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Servizio di Valerio Lauri ©riproduzione riservata
I numeri non dicono tutto, ma spesso dicono tanto. Quelli del Milan nelle ultime due gare, ad esempio, fanno proprio un bel rumore. Quattro punti in due trasferte consecutive, imposte dal recupero di Bologna, giocate a distanza di quattro giorni, rispettivamente con nove uomini e nove uomini più due (ma su questo non si ha fattiva certezza). Questa overdose di cifre è solo la prefazione di uno spettacolo chiamato “Fare il pane con l’acqua e la farina”, diviso in due atti e messo in scena da Vincenzo Montella. Con una panchina più corta di una sedia richiudibile, l’aeroplanino riesce ad uscire dal tragitto Bologna-Roma con quattro preziosi punti e un vantaggio nello scontro diretto con la Lazio che potrebbe rivelarsi determinante il 28 maggio, quando si passerà allo spoglio delle votazioni per le coppe europee.
ORRORI DIFENSIVI – Doveva essere un piccolo calvario e le attese non sono state affatto tradite. Lo spettro terrificante di una difesa costituita per tre quarti da esodati del calcio quali Zapata, Gomez e Vangioni si è manifestato in tutta la sua potenza, non tanto nella prima frazione, dove l’equilibrio ne ha mascherato le malefatte, quanto nella ripresa, caratterizzata da una generale mancanza di lucidità. Che il colombiano sia il migliore dei tre è tutto dire, pur gravato da un paio di erroracci non male, quando decide di avviare il contropiede già devastante di una Lazio alla ricerca del gol della sicurezza. Peggio di lui fa il paraguayano, equilibrato e freddo nelle decisioni come “La signora ammazzatutti” di John Waters. L’inspiegabile fallo con cui regala il rigore al caracollante Immobile nel finale della prima frazione è da ritiro del patentino di calciatore. Forse aveva riposto fiducia nelle manone di Donnarumma, che è un fenomeno, ma non è certo Mister Fantastic. Neppure il positivo Vangioni di Bologna ci sta a riapparire a Roma, negandosi la continuità che non ha mai caratterizzato la fascia sinistra del Milan negli ultimi anni. Errori a più riprese, a cominciare da quello che avvia l’azione biancoceleste a 44’45” e che conduce all’1-0 su rigore. A proposito di ripresa, raccapricciante quella dell’argentino, che stende il tappeto rosso alle sfuriate di Felipe Anderson verso la Nord, esattamente come tutti i palloni del possibile 2-0 scaraventati oltre la porta di Donnarumma. Nell’insufficienza generale imperante, un piccolo fiore lo pianta Abate, quando sfrutta una dormita del guardalinee e si invola verso la rete, prima di essere placcato per un rigore che c’era più di quanto Damato non l’abbia visto.
NEVE NEL DESERTO – Gli sforzi disumani di una vittoria raggiunta in nove uomini (vale la pena ricordarlo) offuscano le gambe e non solo, soprattutto se quei nove uomini tornano in campo contro una delle prime cinque squadre della Serie A. Le aggiunte di un gioiellino ingrezzito come Locatelli e di un impalpabile Ocampos fanno numero, ma non danno spinte soddisfacenti. Al netto di un Pasalic ancora affaticato dall’inserimento vincente del Dall’Ara, il surplus di verve lo fornisce Sosa, che entra in partita come il miglior calciatore della Turkish League 2015/2016 (stavolta sì) e dà il la all’azione del gol di Suso. Per uno spagnolo che non brilla (Deulofeu), ingabbiato dai polifemici Hoedt e De Vrij prima e dalla catena Basta-Parolo poi, ce n’è un altro che naviga nel mare della sufficienza, salvo accendersi all’improvviso e pescare la perla dall’ostrica. Jesús Joaquín Fernàndez Sàez de la Torre, al cui solo nome mezza difesa della Lazio resta ancora atterrita e non solo per la lunghezza, pesca dal cilindro un coniglio dalle orecchie d’oro, con una serpentina basculante tra i birilli biancocelesti e una virgola magica sul palo lontano, che Strakosha può sfiorare solo con lo sguardo. Una marcatura tanto bella quanto importante, per la gioia di chi intonava già un requiem alle speranze rossonere d’Europa.
ARIDITA’ IN MEDIANA – Non solo rose nella vigilia di San Valentino. Tra i disastri difensivi e l’abulicità offensiva, con sprazzi di talento a fasi alterne, scompare misteriosamente il centrocampo rossonero. Montella prova a renderlo meno grigio con i colori della bandiera cilena Mati Fernandez, che più che sventolare si limita a non sollecitare troppo l’asta. Eppure la qualità latita quasi quanto la società o il closing slittante all’infinito. A proposito di closing, sarebbe il caso di suggerire ai cinesi qualche movimento mirato, seppur non italiano. Ad esempio, Milinkovic-Savic un po’ Kucka e un po’ Pogba non ci starebbe male nella mediana rossonera, posto che potrebbe arrivare allo stesso prezzo di quel Keita tanto vociferato e tanto balotellico. Oppure sarebbe ora di insistere un po’ più delle voci sui giornali amici, per portarsi al centro della difesa l’olandese De Vrij, che di Gomez e Zapata magari anche basta. L’Europa che conta resta a portata d’orizzonte e lo si deve anche ai guanti ipertrofici di Gigio Donnarumma, con cui si occupano colonne chilometriche quando commette qualche cappellata, ma che non trova spazio quando si lascia illuminare dalla luce divina per frenare l’incedere di Immobile nella classifica marcatori.
Chiudere la porta al rammarico di un ennesimo mercato invernale rinunciatario e spalancare le finestre al futuro, tenendo botta nei complicati impegni prossimi in calendario e non sciupando una primavera prodiga di scontri con le “piccole”. Nell’azzimità di un Milan ridotto all’osso, Montella potrebbe cavare dal buco qualche bella soddisfazione. Sperando di non finire rimpiazzato da colleghi più dotati di ciuffo.

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