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Servizio di Stefano Sica ©riproduzione riservata
Una serata da lupi tormentata da un freddo gelido. Una serata da capolista. Il Napoli si riappropria dell’antico splendore, mette a lucido killer instinct e motivazioni dallo scivolone casalingo dell’Inter con l’Udinese e abbatte il Torino all’Olimpico riprendensosi la vetta al termine di una gara senza storia (3-1). A Torino nevica, provvede il Napoli a raffreddare ulteriormente il vecchio cuore granata. Sarri sforna la fotocopia della formazione braccata al San Paolo dalla Fiorentina ma, stavolta, gli azzurri non lo tradiscono ed evitano l’hattrick senza vittorie in campionato. Tuttavia la chiave di questo salto quantico maturato in appena sei giorni sta soprattutto nella risurrezione totale di tre elementi che con i viola avevano parecchio deluso: Jorginho, Zielinski e Hamsik. E che in questo caso sono stati decisivi “in solido”. Letteralmente devastante il primo, che ha silenziato un Baselli formato stalker: il brasiliano ci ha messo lo zampino in due dei tre gol azzurri, prima inventando una verticalizzazione gustosa per il polacco, freddo sotto rete, e poi andando a pescare da distanza siderale Mertens, la cui intuizione ha messo in condizione capitan Hamsik di calare il tris definitivo. Finalmente freddo e concentrato Zielinski il quale, nonostante un centro sciupato nella ripresa a pochi passi da Sirugu (palla tra le mani del portiere granata), ha il merito di beffarlo nel primo tempo con un inserimento centrale tatticamente pregevole. Per Hamsik, invece, quella torinese resterà per lui una giornata indimenticabile: 115 gol con la maglia azzurra e record di Diego Armando Maradona eguagliato dopo ben 26 anni. Era solo questione di tempo, ma il capitano è tornato. Partita sempre accorta in fase di non possesso, con una prestazione di grande sacrificio, e stavolta più malizia e cattiveria negli inserimenti senza palla. Resta, a coronamento di una prova maestosa, la conferma del pacchetto difensivo (Koulibaly in gol come piace a lui, desta compiacimento) e un Allan ancora su livelli stratosferici. Insomma, quelli che non hanno mai lesinato la giusta continuità. Certo, Mario Rui non fa il lavoro di Ghoulam e il Napoli perlustra poco la catena di sinistra (forse bisognerà rassegnarsi a questo), ma il portoghese sulla linea rimane un osso assai duro per chi prova a stuzzicarlo.
Il Napoli, dopo aver imposto distanze e rispetto per oltre un tempo, ha sofferto il Toro soltanto per una decina di minuti scarsi nella ripresa. Dal centro del “gallo” Belotti, quasi allo scoccare del quarto d’ora, alla punizione tagliata e velenosa di Ljajic che ha messo i brividi a Reina. Nel mezzo la botta di Iago Falque respinta in due tempi dal pipelet azzurro, eccessivamente criticato nei dibattiti social post partita ma al quale, francamente, c’è da imputare solo la mezza incertezza (tutt’altro che decisiva) sul timbro di Belotti. È stata una fase breve ma complicata per il Napoli, che ha prevedibilmente subito l’assalto all’arma bianca granata. Ecco, in quei momenti è rispuntato l’indomito cuore Toro che a bocce ferme ha raccolto il pollice alto di Miha e il plauso di Sarri. Eppure gli azzurri, anche in un normale contesto di gestione, hanno avuto le occasioni più nitide per presentare il poker. Da Hamsik (sassata di poco a lato dopo una splendida combinazione tra Mertens e Allan) allo stesso mediano carioca, che non ha chiuso davanti a Sirigu una ripartenza azzurra sanguinosa. Passando poi per l’errore marchiano dello stesso belga che ha sollevato sopra la porta a colpo sicuro l’invito al gol di Callejon. Ecco, il “Ciro” partenopeo è sembrato il più incostante dei suoi e certamente quello meno vicino ad una rigenerazione completa. Ovviamente positivo il primo tempo perché pesano l’assist ad Hamsik del 3-0 e un movimento soddisfacente tra le linee. Ma dopo l’intervallo è emersa una lucidità non sempre al top. Ci sarà da lavorare in questo senso anche se la sufficienza finale è meritata mettendo tutte le varie sfumature sul piatto della bilancia. Discorso che vale grosso modo per Callejon, il cui passo avanti è stato però più evidente.
Insomma, il Napoli è tornato, spingendo indietro gli abitué dell’accusa facile e del disfattismo. Che ci fosse qualche problema sotto l’aspetto della lucidità collettiva, era naturale. Lo ha ammesso lo stesso Sarri. Ma proprio il trainer azzurro è quello che ha invitato tutti all’equilibrio, nel bene e nel male. Come dargli torto. Perché il saldo in punti rispetto allo scorso anno è in positivo e i giochi sono apertissimi. E perché periodi di appannamento questo Napoli nel girone di andata li ha sempre vissuti con la gestione di Sarri. Semmai c’è da capire come rafforzare peso specifico e autorevolezza del gruppo a gennaio, proprio per essere all’altezza dello sforzo che richiedono le fatidiche tre gare a settimana ed evitare quanto più possibile un calo della competitività. Tutto ciò – poi ogni confronto è aperto, ci mancherebbe – pesa molto di più dello sfruttamento quasi nullo di alcuni elementi della rosa da parte dell’allenatore. Il Napoli non sempre brillante di questa prima parte di stagione ha dato un segnale chiaro in questo senso. A chi dirige le strategie societarie l’ultima risposta. Che è forse anche un dovere morale che meritano Sarri e, con lui, la città.

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