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Mi accingo a scrivere quest’articolo come quel tale che, accusato ingiustamente di aver commesso un reato, ma consapevole di avere tutta una giuria contro, è pronto ad affrontare il plotone d’esecuzione dell’opinione pubblica. Si sa, in Italia il calcio è una religione, e la religione non ammette dubbi, non ammette deroghe ai propri dogmi. E d’altronde nemmeno chi vi scrive è poi così tanto sicuro di avere la verità in tasca, ma altrettanto orgoglioso di avere un’opinione personale, non mediata cioè da quei mass-media per lo più asserviti al padrone di turno. Quello che fa grande questa testata, e tutti i coloro che vi collaborano, è la libertà da qualsivoglia guinzaglio imposto da questo o quel baronetto.
Fatta questa doverosa premessa, un’altra è d’obbligo; lungi da chi vi scrive servirsi a scopo personale di un servizio pubblico quale un sito, e un giornale, che si rivolgono a un pubblico di sportivi, questo articolo nasce in risposta a uno apparso sul sito del Fatto Quotidiano, il 18 corrente mese, a firma di Giorgio Simonelli (docente universitario e volto noto per una sua collaborazione col programma TV Talk).
Questo ma non solo; già perché in questi ultimi dieci anni, parlando con amici milanisti, mi sono reso conto che delle due l’una: o alcuni di noi, pochissimi ma presenti, siamo sbarcati da chissà quale lontano pianeta oppure davvero l’etica e la morale, anche nel parlare di un argomento futile come il calcio (ma c’era chi diceva che il calcio è la più importante tra le cose meno importanti), sono diventate relative, secondarie, a ben pensarci scomode e urticanti.
Nell’articolo in questione (riassumo al massimo), si diceva che tra le cose positive del nuovo Milan “cinese” si poteva annoverare il fatto che adesso il milanista di sinistra (politicamente parlando, come lo stesso Simonelli) era finalmente libero da tutti gli imbarazzi che gli provocava il tifare la squadra di Berlusconi, convivere con la presenza del Cavaliere (ex), e di tutti i suoi lacchè (tipo Emilio Fede). Il nostro cita anche Lella Costa “…Il cuore – disse – ha delle ragioni che la ragione non può comprendere. E’ vero, ma al contrario: ci sono ragioni di cuore come il tifo, scelte infantili, irrazionali che la razionalità politica non può comprendere, né approvare, ma neppure eliminare. E così siamo rimasti milanisti nonostante…“. Nonostante Berlusconi, aggiungo! Ecco, il pomo della discordia. Riassumendo: ora che il Milan è diventato proprietà dei cinesi il milanista di sinistra è libero dal padrone liberale e anti-comunista Berlusconi, “nonostante” tutto però mi tengo ben stretto questi trent’anni di vittorie. Ma si può davvero racchiudere tutto in una banalità così assurda e insensata? Davvero vogliamo ridurre il tutto all’irrazionalità del tifo per una squadra di calcio? Veramente si è così cinici da affermare di odiare un avversario politico ma amarlo quando questo stesso avversario ti fa godere per delle coppe alzate ai quattro angoli del mondo? Mi rivolgo ai tifosi milanisti, sia a quelli, la maggioranza assoluta, che fanno loro questo tipo di ragionamento, sia ai pochi, pochissimi, che nel tempo hanno perso la passione per i rossoneri e che invece dell’imbarazzo per “le ironie degli amici tifosi di squadre con proprietà meno inquietanti“, come dice Simonelli (che poi bisognerebbe capire chi è quel proprietario meno inquietante di Berlusconi… gli Agnelli? Moratti? per non parlare di Cragnotti e Tanzi…), ora subiscono l’ipocrita quanto rivoltante e ignorante accusa di “aver cambiato casacca”. Purtroppo nel paese italia (volutamente scritto con lettera piccola) in cui, ad esempio, la maggioranza di tifosi juventini è ancora convinta che Calciopoli sia stato un complotto perché la loro squadra (e i loro dirigenti) era troppo forte, nel paese in cui si sconfessa la viva voce di chi telefonando stabiliva le griglie arbitrali, facendo finta di nulla o autoconvincendosi dell’impossibile, dell’irreale, ebbene in un paese così, anche chi fa una scelta d’onore, riceve il fango addosso di chi si crede e si arroga la patente di corretto, coerente, pulito. A queste persone, poche, pochissime, ne sono certo, non può che andare la stima e l’orgoglio di persona libera e pensante.
Agli altri l’augurio di godersi nuove vittorie con questa nuova milionaria proprietà che, tra un rinvio e l’altro, con soldi che hanno fatto letteralmente il giro del mondo, con società intermediarie poste ai quattro angoli del globo terracqueo, ha finalmente portato a casa il tanto sospirato closing. Ma a questi stessi tifosi veri, patentati, pronti a illuminarti col fatto che la politica non c’entra col calcio (e anch’io ne sono fermamente convinto) vorrei ricordare due cose: primo, che il Milan di Berlusconi è stata una favola che si è trasformata in una terribile illusione di ciò che non è mai stato. Il Milan di Sacchi, di Capello, ricordo agli smemorati di turno, aveva una sola missione, anzi due: vincere, la prima, e vincere con onestà, primeggiando con onore e con lealtà, più forte di tutto e di tutti, la seconda. E fino a un certo punto questa bella favola ha fatto innamorare milioni di tifosi in tutta Italia. Poi arrivò Marsiglia, poi arrivò il caso Lentini, poi arrivarono i processi a carico di Berlusconi, molti dei quali riguardanti le sue proprietà e le sue risorse. E siamo a metà degli anni duemila. Già perché qui nessuno ce l’ha col Berlusconi politico, ognuno nella vita ha le sue convinzioni, ci mancherebbe altro; ma, cari milanisti patentati, sarebbe il caso di chiedersi come in questi ultimi trent’anni, il Milan sia riuscito a scrivere il suo nome nell’Olimpo del calcio, grazie a quali soldi è stato possibile tutto ciò che di bello sportivamente è stato fatto. Quindi, il fatto che ora i “milanisti di sinistra” non vedano più Berlusconi allo stadio è solo l’ennesimo palliativo, l’ennesima pezza posta sopra a un rattoppo fin troppo visibile. Perché Berlusconi è e sarà sempre una presenza reale nel Milan, perché quei trofei che tanto orgogliosamente vengono sbandierati anche quando non ce ne sarebbe bisogno, sono innanzitutto “sue” conquiste.
Seconda, e ultima, cosa: chi decide cosa significhi “tifare”? Chi è quel qualcuno che ne ha dettato le regole? Tifare una squadra è una cosa terribilmente seria, e la retorica della “scelta da bambino” fa un po acido; così come quella del campione preferito, della territorialità inventata stravolgendo storia e geografia, nonostante ciò che pensa Lella Costa e la stragrande maggioranza dei “tifosi”. Fa sorridere che nel paese della relatività assoluta anche di quei concetti più alti e saldamente dogmatici, ci si richiami alla purezza per una cosa che dovrebbe essere invece vissuta in maniera più razionale.

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