16 Maggio 2026
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16 aprile 2013, quel sogno della Primavera azzurra infranto sul più bello…

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DI STEFANO SICA

Protagonisti per una sera. Col vestito più bello, nel luogo deputato per accogliere una cerimonia di siffatto prestigio: il San Paolo. Il 16 aprile del 2013 il Napoli Primavera di Giampaolo Saurini coltivò per 120 minuti il sogno di riportare la Coppa Italia a casa 16 anni dopo il primo e unico trofeo ottenuto a spese dell’Atalanta. A Fuorigrotta sbarcò la Juve per il secondo atto della finalissima, quello decisivo ed inappellabile. Allo Juventus Stadium, nella gara di andata, era finita in parità (1-1), lasciando tutto aperto in vista del return match.

A quell’appuntamento gli azzurrini ci erano arrivati dopo aver fatto fuori la Roma in semifinale. Un piacevole remake del doppio confronto del febbraio del 1997, quando a Trigoria i giallorossi furono costretti alla resa dopo i calci di rigore (entrambe le gare si erano concluse sul 2-0). Nelle due finali, la squadra di Enzo Montefusco avrebbe sbaragliato l’Atalanta di Morfeo e Zauri, con Cesare Prandelli in panchina. Nel Napoli militavano Scarlato, Coppola (che a Bergamo avrebbe poi trascorso anni importanti della propria carriera professionale), l’eterno Dino Fava e Panarelli (questi ultimi due in gol nel ritorno in Lombardia per il 3-0 risolutivo). Corsi e ricorsi storici che inducevano all’ottimismo, che lasciavano già pregustare un dolce profumo di medaglie e prebende. Tanto più che, stavolta, gli azzurrini avevano estromesso la Roma con minor fatica, pareggiando 1-1 nella sfida d’andata per poi chiudere già nel primo tempo, ad Aversa, la pratica con i centri di Novothny e Roberto Insigne (2-0). Anche questo Napoli, come quello di Montefusco, ha talenti puri. Tutino e Insigne ne sono gli ispiratori naturali.

Ci sono 30mila tifosi ad accogliere gli azzurrini quando scoccano le 20.45. Il presidente Aurelio De Laurentiis aveva deciso di agevolare l’accesso a quanta più gente possibile. Automatico, col passaggio ai tornelli, l’ingresso per gli abbonati e per coloro che avevano acquistato il tagliando di Napoli-Juve disputatasi qualche settimana prima. Gli altri avrebbero potuto prelevare un biglietto di invito al botteghino. Scelta arguta, perché la risposta della città è buona. E poi nel tardo pomeriggio c’è in programma l’allenamento della prima squadra di Mazzarri. Un antipasto da non perdere. Disertare, insomma, sembra un delitto. Nel Napoli manca Francesco Savarise, oggi perno del San Tommaso, squalificato. Lo rimpiazza a destra Allegra. In attacco spazio al tridente Insigne-Novothny-Tutino. In mediana c’è Radosevic, rimasto poi un oggetto misterioso. Gli ospiti si presentano con un ex di lusso: Marco Baroni, l’eroe del secondo scudetto, il castigatore di una Lazio assurta a partner di una festa annunciata. E’ lui a guidare Madama in panchina. Il primo tempo a dir il vero sorride alla Juventus, più spregiudicata e mentalmente fresca del Napoli. I bianconeri creano tanto, fanno la partita, soffrono raramente. Beltrame è imprendibile e la sua esplosività atletica raggiunge l’apice quando, nella ripresa, una accelerazione bruciante costringe Celiento al fallo da rigore. A trasformare dal dischetto ci pensa Stefano Padovan, attaccante sempre molto apprezzato a Caserta e ora in forza all’Imolese. Indice al naso prima, mani alle orecchie poi: la sua esultanza è un po’ sprezzante verso il pubblico partenopeo e anticipa il caos che si verificherà, inevitabile, verso la fine del match. Passati in vantaggio, i bianconeri peccano di presunzione. E pensano di essere già vicini all’incasso. Errore madornale perché man mano il Napoli si riorganizza e, proprio sui titoli di coda, trascina la Juve ai supplementari: Insigne ubriaca Untersee e apparecchia per Novothny che di testa non fa prigionieri nell’area piccola. Eppure non è finita qui: Sakor, entrato un paio di minuti prima, coglie in pieno la traversa con una sassata da fuori area. E qualcuno inizia a pensare che due indizi fanno già una prova: alzare la Coppa al cielo si può, forse è destino. I giocatori in campo sono stremati, mentre la Curva A brucia di passione. Per gli ultras non c’è intralcio che possa fermare un sostegno cosi generoso ed appassionato.

Si riprende e si vede subito Federico Mattiello: il cagliaritano scalda i guantoni di Crispino con un rasoterra poi, nel secondo tempo supplementare, porta a spasso mezza difesa azzurra fulminando il portierino di Saurini con un secco diagonale. E’ il gol vittoria ma anche quello che spezza tutti i freni inibitori degli elettrizzati giovani in maglia bianconera: monta un pizzico di eccitazione di troppo e qualche ragazzo ne approfitta per sfidare a muso duro il pubblico. Il più esagitato tra questi è Gerbaudo, attualmente a Foggia, uno dei migliori lo scorso anno ad Avellino nella cavalcata dei Lupi verso la C. Proprio lui che era andato in rete allo Stadium prima del pari di Tutino. Il suo gesto di natura “sessuale” non passa inosservato all’arbitro, il palermitano Saia, che lo butta fuori senza troppi complimenti. Se uno spirito di rivalsa poteva essere più che comprensibile in ragazzi così giovani che avevano percepito l’atmosfera bollente e ostile del San Paolo, meno accettabile è stato lo stile di queste reazioni. Scomposte e poco professionali. Tanto da suscitare, a bocce ferme, la condanna addirittura di un’istituzione del mondo bianconero come Gianluca Pessotto, oltre che dello stesso Baroni. Gerbaudo, poi, si beccherà tre giornate di squalifica per questo momento di black out mentale.

Napoli, quindi, che resta a mani vuote. Juve che, invece, mette insieme il quarto trofeo della sua storia. Resterà anche l’ultimo, per ora. E siccome capita che al danno possa aggiungersi anche la beffa, i festeggiamenti in campo dei rampolli bianconeri vengono accompagnati improvvisamente dallo storico inno della Juventus. Al San Paolo, a Napoli. Incredibile, ma vero. Sembra quasi una profanazione. E tale viene vissuta dai tifosi che stanno abbandonando gli spalti. “Juve, storia di un grande amore, bianco che abbraccia il nero”, e il resto a seguire. E giù fischi assordanti, “riparatori”. Probabile ci fosse un protocollo da rispettare. Difficile, tuttavia, da essere compreso in quel momento.    

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di Footballweb

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