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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata
L’Avellino era ormai una bella realtà della serie A, costruiva le sue salvezze con la famosa “legge del Partenio”, lo stadio irpino era un fortino, una roccaforte difficile da espugnare. In trasferta quella spregiudicatezza veniva un po’ meno, ma si poteva sempre migliorare e quell’anno le cose migliorarono notevolmente, anche perché ormai i biancoverdi si erano acclimatati in massima serie. Per la stagione 1986-1987, si erano affidati a Luis Vinicio per la panchina, quel carismatico timoniere che era stato il primo a rendere grande il Napoli che si apprestava a festeggiare il primo scudetto. Con Vinicio alla guida, la squadra partenopea l’aveva sfiorato, aveva offerto un gioco spettacolare e capace di strappare applausi ovunque, che colpo per la società irpina aver preso un tecnico innovatore e competente. Proprio in quella stagione, l’Avellino toccò il suo punto più alto vincendo in trasferta con un risultato tennistico, cannibalizzando una spaurita Udinese. La squadra friulana, l’anno prima, era allenata proprio da Vinicio, il quale, con un dente un po’ avvelenato, si prese la soddisfazione di battere la sua ex squadra al termine di una prestazione autorevole e di altissimo livello.
La partita prese subito una piega decisa e, grazie alle reti di Benedetti e Bertoni, dopo dieci minuti l’Avellino era già sul doppio vantaggio. Bianconeri non pervenuti, letteralmente rintronati da una squadra irpina famelica e fagocitante. Non bisognava abbassare la guardia e i biancoverdi non lo fecero affatto, anzi, decisero di battere il ferro ancora caldo calando il tris con Alessio. C’era solo l’Avellino in campo, una squadra garibaldina, in salute, spensierata al punto tale da permettersi il lusso di giocare anche per lo spettacolo. Ce ne fu uno edificante al “Friuli”, da standing ovation, anche l’austriaco Schachner mise la sua firma per il poker con cui si andò all’intervallo. L’Avellino si stava confermando una delle più belle realtà del calcio italiano, un sogno per tutti quelli che da una vita sognavano solo l’approdo nel massimo campionato italiano. Il fatto che la squadra irpina si prendesse la “licenza” di andare a dettare legge sul campo dell’Udinese era davvero un sogno ad occhi aperti.
Quel pomeriggio non si concluse solo con un primo tempo da sballo, i giocatori di Vinicio non volevano perdere gli occhi della tigre continuando a giocare come se il risultato fosse ancora inchiodato sullo 0-0. Così si costruisce una mentalità propositiva e non pressapochista. Ancora Schachner infierì sul corpo straziato di una agonizzante Udinese, con l’Avellino che maramaldeggiava con una furia devastante. Cinque gol di scarto, la gloria di un pomeriggio indimenticabile, da stropicciarsi gli occhi. Era stato superato l’80’, mancavano otto minuti alla fine quando Chierico segnò il classico gol della bandiera per la squadra di De Sisti, ma l’Avellino lo vide come un affronto imperdonabile. Fu Benedetti a segnare il gol numero sei, una squadra esplosiva e pirotecnica, che ormai aveva sbranato e ridotto a brandelli un’avversaria a cui si concesse l’onore delle armi subendo un gol nel finale siglato da Collovati.
Non una rete subita a giochi fatti, lo erano già dopo dieci minuti di gioco, quell’Udinese-Avellino 2-6 ancora adesso viene ricordato con una sorta di sano orgoglio e legittimo compiacimento. Mai come in quella giornata la squadra irpina si sentì grande, facendo sentire grandi anche i suoi tifosi, orgogliosi di quei giocatori che indossavano con onore e dignità la maglia biancoverde. L’Avellino si guadagnò la copertina di quel turno di campionato, quella squadra faceva parlare di sé per l’autorevolezza con cui scendeva in campo schiantando un’avversaria di tutto rispetto come quella friulana. Momenti magici che, sfogliando l’album dei ricordi, occupano un posto speciale e che hanno contribuito ad arricchire e nobilitare la storia di un club che si è fatto spazio nel grande calcio allontanando ogni forma di soggezione e timidezza. Quell’Avellino, complice anche la mentalità di chi lo guidava in panchina, si ritrovò a ruggire. Il ruggito di un Lupo.

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