16 Maggio 2026
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VISTO DA SINISTRA – Calcio e informazione: la svolta conservatrice dell’ultimo ventennio

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Non aprirò con citazioni particolari, anche se ce ne sarebbero da fare in abbondanza. E tutte perfettamente aderenti al contesto. Mi piace ricordare le parole, quasi profetiche, di un grandissimo uomo di calcio che ora non c’è più. Amato da tutti per il suo stile e la sua schiettezza, non solo dai suoi tifosi. “Le grandi vogliono farsi un campionato a parte. Ma senza umiltà e buon senso il sistema è destinato a crollare”. Costantino Rozzi immaginava così il calcio del terzo millennio. Lui che in Lega aveva speso tutto se stesso per la dignità delle più piccole. Chiedeva un aumento della percentuale sugli incassi delle gare in trasferta e lo disse a muso duro durante una puntata del Processo del Lunedì. Auspicava una gestione oculata da parte delle big e una politica solidale tra tutti i club. E’ evidente che i suoi desiderata non abbiano sortito alcun effetto. Ora come allora. Rozzi è scomparso nel 1994. Due anni dopo, la politica dava il via libera ad una legge (la 586) che riconosceva alle società di calcio la possibilità di perseguire un lucro senza più l’obbligatorietà di reinvestire gli utili per migliorare la singola attività sportiva. Che alle piccole non pensi nessuno è esiziale ma anche scontato. Il divario con le grandissime era destinato ad aumentare e così è avvenuto, polverizzando quasi totalmente l’aspetto competitivo e genuino di questo sport. Gli investimenti richiedono utili, e fare utili passa per l’esercizio del potere. In tutti i modi ed a tutti i livelli.

Per cui, caro Mariano, nulla di nuovo sotto il sole. E, semmai, il discorso andrebbe (per par condicio) allargato e non solo delimitato al cortile della serie A: il sistema calcio ha perso dal 2014 un’intera categoria (la Seconda Divisione, ex C2) e ben 12 società in C. Gli attuali 56 club (senza il Modena) stridono con i 108 presenti tra C1 e C2 fino al 1991 (siamo alle soglie della Seconda Repubblica e il Muro è appena caduto, ma sarà un caso…). Tante piccole piazze non hanno più vissuto il sogno del professionismo, sono evaporati posti di lavoro, sogni, partecipazione, romanticismo. E non è finita qui perché è in cantiere un ulteriore ridimensionamento con una C a 36-40 squadre. E uno dei motivi, al netto delle annose difficoltà di tanti imprenditori italiani nel voler scommettere nell’impresa calcio, è dato dalla riluttanza dei grandi club a voler garantire i giusti contributi alle piccole. La torta non può essere divisa con una Lega minore e molti si ricorderanno la telefonata infuocata di un anno e mezzo fa intercorsa tra Aurelio De Laurentiis e Gabriele Gravina…

E vuoi, Mariano, che le piccole non paghino un prezzo salato e che la loro voce non sia silenziata? C’è stata palesemente un’uscita a destra del mondo del calcio nell’ultimo ventennio. Perché le grandi si sono inventati quegli strumenti in grado di creare una certa dicotomia con le piccole. Vinta questa partita grazie ad una solida alleanza, le più forti hanno battagliato tra loro per l’egemonia del dominio. Cosa che avviene anche oggi a proposito di ripartizione di diritti televisivi e di politica federale. Il classico schema di conflitto all’interno del capitale che replica nel calcio semplicemente ciò che avviene nel mondo del lavoro e dell’economia. Una questione europea, certo. Non solo nostrana. Fatto sta che il calcio italiano – nella sua caratterizzazione conservatrice – in tantissimi anni ha abbassato vistosamente la propria qualità generale. In tutte le categorie. La leadership incontrastata della Juventus, insieme alla conclamata inaccessibilità di una squadra sorpresa nei quartieri alti della classifica, sono poi un’appendice necessaria di questa involuzione del prodotto calcio.

Il profilo dell’informazione 2.0, va da sè, non può che uniformarsi a questo quadro asfittico. Abbiamo letto in questi mesi, senza alcun limite latitudinale o longitudinale, sottotitoli e titoloni di quotidiani che hanno mortificato qualsiasi etica giornalistica per poter parlare più agevolmente alla pancia delle persone. In questo caso tifosi, dunque ancora più suggestionabili. Quelli che (una parte, sia ben chiaro, ma che c’è) vivono trasporti emotivi verso il giornalista-sostenitore e detestano chi prova ancora a mantenersi lucido e imparziale. Gli ultimi 20 anni, anche per l’emersione di internet e dei social oltreché per la trasformazione globale dei primordiali concetti di informazione, hanno segnato una clamorosa regressione anche in questo. Non è un caso che molte di queste scelte editoriali siano state portate avanti da giornali con un orientamento di destra o centro-destra (o ognuno lo definisca come crede). Perché vendere populismo a buon mercato, specie di questi tempi, è la via più facile da perseguire. Persino più redditizia e vicina al razzolamento di un consenso vasto e indistinto.

 

About Stefano Sica 913 Articoli
Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di Footballweb

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