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Era arrivato a Frattamaggiore lo scorso gennaio, ultima intuizione dell’ex Ds Marco De Simone che ne conosceva qualità e soprattutto peculiarità umane, che poi sono quelle che nel calcio contano più di ogni altra cosa e possono proiettarti verso una carriera importante se supportate da doti tecniche innate. Per Modou Seck imporsi in Italia non è stata una passeggiata. Ma alla fine la sua scommessa l’ha vinta. Tanti campionati di D disputati ad alto livello, sempre con i galloni da titolare, e la Sicilia come seconda casa: Noto, Acireale, Città di Messina, un passaggio in Calabria nel Montalto e, quindi, l’approdo a Fratta, in un contesto totalmente nuovo per lui da un punto di vista ambientale, ma fraterno e complice dal giorno del suo arrivo. Dalla serie D all’Eccellenza per rimettersi in discussione e ripartire con più rabbia come solo chi ha conosciuto la sofferenza sa fare. Il primo a prendersi cura di Seck è stato proprio De Simone, instancabile nel trovargli quanto prima una sistemazione che potesse accoglierlo degnamente. Il campo ha poi parlato per lui: difensore centrale, mezzala e, quest’anno, anche terzino sinistro. Laddove ci fosse da dare un contributo, il jolly senegalese non si è mai tirato indietro. E non ha mai fallito. Abile Ciaramella a puntare sulla sua versatilità, tenace Modou nel credere che la realizzazione di un sogno passasse soprattutto attraverso sacrificio e disponibilità.
Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella che non risparmia neanche il mondo del calcio che, essendo specchio antropologico della società che respiriamo tutti i giorni, fa emergere spesso i suoi aspetti più deprimenti, biechi e crudeli. Anzi, funge strutturalmente da zona franca per guitti d’ogni specie, mercificando le relazioni o degradandoli alla banalità di un tradimento e di un opportunismo. E poi c’è il razzismo, certo. Quello, in verità, c’è sempre stato. E anche Modou è stato costretto ad assaporarlo, in un ordinario pomeriggio di inciviltà del quale in tanti dovranno rendere conto. Accade tutto al termine della gara vinta in scioltezza sabato scorso dalla Frattese ad Ottaviano. Una partita senza storia, un testacoda dall’esito già scontato. Eppure, per motivi ancora sconosciuti, al fischio finale scatta un piccolo parapiglia in campo. Assai minuziosa, in tal senso, la ricostruzione che viene fatta da fonti accreditate molto vicine al club nerostellato. Il quadro che ne esce è desolante e descrive uno spaccato di pura barbarie, con l’inevitabile scia di razzismo che in questi casi ne consegue appena si apre uno spiraglio minuscolo. Succede che Seck venga raggiunto da un violento pugno alla nuca da un calciatore rossoblù e accusi forti giramenti di testa con una transitoria perdita di sensi. Ma è quando il senegalese viene posto su una barella per essere accompagnato fuori dal terreno di gioco, che accade l’imponderabile: un secondo giocatore dell’Ottaviano si avvicina e inizia a snocciolare il suo personale rosario di insulti razziali verso l’atleta nerostellato. “Negro di m…”, “tornatene al tuo paese”, sono solo due delle tante perle perfettamente udite da una parte dell’entourage della Frattese. Razzismo e idiozia genetica, perché Seck sta male e forse non lo sta neanche ascoltando. Un raptus inspiegabile che finisce per fomentare gli animi di alcuni pseudo tifosi rossoblù che, in questa Olimpiade dell’ignoranza e dell’analfabetismo (dis)funzionale, danno il loro contributo “intellettuale” alla causa con ulteriori insulti legati alle origini e al colore della pelle. Il tutto sotto lo sguardo impassibile dei dirigenti di casa, che in sostanza, secondo quanto filtrato, non fanno nulla per calmare le acque. Seck, nel frattempo, viene trasportato all’ospedale di Nola, dove accertamenti approfonditi escluderanno qualsiasi conseguenza grave. Ad Ottaviano, però, non finisce tutto a tarallucci e vino in quanto ai dirigenti della Frattese sarà impedito per un bel po’ di accedere nella zona degli spogliatoi. La ciliegina sulla torta. Perché un lavoro, una volta cominciato, deve essere finito bene. Con lucida coerenza gestionale.

Questi i fatti. Normali, anormali, inaccettabili o tutto sommato sopportabili se non addirittura effimeri. Ormai dipende dai punti di vista. E’ saltata quella scala di principi e l’esilio nella damnatio memoriae di chi non li rispettava. D’altronde la nostra è un’epoca in cui tutto si confonde, tutto è digeribile o persino auspicabile. Pure la solidarietà è una opinione. L’odio e la rabbia no, quelli sono comprensibili perché ci dicono che sia la sacrosanta reazione di chi vorrebbe affrancarsi da povertà e indigenze. Un alibi comodissimo e fuorviante. Qualcuno viene sempre prima di un altro. E’ in questo modo che si fomenta la guerra tra poveri: un fine raffinato che giustifica il mezzo della manipolazione dei cervelli. Ci viene anche detto che il razzismo in realtà non esiste, è una fissazione da irriducibili, è la solita forzatura verbale dei “radical chic”, categoria sventolata ad arte per depredare la profondità di un pensiero più elevato. Gli episodi di intolleranza che accadono quasi quotidianamente sarebbero una visione, o una sceneggiatura. E va a finire che quasi ci convinciamo di questo. Le stagioni più cupe nascono così, dalla sottovalutazione dei fenomeni e dall’indifferenza. Per questo di ciò che è accaduto ad Ottaviano non c’è nulla di cui meravigliarsi. Sono l’esatta fotografia di quello che ci accade intorno e di un contesto sociale moralmente degradato e inquinato da azioni miserabili e linguaggi primitivi, spesso violenti. Tanto più gravi quando proposti da chi gode di incarichi rappresentativi ed è chiamato a rispettare determinati doveri istituzionali. Ma è evidente che questo sbocco nauseabondo è stato tutt’altro che casuale. Bensì voluto.
Ottaviano è città viva, solidale, che ha sviluppato negli anni anche una certa sensibilità anticamorra e non può affogare nella stupidità di pochi. Va da sé che il sindaco Luca Capasso, avvocato penalista confermato cinque mesi fa primo cittadino a furor di popolo, debba spendere qualche parola su quanto accaduto al Comunale. Se ne ha tempo e voglia, lo faccia anche la società rossoblù. Dimostri di non avere nulla da imparare da un club, come quello nerostellato, che rifiuta razzismi e xenofobie e che ha sempre dato prova di saper praticare accoglienza e rispetto verso gli avversari di turno. Intanto, continueremo a sentirci tutti Modou. O meglio, siamo tutti Modou. Quel suo sogno nessuno è riuscito a rubarlo e nessun altro ci riuscirà. A chi lo ha insultato, picchiato e denigrato, e ai loro cattivi maestri, hanno già rubato anima, umanità e neuroni. E questa è la condanna peggiore.

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