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DI STEFANO SICA
Una vita straordinaria. Spesa in nome del calcio, quell’ideale assorbito da bambino, coltivato da calciatore e insegnato da maestro che ha fatto le fortune di club storici e città con l’oro della passione in bocca. Ieri, 24 aprile, Pino Caramanno ha festeggiato i suoi 80 anni. Una ricorrenza ricordata da tifosi ed ex calciatori della Frattese con un video di auguri celebrativo. A volere l’iniziativa, il gruppo Black Stars 1979 di Nico Romano, Francesco Pezzella e i fratelli Giuseppe e Gennaro Capasso. Proprio in nerostellato, Caramanno – nativo di Piana degli Albanesi, piccolo centro del Palermitano – ha vissuto una parentesi importante della sua carriera agonistica dopo aver mosso i primi passi con Palermo e Trapani. A Frattamaggiore ci arrivò che era poco più che ventenne, disputando alcuni campionati regionali come centromediano metodista, l’antesignano del moderno regista. Una contingenza favorita dal fatto che prestasse servizio militare a Napoli. Qualche anno dopo sarebbe tornato in Campania per vestire la maglia del Savoia in C: una stagione sfortunata, culminata nella retrocessione in serie D.
Da allenatore, il suo curriculum è poesia pura. Campionati vinti producendo spettacolo ed emozioni, idee innovative, principi che hanno iniziato a rivoluzionare un calcio in continua evoluzione. E, soprattutto, il Sud come bussola (al Nord avrebbe allenato solo a Vicenza e Sanremo) per una scalata che lo ha portato ad essere un leader dentro e fuori dal campo, un vero e proprio vate della terza serie, un tecnico a cui rapportarsi con rispetto e deferenza ma al quale, misteriosamente, furono precluse le porte della serie B se non nell’unica esperienza – peraltro infausta – di Taranto. Un’annata vissuta in un contesto in graduale disfacimento che avrebbe condotto il club al fallimento in seguito alla retrocessione in C1 (i rossoblù sarebbero poi ripartiti dal Campionato Nazionale Dilettanti). Caramanno è stato maestro di stile e non solo di calcio. Quasi ovunque sia stato, ha vinto e poi si è congedato. Insegnato e poi salutato. A Rende (1978, dalla Promozione in C), Frattamaggiore (1980, dalla D alla C2), Nocera Inferiore (1984, dalla C2 alla C1), Reggio Calabria (1986, dalla C2 alla C1), Palermo (1988, dalla C2 alla C1), Foggia (1989, dalla C1 alla B) ed Avellino, a cui nel 1982 portò in dote una Coppa Italia Primavera perdendo la finale scudetto col Cesena. Dove non ha trionfato, ci è andato vicino. Come alla Rossanese in D (subito dopo aver condotto la Frattese tra i professionisti) o a Caserta in C1 nel 1989-90, quando la sfida di Giarre spezzò i sogni dei falchetti: era la squadra di Pasquale Suppa, ma anche di Ravanelli e Campilongo, 25 gol in due. Un attacco stupefacente, che con 49 reti fu di gran lunga il migliore del girone. Quel derby “a distanza” lo vinse la magica Salernitana di Giancarlo Ansaloni e del patron Giuseppe Soglia, che con la vittoria di Brindisi staccò virtualmente il pass per la cadetteria.

Un po’ diversamente da come era andata 10 anni prima a Frattamaggiore, quando i nerostellati – a braccetto col Campania Ponticelli, volato successivamente in C1 – approdarono per la prima volta nella loro storia tra i professionisti soprattutto grazie ad una retroguardia di ferro, che con sole 18 reti incassate risultò la meno perforata. Stravagante per un gruppo votato al gioco offensivo, con un tridente da urlo composto da mister Citarelli, Pellegrino Gaito e l’Avv. Chiacchio, e altri pezzi da novanta come Antonio Albano, D’Agostino o Virgilio. Per non parlare dell’utilizzo “spregiudicato” di entrambi i terzini: a spingere non era solo Perrelli come fluidificante mancino, ruolo normalmente sfruttato per questo compito anche nel calcio dell’epoca. Ma era anche Cellucci, che a destra completava il reparto con Montresor e Ferraioli, davanti al grande Franco Anellino. I suoi 10 centri stagionali sono rimasti un record per un terzino destro che abbia vestito il nerostellato. Impensabile in tempi in cui un “quarto” di destra rivestiva compiti quasi esclusivamente difensivi. E fu sempre Caramanno a sperimentare una linea difensiva più compatta, in cui libero e stopper giocassero maggiormente vicini provando a scandire tempi e sincronismi ben oliati per tutto il quartetto arretrato. Ma quella del patron Lello Crispino era una vera e propria corazzata. Come lo era anche il Palermo edizione 1987-88, che era ripartito dolorosamente dalla C2 dopo il fallimento. Caramanno non bucò l’appuntamento col successo nella sua città natale. In quel roster militavano Mimmo Di Carlo, l’ex nerostellato Sossio Perfetto ed un giovane Adolfo Restuccia, appena ventenne, jolly di centrocampo prodotto dalla Primavera del Napoli in un momento in cui il vivaio azzurro sfornava talenti a iosa. La promozione in C1 non fu purtroppo accompagnata dalla Coppa Italia di C, persa dopo la doppia finale col Monza.
Insomma, un percorso da protagonista e testimone di un calcio che non c’è più. A questa storia i Black Stars 1979 hanno voluto rendere omaggio. Una corrispondenza d’amorosi sensi a cui l’ex tecnico ha risposto così, visibilmente commosso ed emozionato. “Col popolo frattese si è instaurata una amicizia che rimarrà in eterno – le sue parole -. Tutto mi sarei immaginato, ma non questa sorpresa, pur nella consapevolezza di aver vissuto con un popolo che ho fatto mio nelle vesti di calciatore e allenatore. Ho cercato di fare al meglio il mio lavoro per loro. Questi auguri sono un ulteriore campionato vinto per me. Questo video ha condensato l’umanità di un popolo in maniera trasversale. E’ stato un percorso degno di essere vissuto, che mi resterà impresso in mente fino agli ultimi giorni della mia vita”.

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