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“Tornare qui è un modo per rivedere tanti amici, anche se magari non sono stati teneri quando ero qui”. Leonardo Menichini torna a Salerno in occasione della presentazione del libro “Salernitana 19:19. Dalla D alla B alzando le coppe” e lo fa ricordando i momenti più belli vissuti nella città che, non senza difficoltà, è riuscito a portare fino in serie B, categoria che ha conservato e custodito con gelosia lo scorso anno quando è stato richiamato al timone dopo un inizio di stagione assai deludente. Ospite assieme al collega Carlo Perrone, col quale condivide il fatto di aver collezionato record su record, oltreché aver (stra)vinto in tempi record rispettivamente i campionati di serie D, Seconda e Prima Divisione di Lega Pro, Menico non nasconde una certa emozione: “Mi fa molto piacere essere qui. L’autore Pietro ha dedicato un capitolo sia a me che a Perrone, mi ha riempito di orgoglio e sono contento di aver fatto qualcosa di importante per questa città e per questa tifoseria. L’importante è aver raggiunto i risultati, io e Perrone abbiamo raggiunto grandi risultati. Vincere è sempre difficile e non sempre è stato dato pieno merito a me e a lui”.
Vincere, tuttavia, vuol dire anche superare una serie di tappe e ostacoli complessi. Il più difficile, probabilmente, è stato quello di Catanzaro, dove la Salernitana ha praticamente archiviato la promozione, nonostante la triste notizia della scomparsa del padre di Maurizio Lanzaro: “Parlai con Lanzaro la sera, mi disse di farlo giocare perchè voleva farlo per suo padre. Accettai perchè sapevo avrebbe fatto una grande partita. Eravamo tutti dispiaciuti per questo tragico evento, lui cercò di dare tutta la positività possibile anche in questo evento così tragico. C’era un’atmosfera magica quel giorno, volevamo dedicare a Maurizio quella vittoria e facemmo un gol fondamentale perchè in quel momento del campionato quei punti fecero la differenza”. Giunti all’aritmetica vittoria del campionato (“Quella vittoria ci ha fatto accapponare la pelle, è stata una bellissima festa dopo un campionato meraviglioso” – ammette -), Menico ha però preferito di non festeggiare, rimanendo in hotel mentre i suoi calciatori sfilavano per la città a festeggiare: “Arrivati al Mediterraneo mi dicono che mancavano ancora 3 ore alla festa. Eravamo stanchi, volevo che i giocatori avessero la scena. Non ce l’avrei fatta fino alle 3 di notte come hanno fatto loro. Ho comunque festeggiato nelle feste successive ed è un qualcosa che mi porterò sempre dietro. Questa è una città straordinaria ed è un qualcosa che mi porterò dietro per tutta la vita. Ho detto a Tuia che non sono venuto qui per dimostrare di essere bravo, ma per dire che bisognava raggiungere un obiettivo importante”. Un obiettivo importante è stato pure quello di essere riuscito a salvare la Salernitana lo scorso anno: “Riuscire a salvare questa squadra per me è stato motivo di grande soddisfazione. Mi aspettavo ci potesse essere una riconferma, le decisioni però le dobbiamo accettare. La vita va avanti, l’importante è che la Salernitana vada avanti e speriamo di poter festeggiare ancora assieme”. Stavolta, però, la rosa granata sembra essere molto più competitiva, anche a giudizio del tecnico di Ponsacco: “Questa rosa può fare un po’ tutto, ci sono giocatori che possono fare anche gli esterni. Lo stesso Rosina può giocare da esterno, per me è una rosa molto competitiva che può cambiare diversi sistemi di gioco e togliersi delle soddisfazioni”.
Di fianco a Menico c’è Tuia, calciatore col quale non sono mancati attriti in passato, ormai superati dalla volontà comune di volere il bene della Salernitana. Su di lui, Leo spende parole di elogio: “Alessandro è sempre stato un talento che purtroppo ha incontrato degli incidenti durante la sua carriera. Ha ancora degli enormi margini di miglioramenti, è un ottimo giocatore e il suo futuro dipenderà da lui. Credo sia maturo a sufficienza per poter esplodere presto. Nalini? E’ un giocatore importante, che salta l’uomo e che va spesso al cross. Anche se pure lui ha avuto un periodo sfortunato sono due giocatori forti che avranno tempo e modo per farsi valere”. E ora? “Aspetto qualcosa che mi possa soddisfare e gratificare, per cui valga la pena mettersi in gioco. Vediamo cosa succede, in Italia spesso e volentieri gli allenatori cambiano e su di loro cade sempre la colpa di ciò che non va. Ci vuole pazienza, a Salerno c’è tanta fretta perchè questa città vive di calcio e vuole tutto e subito. Bisogna dar tempo alla gente di lavorare e ai calciatori di poter restare tranquilli. Non è La maglia della Salernitana pesa tantissimo, ci vuole tempo perchè col tempo ci si può togliere delle belle soddisfazioni”.
Infine, un bellissimo amarcord col collega Perrone, suo ex compagno di squadra e di reparto: “Trovai Carlo ad Ascoli, ma capii subito che c’era un problema, lui tecnicamente era più bravo di me. Io ero più di sostanza, lui era più tecnico. Ero più un giocatore di provincia, lui di prospettiva. Io facevo più lavoro sporco, lui usciva palla al piede. Eravamo in concorrenza, infatti spesso ha giocato lui. Dal punto di vista umano è una bellissima persona, da allenatore forse non ha avuto la fortuna che meritava. Molto dipende anche dalle occasioni e dalla società con cui devi misurarti, ma ha sempre dato gioco alla sua squadra al punto da farlo riconoscere un allenatore importante per la categoria”.

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