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Fabio Quagliarella, classe 1983 e Sergio Pellissier, classe 1979 con rispettivamente 155 reti e 110 reti nella massima Serie sono da considerare certamente i veterani della vecchia generazione italiana di attaccanti. Perché scegliere di scrivere su Quagliarella e Pellissier. Perché essere la differenza, in campo e fuori, quando la tua età ti etichetta come vecchio del calcio è un qualcosa di piuttosto ingiusto. Senza dubbio possiamo affermarlo, Pellissier e Quagliarella sono come il vino che più invecchia e più si fa buono. L’attaccante di Castellammare è ormai trascinatore dei blucerchiati, reduce da un gol nel derby e da una doppietta contro il Bologna. Il secondo, invece, reduce dalgol numero 110 in serie A (festeggiato abbracciando Pellissier Jr.), è forse simbolo di chi non molla mai, di chi sputa sangue sul campo nel momento peggiore della squadra di cui si sente responsabile.
Con l’addio di tanti esponenti di un calcio che non tornerà mai come Toni, Di Natale, Miccoli, Totti, Del Piero, Quagliarella e Pellissier (in questo caso i paragoni non contano) costituiscono forse un bell’insegnamento per i giovani emergenti. E mentre calciatori come Neymar e Dybala ci abituano ad un calcio caratterizzato dall’essere furbi, dal gettarsi a terra come se niente fosse e dai milioni che scendono dal cielo, Fabio e Sergio fanno la differenza. Fanno la differenza perché si legano a valori che non esistono più nel calcio (e forse si, sotto questo punto di vista, che siano vecchi), ma al tempo stesso riescono ancora a sputare sangue sul terreno di gioco e a non darsi mai per vinti.
Quanta responsabilità per Pellissier in un momento in cui Ventura lascia a poche giornate appena dall’inizio della sua avventura a Verona. Pesi su pesi, perché sai che è da te che parte la scossa. Perché sai che sei con un piede nel baratro della B (che manca al Chievo dal 2007).
Invece dai la scossa, invece sproni i tuoi compagni e strappi due punti fra Napoli e Lazio. E anche se sai che, matematicamente, non fanno chissà quanta differenza puoi ritenerti soddisfatto perché il campionato è ancora tutto da decidere. Malgrado sia un’impresa molto più ardua di quella del Crotone, mai dire mai.

Fabio Quagliarella è a tratti considerato ormai non così decisivo come quando era più “giovane”. Ma forse non c’è cosa più bella: smentire tutti quanto meno se l’aspettano. E in un derby sei comunque decisivo, e nella partita successiva lo sei ancora di più. In sostanza, una seconda giovinezza, altro che vecchiaia. Un riscatto, un modo per dire, alla Vasco, io sono ancora qua. E già perché, dopo tutto l’inferno che hai trascorso a Napoli, sentendoti odiato dai tifosi quando tutto era men che un tradimento calcistico, è la giusta ricompensa.
Quagliarella e Pellissier, si vuole sostenere, sono simboli di un calcio che forse è giunto al tramonto (la speranza è quella che possa risorgere). Un calcio in cui dal cielo non fioccano così tanti soli come zio Paperone, ma nel quale certamente ti ci ritrovi. E ti ci ritrovi perché ancora fortemente intriso di passione, valori quali l’appartenenza ad una maglia e il sudore, di voglia di darsi da fare, di uscire a testa alta perché sai che hai fatto il tuo dovere, e lo hai fatto per davvero. Sai che il calcio può essere ancora, a tratti, vicino a quella felicità che provavi da bambino e che ora cerchi di trasmettere a tuo figlio, proprio sul campo. Perché gente così se non offre spettacolo, fa di tutto per crearlo. Perchè non bisogna mai far rimpiangere ad un padre di famiglia l’aver comprato un biglietto per andare a vedere la squadra e, perché no, proprio Pellissier e Quagliarella.
Ecco perché con questo articolo li si vuole elogiare. Perché rimarranno nella memoria come quelli che, in un’epoca in cui il calcio è finto, fanno di tutto per renderlo ancora vero.

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