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Messico 86: El Barrilete cosmico di Victor Hugo Morales

Messico 86: El Barrilete cosmico di Victor Hugo Morales

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La radiocronaca di Victor Hugo Morales è diventata leggendaria: «Urlai e piansi, ero come in trance»
«Dios santo, viva el fútbol!». E’ domenica 22 giugno 1986, dalla tribuna stampa dello stadio Azteca di Città del Messico un radiocronista uruguagio urla a squarciagola. Diego Armando Maradona ha appena firmato il gol del secolo di fronte a 114mila (fortunatissimi) spettatori. E Victor Hugo Morales è entrato, con lui, nel mito.
Il suo racconto in radio di quei 52 metri di galoppata – 13 tocchi , 6 giocatori inglesi saltati come birilli – è il più celebre della storia del calcio. Ancora oggi, tanti anni dopo, è impossibile associare il capolavoro di Maradona a un’altra voce. Un commento che fa venire la pelle d’oca anche a chi il calcio non lo ama.
Victor Hugo Morales nasce nel 1947 in un paesino dell’Uruguay.
Non è quindi assolutamente argentino.
Debutta giovanissimo in radio. Nel 1981 arriva a Buenos Aires e la sua voce d’oro conquista tutti. Il suo stile è unico. Oltre ai “goooool” strillati a perdifiato tipici del Sudamerica, la sua cronaca è fatta di metafore, guizzi lirici che squarciano la partita, trasformando i giocatori in eroi epici. Letteratura ricamata sul cuoio del pallone, quasi sentisse il peso del nome che gli hanno dato: Victor Hugo.
Al Mondiale in Messico arriva con 14 chili di sovrappeso. Ha appena smesso di fumare, grazie a un guru svizzero. La sua voce d’oro, forgiata dalle sigarette “divorate” durante le notti brave bonaerensi, era seriamente in pericolo.
Al 51’ del quarto di finale contro gli inglesi è uno dei pochi a vedere la “mano de Dios” e lo “denuncia” ai radioascoltatori. Ma esulta lo stesso. Tre minuti più tardi arriva il gol riparatorio di Maradona. Morales urla e piange: è in trance.
«Da che pianeta sei arrivato per lasciare sul tuo cammino tutti quegli inglesi?».
“Barillete cosmico”, ossia, “Aquilone cosmico”.
Lo chiama cosi.
“Aquilone cosmico”.
Ed è un caso, solo un caso, forse, che il piccolo Diego a villa Fiorito, per comprarsi un pallone ed i biglietti della Corriera che lo portassero ai campi di allenamento, fabbricasse e vendesse piccoli aquiloni per ragazzi.
Nella storia e nella vita di Maradona le storie e le coincidenze sono sempre andate in tondo fra loro, danzando attorno a segni divini del destino.
Come il gol di Mano a vendicarsi sugli inglesi, come il gol del Secolo a farsi perdonare tutto.
Quel gol del secolo simile ad uno tentato uguale ma non riuscito al mondiale juniores quando aveva 18 anni. Dopo averli scartati tutti, davanti al portiere Diego tiró, ma per la fretta non centró la porta.
“La prossima volta, scarta anche il portiere”, gli fa il fratello Lalo al ritorno a casa.
Contro chi aveva giocato Maradona quella volta? Sempre con gli inglesi. Ovvio.
La voce di Morales accompagnó quindi quella memorabile partita, cardine della Storia del Calcio, celebrando la gioia di un’intera nazione, che assaporava la vendetta per la guerra delle Malvinas di 4 anni prima.
Alla fine di quel gol il telecronista è stremato, con la voce rotta dalle lacrime, come se avesse corso al fianco di Diego. In quel pianto c’è tutto: emozione, gioia, liberazione, devozione. «Dios santo, viva el fútbol!».
Dopo il gol di mano di Diego disse “Contro gli inglesi va bene segnare anche così”. Si è mai pentito?
«No, lo ripeterei anche oggi. Sono stato uno dei pochi a vedere il fallo di mano, dicendolo subito in diretta. Poi è scattato un meccanismo di difesa: ho pronunciato quelle parole immedesimandomi nei tifosi argentini. L’inganno fa parte del gioco. D’altronde l’Inghilterra ha vinto il Mondiale ’66 con un gol fantasma…».
Come sarebbe stata la sua carriera senza Maradona?
«Molto più modesta: ho iniziato a esistere grazie a lui. Le mie tappe più importanti sono legate a Diego. Nel 1981 il mio debutto da telecronista in Argentina ha coinciso con il suo esordio al Boca Juniors. Pochi mesi dopo un giornale ha usato le parole della mia telecronaca per un titolo in prima pagina. Ovviamente si trattava di un gol di Diego».
Poi il 1986 e quella radiocronaca leggendaria, in cui non trattiene le lacrime.
«Ho esagerato e perso il controllo. E’ stato un raptus: non sono riuscito a mantenere il necessario distacco. Per questo mi sono scusato più volte. La miglior telecronaca della mia carriera è un’altra: il gol di Diego alla Grecia a Usa ’94. Ho citato tutti i giocatori che avevano toccato palla, tracciando l’intera azione. Stilisticamente e narrativamente sono stato molto vicino alla perfezione».
Cosa accomuna Diego e Victor Hugo Morales?
«Lui aveva un’idea del calcio da esteta e io sono innamorato di ogni forma d’arte. E poi l’eterna ribellione. Maradona è un combattente, ha sempre difeso i più deboli. E’ entrato in castelli, ha conosciuto i più potenti, ha fatto battaglie stando con i più deboli contro quelli che vincono sempre, ma continua a essere il ragazzo umile, povero e difficile cresciuto a Villa Fiorito».
« Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona y por estas lágrimas…»
Fonte: Esteban Aureliano Buendia

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