo esordio nel calcio che conta è targato Santos (Brasile). Juary deve tanto al suo connazionale e non solo per averlo portato in Italia. Sono eternamente grato a Vinicio, gli voglio bene come ad un padre, mi ha insegnato tante cose e non solo in mezzo al campo. Mi ha dato sempre consigli per fare le cose giuste. Mi ha indirizzato e consigliato sempre per il meglio a partire da come si viveva in Italia per evitare la “soudade”. Ringrazio Dio per averlo conosciuto, mi ha portato ad Avellino e per questo gli sarò sempre riconoscente. Amo questa città e la amerò sempre. Un uomo straordinario con infinite capacità umane”. L’Italia ti manca?Amico mio, per me tornare in Italia sarebbe un grande piacere, soprattutto in un’occasione come questa, il lancio del tuo libro. Sarebbe davvero straordinario. Sai quanto amo Avelino.  La città, le persone, la società. Sono grato a loro per tutto, sono giunto da voi che ero un ragazzino e sono diventato uomo tra le difficoltà come il tragico evento del terremoto. Mai dimenticherò quei momenti e la solidarietà verso un popolo meraviglioso come quello irpino”. Quando si parla della tua carriera e non solo per i trascorsi ad Avellino, puntualmente fai riferimento a Vinicio, come mai.  “Vinicius era, come posso dire, più forte di Mazzone, più forte di Marchesi, di Bersellini e di Mondonico. Vinicius era semplicemnte un grande allenatore. Aveva le sue caratteristiche,  era una persona che mi ha fatto capire tante cose.  Se non fossi stato lì, se non avessi avuto Vinicio nella vita mia, se non mi avesse portato ad Avellino, il mio passaggio attraverso l’Italia non sarebbe stato così buono e non sarei mai arrivato a vincere la Coppa dei Campioni con il Porto. Quindi ringrazio innanzitutto Vinicius che mi ha dato il coraggio di affrontare il Siviglia e dire, no, questo è quello che voglio e cosa avrei desiderato nella vita”.

Due stagioni straordinarie, tanti ricordi. “Ho trascorso gli anni più importanti della mia vita ad Avellino e non solo per quello fatto in campo. Ci sono tanti amici che mi aspettano quando torno, che mi crcano per trascorrere assieme il tempo nel ricordo di momenti indimenticabili. Ho segnato tanto, mi sono divertito. Avevo compagni di squadra validissimi, tutti calciatori di esperienza con tanta grinta, questo era il segreto dell’Avellino di quegli anni, la voglia di vincere contro tutto e tutti”. Il giro attorno alla bandierina a ritmo di samba. “Si, lo feci per caso. Ero felicissimo per il gol e corsi, senza nemmeno accorgermene, verso la  bandierina, tutto il resto, come sapete, venne  di conseguenza. La gente aspettava un mio gol per vedermi danzare la samba. Situazioni che non potrò mai dimenticare”. Il momento più brutto? “Di sicuro l’infortunio nel momento migliore della stagione ad Avellino ed ovviamente il terremoto. Quanta sofferenza con gli avellnesi costretti nelle tende e molti erano appoggiati proprio sul rettangono da gioco del Partenio. La solidarietà dell’Italia tutta e la forza di un popolo che si rialzò in fretta, grazie anche al calcio e a quanto riuscimmo a fare senza un campo dove giocare”. Sei famoso per questo anche in Brasile. “Si, vero. Ti ricordi quando ti collegasti dall’Italia nella trasmissione sportiva di San Paolo? Dicesti cose belle sul mio conto ed il presentatore aggiunse che era normale in quanto ad Avellino avevo lasciato un piacevole ricordo. In Brasile conoscono la mia carriera, la vittoria della Coppa Campioni con il Porto ma se dici Juary loro ti rispondono sempre e solo Avellino”. Parlaci dei tuoi vecchi compagni. “Molti di quelli che hanno giocato con me nei due anni li sento spesso, grazia anche ad una chat. Ci scambiamo gli auguri di compleanno e quelli delle festività. Paolo Beruatto, Lorenzo Ferrante, Beniamono Vignola, Gil De Ponti, Mario Piga, Danilo Ferrari, Salvatore Di Somma, Pietro Maiellaro, Federico Rossi e tanti altri. Sono per me come fratelli, alcuni ci hanno lasciato prematuramente ma li ricordo nelle mie preghiere e parlo di Tagliaferri, Giovannone, Massa, Pezzella e Chimenti”. Del resto come non si può voler bene ad una persona straordinaria, un uomo che mette sempre al primo posto il volere di Dio. Religioso come pochi, sempre sorridente. Un amico che tutti vorrebbero. Dopo Avellino in grande salto nell’Inter. Non andò benissimo ma Juary, prima di lasciare l’Italia giocò ad Ascoli e poi a Cremona. “In effetti è così, la migliore parentesi è stata quella dei due anni in Irpinia, senza dubbio alcuno”. Juary è l’amico perfetto, sempre disponibile e con il sorriso stampato in faccia. Era il mio idolo quando giocava, me lo ritrovo come amico. Quanta fortuna ad essere stato tifoso dell’Avellino.

 

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta. Una passione malcelata per la Formula Uno.

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