16 Maggio 2026
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Claudio Ranieri, il calcio italiano e quelle parole troppo significative

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Dall’Italia, venire qua.. pensi: no, non è possibile. C’è veramente un mondo così bello? Un mondo che davvero ritorni bambino, ritorni ad amare quello che hai sempre amato?. 
Partire da queste dichiarazioni presuppone che si voglia giungere ad una riflessione ben precisa sul calcio italiano. Ma forse è d’obbligo riflettere sulle parole di Claudio Ranieri, allenatore simbolo della storia impresa del Leicester e con non pochi anni di esperienza sulle spalle. L’idea che esista un mondo lontano dove il calcio può davvero essere quello sport amato da tutti suscita senza dubbio non poca nostalgia in chi ha visto una trasformazione, per meglio dire, un’involuzione del calcio in Italia. La scelta di volere affrontare un tema più che delicato nasce dalla consapevolezza di essere a contatto, se pur non diretto, con un mondo che tutto è tranne che pulito. Un mondo che è costretto a fare i conti con la recente scoperta (che poi tanto scoperta non è) di infiltrazioni mafiose fin dentro gli uffici dirigenziali; un mondo costretto a fare i conti con la mancanza di applicazione di regolamento e sviste arbitrali, nonostante non si sappia più cosa inventare (tecnologicamente parlando) per avvantaggiare la giustizia sportiva; un mondo in cui alcuni tifosi, che poi tifosi non sono, preferiscono inneggiare alla violenza o alle offese piuttosto che sostenere i propri colori, la propria terra; un mondo in cui si deve vincere, con ogni mezzo; un mondo in cui non si valorizzano i giovani e mancano strutture adatte alla preparazione più giusta per chi dovrebbe rappresentare il futuro; un mondo in cui si è perso persino lo spirito nazionale di unione (perché almeno nello sport potrebbe unire di più).  
Una favola come quella delle Foxes non potrebbe mai avere vita in Italia. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa osservazione? Un’osservazione che è tanto oggettiva, quanto veritiera. E quante volte ci si sente tormentati dall’idea di un qualcosa di già deciso, ancor prima che, quello che dovrebbe essere spettacolo, abbia inizio. E quante volte si pensa alla facilità (pur sempre relativa) con la quale un giovane inglese emerge rispetto ad un italiano. 
In Inghilterra, o almeno così si pensa, sembra tutto diverso:  strutture all’altezza persino in squadre di seconda categoria; tifosi che infuocano gli stadi supportando i propri colori, la propria città, le proprie tradizioni; un mondo probabilmente non perfetto, ma comunque più lontano da continui e ripetuti scandali sportivi (piccoli o grandi che siano); un mondo dove proprio una squadra di metà classifica riesce, con un’impresa certo irripetibile, a conquistare la vetta e a dimostrare a grandi e piccoli che le favole esistono; un mondo dove è risaputo che la maggior parte di gare sono ricche di gol; un mondo a cui manca solo la tattica per avvicinarsi alla perfezione e perciò impreziosito da figure come Sarri, Klopp e Guardiola, maestri i calcio.
In altre zone della Terra, c’è tutto ciò che manca al calcio italiano, a cui spesso non resta che la tattica e la perenne voglia di vincere con ogni mezzo, lecito o illecito che sia. 
E alla fine ci si stanca. Ci si stanca di dover parlare a fine partita di errori arbitrali piuttosto che di prestazioni. Ci si stanca di dover giustificare qualche episodio perché ci si illude che, ogni tanto, possa capitare. Ci si stanca di dover giustificare l’ingiustificabile specie quando si hanno tutti i mezzi per evitare certi errori. 
Non resta che l’illusione che assume le sembianze di una medaglia a doppia faccia: la distinzione fra quell’illusione che è sale sugli occhi per chi non vuole vedere, o meglio non vuole rassegnarsi, ad un mondo così e quell’illusione che è speranza costante di un mondo diverso, di un mondo che può ancora scrostarsi del marcio che ha dentro. 

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