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Servizio di Alessio Borrelli @riproduzione riservata
C’era voglia di emozionarsi. Di vivere quelle sfide infernali tra eroi al limite delle loro energie che si contendono una vittoria, un titolo, un Mondiale. Cose che solo il grande ciclismo sa farci vivere. Innsbruck 2018 era atteso soprattutto per questo. Un Mondiale inedito, che raccoglieva nel suo percorso un qualcosa di magico, di leggendario. Tutti gli appuntamenti iridati hanno sempre avuto qualcosa di speciale perché ti giochi il titolo in una sola corsa, una sentenza secca senza appello dove se perdi dovrai attendere un anno per rifarti. Ma il Mondiale in terra austriaca raccoglieva il sapore della grande sfida di montagna degna di un Giro d’Italia, di un Tour de France o di una Vuelta di Spagna. E le emozioni ci sono state veramente tutte, per tutti. Anche per gli italiani, nonostante il fatto che per l’undicesimo anno di fila non sono riusciti a portare a casa la vittoria. Purtroppo nel ciclismo, e nella corsa iridata che assegna la maglia di campione del mondo, ne vince solo uno. Perciò questa è storia, anzi è leggenda. Sono quei racconti pieni di pathos che solo chi segue il ciclismo le vive. Ed in questo percorso di uno dei mondiali più attesi e più belli della storia del ciclismo, si è premiato un atleta, un grande professionista, che aveva un disperato bisogno di scrivere la pagina più bella di una lunghissima carriera di successi.
Ha vinto Alejandro Valverde, spagnolo di 38 anni che ad Innsbruck aveva l’ultima grande possibilità di inseguire un sogno che dura dall’inizio della carriera, addirittura dai primi anni duemila. L’ha sfiorata ben sei volte, quelle in cui si è dovuto accontentare di secondi e terzi posti. Medaglie, ma non la Medaglia. Gli mancava solo quella in una carriera ricca di successi alla classiche, di una Vuelta e di tanti piazzamenti nelle corse a tappe. Ma il successo più bello e desiderato è arrivato all’epilogo di una stagione che anche quest’anno l’ha visto protagonista nelle classiche e nelle corse a tappe. Il Mondiale di Innsbruck era il suo vero obiettivo e ce l’ha fatta urlando di gioia e al traguardo, quando ha regolato allo sprint i compagni di avventura e poi lasciandosi andare senza trattenere le lacrime. Bellissima è stata la corsa, magica è stata la vittoria di Valverde, unici sono stati i gesti di estrema correttezza che solo uno sport come il ciclismo riesce ancora a trasmettere e da cui gli altri, in primis il calcio, dovrebbero imparare. Hanno applaudito tutti Valverde, anche gli italiani che speravano nella nostra Nazionale. Anche i battuti ed anche quel Peter Sagan che dopo tre mondiali di fila è andato a rendergli omaggio consegnandogli la medaglia, con la speranza di riprendersela il prossimo anno a Yorkshire. Ha vinto Valverde perché la competizione deve decretare un vincitore. Ma per chi ha assistito alla corsa domenica hanno vinto tutti.
Vedere i corridori affrontare il muro finale al 25% di pendenza al limite dello sforzo, quasi sul punto di finire per terra, fa capire quanto è bello questo sport e quanto i ciclisti sono tutti degli eroi. Lo è stato Valverde come detto, ma anche Bardet e Woods che fino alla fine hanno provato a giocarsi le proprie possibilità pur sapendo che allo sprint per loro sarebbe stato impossibile battere Don Alejandro. Lo è stato Tom Dumoulin, capace di gestire quelle poche forze che gli erano rimaste dopo la scalata impossibile per poter andare a riprendere i primi e giocarsi anche lui le proprie chance. E poi lo è stato anche un italiano, un giovane italiano arrivato appena dietro i quattro di testa. E c’è da dire purtroppo perché Gianni Moscon ci ha fatto sognare l’impresa. Ma quel muro al 25% doveva essere di 15 o 16 e forse sarebbe stato anche lui lì con gli altri quattro. Invece ha perso il treno vincente nel momento più bello così come le speranze di riportare il titolo in Italia. Ad un certo punto coloro che avevano memoria storica è saltato in mente Varese 2008, quando Alessandro Ballan partì e portò il titolo all’Italia, allora il terzo di fila dopo i due di Bettini. C’erano diverse analogie con quella squadra, a cominciare dal fatto che anche allora c’era un capitano come Paolo Bettini e domenica Vincenzo Nibali, ma dieci anni fa nel momento chiave quella volta venne fuori Ballan così com’è accaduto a Moscon, entrambi gregari liberi di andare.
L’esito è stato diverso, ma da questa corsa l’Italia, anche se sconfitta, ne esce comunque rafforzata e con la consapevolezza di non poter fare di più e di avere tra le proprie fila un talento che nei prossimi anni, circuiti UCI permettendo, quella maglia da oggi sulle spalle di Valverde, riuscirà ad indossarla. Perché Gianni Moscon il futuro ce l’ha tutto davanti a se. 24 anni sono pochi per dire che ha perso l’occasione della vita. Di mondiali per lui ce ne saranno tanti altri e si farà trovare pronto come ha sempre fatto nei grandi appuntamenti delle ultime stagioni. In molti diranno che ad Innsbruck è nata una stella, chi lo conosce dai suoi primi passi dirà che Moscon sta semplicemente confermando tutte le più rosee aspettative per una carriera pluridecorata come tanti colleghi, tra cui il suo capitano in nazionale Vincenzo Nibali. Il siciliano vincitore di tutte e tre corse a tappe e di classiche è il campione che è mancato, ma forse è il più eroico di tutti i partecipanti al mondiale. Perché Vincenzo sapeva benissimo che era una missione impossibile ed ha voluto ugualmente esserci per onorare i nostri colori e provarci, come ogni atleta deve fare per onorare i colori della propria nazionale. Un infortunio come il suo tiene un ciclista fermo sei mesi, come ha anche sottolineato nell’intervista a caldo Damiano Caruso, e lui invece dopo un mese era già alla Vuelta a soffrire e cercare uno straccio di condizione per essere lì.
La missione non è riuscita, ma questi sono i campioni: quelli che non si tirano mai indietro perché se non ti metti in gioco non vincerai mai. Per concludere l’Italia non ha vinto il Mondiale più atteso, ma ha portato via da Innsbruck note positive, come le medaglie conquistate tra i juniores ed il terzo posto dell’eterna Tathiana Guderzo nelle prova elite femminile. Ha portato a casa il quinto posto di Moscon che non porta medaglie, ma certezze per il futuro. Ha avuto la consapevolezza che Nibali, Moscon, De Marchi, Cataldo, Caruso, Pellizotti, Pozzovivo e Brambilla hanno fatto tutti la loro parte per inseguire il successo. Poi peccato che la vittoria è ancora rinviata. Onore a Valverde perché lo merita, noi italiani ci riproveremo il prossimo anno in terra inglese con Elia Viviani o con il campione europeo Matteo Trentin in un Mondiale che sarà probabilmente meno spettacolare di questo a causa del percorso quasi interamente pianeggiante, ma che comunque regalerà emozioni e sana competizione con i colori azzurri sempre in prima linea.

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